12 Soldiers – Ricostruire L’Action Degli Anni ’90

12 Soldiers è un film felicemente fuori dal tempo e, per capirlo appieno, pur nella sua essenzialità, è necessario compiere un passo indietro.

Jerry Bruckeimer è il produttore Hollywoodiano che, letteralmente, ha plasmato il cinema action di cassetta dagli anni ’90 ai primi anni ’00. Dapprima in coppia con il collega e amico Don Simpson, poi da solo dopo la morte del socio, Bruckheimer ha collaborato con cineasti quali Michael Bay, Tony Scott, Simon West, Gore Verbinski, Jon Turtletaub, giusto per fare qualche nome tra i più noti.

Quello che ci interessa maggiormente per la storia che stiamo raccontando è il fatto che Jerry Bruckheimer fa parte della categoria dei produttori creativi.

Ha una sua linea, una sua poetica, un suo approccio, delle sue scelte creative definite e, spesso, il film nasce all’esatto punto d’intersezione tra la poetica del produttore e lo stile, l’approccio, del regista. In questo senso, gli elementi cardine del cinema di Jerry Bruckheimer possono essere riassunti in un’enfasi profonda sul dinamismo della scena, sulla fortissima componente action che scorre all’interno del progetto, su un costante focus, quando possibile, su ideali tipicamente americani quali il coraggio, l’altruismo, il sacrificio, il patriottismo, su un umorismo che alleggerisce la tensione, su una solida regia che si muove in parallelo con degli effetti visivi che spesso riducono all’osso l’apporto del digitale oltreché, quando il genere lo richiede, da una cura del dettaglio delle rappresentazioni sulla scena di azioni militari.

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Still dal film “12 Soldiers”

A metà degli anni ’90 il nome di Jerry Bruckheimer è certamente uno di quelli più in vista nell’ambiente. È bravo in quello che fa, ha un ottimo fiuto per gli affari e un buon occhio, il che non guasta mai. Con il tempo, tuttavia, la musica cambia, i contratti si fanno meno frequenti, l’approccio di Bruckheimer sembra soffrire il tempo che passa e il produttore si adagia, dedicandosi a progetti di routine e generalmente poco ispirati, in cerca, molto probabilmente, dell’occasione che possa offrirgli quel proverbiale colpo di reni che gli permetta di tornare in sella da padrone in quello stesso sistema che ha contribuito a riformare.

12 Soldiers è esattamente quel colpo di reni atteso per anni. Alla regia c’è il danese Nicolai Fuglsig, al suo esordio. Fuglsig ha un buon senso dello spazio e un ottimo occhio, sintomi di un potenziale in attesa di essere espresso ma è abbastanza chiaro che, in questo caso, forse proprio in virtù del suo essere esordiente, il nostro uomo si sia limitato ad aggiungere delle sue idee (molto interessanti, come vedremo) a un’intelaiatura sostanzialmente organizzata da zero da Bruckheimer.

12 Soldiers sembra in effetti un film uscito fuori tempo massimo. Per il team creativo che gestisce la pellicola è ancora il 2003 e Bruckheimer è ancora al vertice della Hollywood che conta. In questa strana ucronia, poco dopo il grande successo del primo film del franchise dei Pirates Of The Carabbean il produttore ha deciso di investire su una delle Grandi Storie Americane, un filone narrativo che, a pochi mesi dall’invasione dell’Afghanistan da parte degli Stati Uniti può essere il seme di un grandissimo ritorno commerciale.

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Still dal film”12 Soldiers”

12 Soldiers racchiude in sé tutte le migliori idee e i migliori stilemi di Jerry Bruckheimer. La solidissima regia immerge lo spettatore nell’azione scuotendolo quando serve ma soprattutto facendogli provare sulla sua pelle la carica, l’elemento epico, il coraggio che muovono e caratterizzano le azioni militari. Le riprese delle sequenze belliche sono sporche al punto giusto e sanno di sudore, sangue e sabbia. A innervare poi tutto il tessuto tematico del film c’è quell’atmosfera di patriottismo, coraggio, amicizia tra popoli lontani uniti da un comune nemico, comunione, sacrificio che da sempre caratterizza prodotti di questo tipo che in un modo o nell’altro si rifanno a certa ideologia anni ’80. Un elemento particolarmente interessante e inedito, per certi versi, lo si riscontra tuttavia quando si riflette sull’effettivo apporto di Fuglsig alla pellicola. Il terreno “preparato” da Bruckheimer in effetti, pur nella sua solidità di fondo non impedisce al cineasta esordiente di far sentire la propria voce e il proprio stile, che in questo caso si esplicita in una straordinaria erudizione e conoscenza non solo del genere ma del contesto e della tradizione in cui il suo film si inserisce.

Al di sopra della struttura produttiva infatti, 12 Soldiers, in modo quasi inedito, si diverte a gestire stilemi che lo portano a flirtare da un lato con un certo tipo di cinema classico (pensiamo a Lawrence D’Arabia di Lean), dall’altro con il grande mito fondativo americano della frontiera, con l’azione dei soldati americani che la diegesi, attraverso alcune scelte di messa in scena, assimila più di una volta ad imprese di conquista e difesa già raccontate nella narrativa Western da cineasti come Ford e Hawks (primo tra tutti, Il Massacro Di Fort Apache)

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Still dal film “12 Soldiers”

12 Soldiers, pur non aggiungendo o togliendo nulla al sottogenere bellico a cui viene ascritto, acquista interesse e profondità se approcciato nel modo giusto, come cioè un tentativo quasi postmoderno di reinserire in maniera critica e consapevole nel flusso delle immagini e degli stili contemporanei un approccio registico, produttivo, creativo, di fatto “lontano” almeno una quindicina d’anni da quanto sta avvenendo ora sul grande schermo. Si applaude alla freddezza, alla logica con cui tutto ciò è stato portato in atto, si gioisce al positivo ritorno in scena di un produttore da troppo tempo lontano dalle scene e ci si augura che un cineasta esordiente e dal potenziale straordinario come Fuglsig possa usare questo progetto come trampolino di lancio per la sua futura carriera.

Alessio Baronci

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