The imitation game: Alan Turing e il genere biografico

La storia “vera” di un genio e della sua invenzione

Sono passati poco più di tre anni dall’uscita in sala di The imitation game, pellicola di Morten Tyldum che ricostruisce, seppur in chiave riveduta e corretta, la vita del professore e matematico Alan Turing. Il genio che contribuì più di chiunque altro in tempi di guerra alla vittoria del popolo britannico durante la seconda guerra mondiale. Turing e altri suoi colleghi riuscirono a decifrare i messaggi cifrati secondo le impostazioni della macchina Enigma, strumento utilizzato dalle forze naziste per organizzare pesanti attacchi a sorpresa, permettendo così agli alleati di ottenere informazioni vitali per la risoluzione del conflitto.

Per oltre cinquant’anni questa vicenda è stata coperta dal segreto di stato e lo stesso professor Turing subì un destino alquanto assurdo se considerato il suo importante contributo. Nel 1951 una denuncia per furto con scasso nella sua abitazione spinse la polizia a investigare su di lui e, in seguito ad alcuni interrogatori, lo stesso professore rivelò di essere un omosessuale, cosa che all’epoca era considerata illegale e punibile con mezzi severi. Turing venne condannato a subire la castrazione chimica fino alla morte, avvenuta per suicidio all’età di soli 41 anni.

Nel 2013 gli è stata riconosciuta la grazia postuma dalla Regina Elisabetta dopo diverse sollecitazioni di perdono da parte delle più alte personalità dell’ambiente scientifico mondiale e da una campagna di sostenitori via Internet. Secondo molti studiosi, infatti, non sarebbe un azzardo dire che Alan Turing sia stato un autentico visionario non solo per l’ideazione di uno strumento capace di decifrare linguaggi ed effettuare calcoli di ogni genere ma anche perché fu tra i primi a immaginare macchine intelligenti dotate di capacità superiori (persino a quelle dei computer attuali) e a introdurre il concetto di software, seppur in modo ancora rudimentale.

Una vita straordinaria che non poteva sfuggire agli occhi attenti di Hollywood.

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Still dal film “The imitation game”.

The imitation game e il rapporto col biopic

La Weinstein Company non perse tempo e sfruttò subito l’occasione: comprò i diritti dello script di Graham Moore (tratta dalla biografia Alan Turing: The Enigma di A. Hodges) e in poco tempo fu realizzato il film con protagonista Benedict Cumberbatch e uno stuolo di attori professionisti all british come Keira Knightley, Matthew Goode, Charles Dance e Mark Strong. Non si tratta certo di una novità. A ben guardare il genere “biografico”o semplicemente biopic è tra i più sfruttati (e talvolta redditizi) a Hollywood. Oltre ai numerosi titoli offerti dalla storia del cinema, ci si potrebbe semplicemente soffermare su quelli più recenti.

Si tratta di un genere che è stato oggetto di studio sia per quanto riguarda i suoi esempi d’autore sia quelli di natura più commerciale; che è divenuto spesso motivo per ragionare sul rapporto tra personaggio e icona (ad es. i recenti Jackie, I, Tonya); o filtrato come analisi sulla figura secondo un sottogenere specifico per ampliarne le possibilità espressive e discorsive (tipo quello sportivo di Rush o Borg/McEnroe) o ancora come ricostruzione di eventi cardine riletti attraverso chiavi di lettura più complesse, drammaturgie classiche e i miti archetipici o altro. Secondo Robert McKee il genere non dovrebbe mai limitarsi ad una mera cronistoria e la riuscita di ogni narrazione trova fondamento nel peso dell’interpretazione che il bravo sceneggiatore trae dal personaggio o dalla vicenda esemplare che lo riguarda. Un meccanismo rodato a Hollywood che lo ha reso un genere piuttosto ferreo nelle scelte artistiche (a parte piccole eccezioni); non è un caso che spesso le major si affidino a professionisti del settore e ad attori interessati a mettersi alla prova (come ben dimostrano i recenti esempi di perfetto mimetismo interpretativo in L’ora più buiaThe Iron Lady o La teoria del tutto) per la riuscita di simili operazioni, talvolta tirando fuori qualcosa che riesce imporsi al di là dei semplici meriti tecnici e a fare la differenza.

Un discorso che con The imitation game merita un approfondimento.

