Tag – Quando Si Gioca Bisogna Essere Seri

Tag è, con buona probabilità e tutte le proporzioni del caso, una delle sorprese più positive di quest’estate 2018.

L’esordio di Jeff Tomsic prende inizialmente le misure del mercato esattamente come la sua confezione da Blockbuster comico estivo tipicamente americano gli impone di fare ma subito dopo acquista un suo passo peculiare e inaspettato che gli fa staccare di misura gli altri prodotti coevi. Quello che è al contempo il segreto e l’anima di Tag! può essere in fondo racchiuso nella brevissima sequenza che precede i titoli di coda.

Un montaggio di filmati amatoriali mostra infatti una selezione di Tag squisitamente reali dei veri protagonisti della storia da cui è tratto il film, degli americani medio-borghesi che da più di trent’anni, nel mese di Maggio, giocano a una partita di Tag, gioco da cortile tutto americano che però noi potremmo assimilare alla nostra acchiapparella.

Nei filmati si vede uno di loro trasvestirsi da anziana signora per rendere più efficace l’agguato ad uno dei partecipanti e un’altra coppia di giocatori fare irruzione in casa di un loro compagno ignaro, entrambe le scene, tra l’altro, sono ricreate nella pellicola. Ciò che salta maggiormente all’occhio di questa sequenza è la serietà con cui i protagonisti si approcciano al loro gioco, che smette dunque di essere gioco ma diventa rituale sociale, azione di rinnovamento di una tradizione, sequenza di gesti che giustifica e rafforza la loro amicizia. I giocatori di Tag prendono il tag dannatamente sul serio e dunque il miglior modo per trasporre su pellicola un sistema del genere è impregnare il film di quella “serietà sovrastrutturale” che sembra essere il valore fondante del gioco.

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Still dal film “Tag”

Il progetto di Tomsic stacca di una buona misura gli altri prodotti coevi proprio per questa serietà ironica che impregna ogni dettaglio della sua struttura.

Si parte con il mettere in discussione, quando non a negare in toto, la sua natura profonda di commedia demenziale. Il film è in effetti girato come un film d’azione a base di combattimenti a mani nude, e ricorrono in esso tutti gli stilemi registici tipici di questo sottogenere, dalle sequenze in dolly e slider, alle scene al rallentatore, passando per gli inseguimenti a piedi ripresi con la GoPro.

Se la forma cinematografica subisce una costante e fruttuosa elevazione che la porta ad assumere sfumature per certi versi inedite per il genere a cui Tag fa riferimento, un discorso ancora più interessante in questo senso viene compiuto sul versante della stilistica. La superficie del film di Tomsic è infatti straordinariamente malleabile e si riesce quasi a percepire la carica con cui il team creativo si è divertito a sparigliare le carte, a giocare con i generi, a lasciare interferire la struttura della pellicola con le influenze più svariate. Lungi dal voler essere una parodia dei generi e sottogeneri cinematografici più disparati, Tag sembra piuttosto il luogo in cui si sperimenta l’impatto di elementi riconducibili a influenze cinematografiche lontane dalla commedia su un progetto che di fatto è proprio una commedia demenziale.

Potremmo dire con più precisione che l’effetto parodico del film nei confronti di tali elementi non è mai l’obiettivo di partenza, al massimo lo si raggiunge facendo cozzare tali topos con l’atmosfera generale della pellicola.

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Still dal film “Tag”

Presi da soli, tuttavia, tali strutture di significato sono approcciate con l’attenzione e la delicatezza che si dedica ad un vero e proprio materiale costruttivo e contribuiscono a definire una rete di significati che permette a Tag di aprire parentesi che gli permettono di assumere di volta in volta i tratti di un film poliziesco (tutto il film è in fondo una caccia all’uomo riconducibile al thriller), di una pellicola di arti marziali (e i tratti delle sequenze che ritraggono gli scontri tra Jeremy Renner e gli altri personaggi è in fondo a quello che si rifanno), di una pellicola di spionaggio (con tanto di minacce e interrogatori a suon di tavola ad acqua).

In sede di scrittura ci si è impegnati a prendere i tratti essenziali di questi generi di riferimento e di inserirli nel continuum della pellicola, tentando di conservare intatto il feeling generale di quei progetti e sforzandosi di calcare la mano il meno possibile con una supposta autorialità che ne pieghi la natura profonda.  E tuttavia se è interessante notare quanto Tag si diverta ad essere un film dotato di più anime, di più forme nel momento in cui si riflette nella sua dimensione stilistica, è forse ancora più pregnante prendersi due minuti e analizzare i modi in cui il progetto finisce per entrare in contatto con lo spettatore. Di nuovo, anche all’interno della sua cornice comunicativa, è come se il film di Tomsic decidesse coscientemente di prendersi dei momenti di libertà e di allontanarsi dalle atmosfere scanzonate che gli dovrebbero essere congeniali per avventurarsi in percorsi che pongono chi guarda a contatto con sensazioni, sentimenti, imprevisti, inaspettati in una pellicola di questo tipo. Se è vero che in Tag ricorre tutto quel campionario di trovate ed elementi tipici della commedia godereccia americana (dai riferimenti sessuali espliciti a tutto quel campionario di battute che fanno riferimento alla sfera della bassa corporalità) è altrettanto vero che nel progetto di Tomsic si trova il tempo, in alcune luminosissime uscite, di riflettere (e di far riflettere lo spettatore) su elementi quali la perdita, la crescita, il cambiamento, l’evoluzione del comportamento umano, l’inutilità della nostalgia fine a sé stessa e il tentativo di sintetizzare un approccio critico corretto a tutto ciò che fa parte della nostra infanzia, del nostro passato.

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Still dal film “Tag”

Tag, dunque, non ha paura di essere ciò che è e anzi sembra voler sfruttare i suoi caratteri essenziali per portare oltre i loro limiti i suoi stessi principi costruttivi. Proprio per questo, per questa sua anima combattiva, unita ad uno straordinario coraggio creativo e a un’inaspettata delicatezza, è senz’altro uno dei progetti da tenere d’occhio quest’estate se non siete interessati ai blockbuster estivi d’azione.

Alessio Baronci

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