Nel 2015 il film vince l’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale in un’annata che vede un curioso trionfo di pellicole biopic (come dimostrano i film tratti dalle storie vere di Martin Luther King o, appunto, su Stephen Hawking). Regala al protagonista Benedict Cumberbatch una meritata nomination e la conseguente crescita a livello di popolarità (da cui la proposta e relativa accettazione del ruolo di Doctor Strange nell’omonimo film di successo Marvel) con tanto di apprezzamenti un po’ ovunque, sia da parte del pubblico che della critica. Dunque missione compiuta? Forse non del tutto.

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Still dal film “The imitation game”.

The imitation game (di cui già scrissi una recensione) è e rimane una pellicola narrativamente solida e curata ma, se confrontata con altri esempi, riuscita solo a metà, apprezzabile eppure troppo antiquata e pavida. Il film si limita a riprendere una versione a tratti superficiale della vita del matematico, scevra da complotti e aspetti troppo scomodi, prediligendo così una trattazione più agiografica piuttosto che una “rilettura critica” sulla vita del personaggio e sulla cronaca che lo riguarda. La vicenda umana è così offerta al pubblico in modo equilibrato e preciso, per non irritare nessuno e per esaltare la figura di Turing come un genio arrogante, incompreso e fragile ma che supera facilmente tutti gli ostacoli che ha davanti (la diffidenza dei superiori, rifiuto dei suoi colleghi del Bletchley), che risolve il codice Enigma grazie alla sua mente straordinaria (e tramite un’intuizione un po’ tirata per i capelli) e che arriva a porsi come l’unico in grado di utilizzare questa ricchezza d’informazioni per il bene superiore, pronto ad accettarne il peso che ne comporta.

Nonostante quanto mostrato sui servizi segreti britannici, sul’effettivo uso delle informazioni trapelate dai messaggi e sulle ambiguità di certe situazioni in tempo di guerra, nell’ultimo incontro tra Alan e l’amica e collega Joan Clarke è evidente come la non complessità della narrazione venga risolta in modo edulcorato e sbrigativo. L’Alan Turing di Graham Moore (oltre allo script è anche il produttore esecutivo) finisce per essere il martire, l’uomo isolato per i suoi stessi segreti, il genio incompreso e condannato. Alla fine è riscattato da quella stessa specificità che lo ha reso l’uomo giusto in tempi difficili (senza la sua macchina la guerra sarebbe durata altri anni e i morti sarebbero stati ancor più numerosi, dice appunto Joan in una battuta), allontanando così dagli occhi del pubblico le possibili note oscure (vere o presunte) che avrebbero però allontanato il film dallo scopo, ovvero ottenere consensi a tutti i costi.

Al di là della sua natura manierista e convenzionale, The imitation game però funziona come dramma biografico di buona fattura che coinvolge e dà al personaggio una componente melò interessante. Lo strumento di decriptazione da lui elaborato, la macchina “Christopher”, è in effetti il tentativo segreto e impossibile di restare legato ad un amore di gioventù mai dimenticato, la sublimazione della sua volontà di tenerlo accanto a sé nonostante la morte ma che resta comunque una sconfitta sul piano carnale. Come dice chiaramente lo stesso Turing, la macchina non deve necessariamente “pensare” come un essere umano o imitarlo, perché ognuno di noi lo fa in modo diverso, non importa di cosa è composto se da neuroni o fili, quindi anche il calcolatore digitale, almeno per lui, può farlo. Ognuno di noi ha un modo unico di parlare e di pensare ed è proprio questo che ci arricchisce e ci rende speciali; una consapevolezza che è l’ultimo regalo del compagno di banco Christopher, donato ad Alan insieme ad un libretto sulla crittografia. Un esaltante messaggio sul coraggio di essere diversi dunque ed è lo stesso tema retorico che Moore ci ricorderà nel suo discorso di premiazione durante la cerimonia degli Accademy.

Adesso vedremo cosa saprà regalarci il futuro per arricchire questo vasto argomento. Chissà se assisteremo ancora una volta all’ennesimo biopic tradizionale o a qualche titolo più visibilmente d’autore, se ci sarà la conferma del racconto canonico e pensato per piacere o magari coraggiosi esempi di anti-biopic o ancora a interessanti vie di mezzo. Tutto questo in attesa dell’imminente Don’t Worry di Gus Van Sant, dell’icona intoccabile di Freddie Mercury nell’attesissimo Bohemian Rhapsody e della firma eccellente di Tarantino per il suo Once upon a time in Hollywood, che ricostruirà gli omicidi di Charles Manson nella Los Angeles degli anni ’60.

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Foto promozionale di “Bohemian rhapsody”.

Laura Sciarretta

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