The Killing Of A Sacred Deer – Il Fuoco Fatuo Di Yorgos Lanthimos

Se è vero che la giostra non è esplosa andando in mille pezzi, è altrettanto vero che qualcosa, qualcosa di straordinariamente evidente, nel meccanismo di Yorgos Lanthimos, sembra essersi irrimediabilmente spezzato.

Quando Yorgos Lanthimos iniziò la sua attività di ricerca venne salutato dagli addetti ai lavori come il riformatore del cinema greco contemporaneo, un intellettuale finissimo capace di progettare prodotti che dialogavano coerentemente con i generi più svariati ma che, più di ogni altra cosa, si ponevano come efficaci attacchi all’ipocrisia borghese dotati di una straordinaria originalità e chiarezza argomentativa. E allora, forse proprio per questo, risulta straniante, complesso, non solo approcciare un film come la sua ultima opera, The Killing Of A Sacred Deer, ma anche comprendere il suo ruolo, la sua ragion d’essere, all’interno del percorso di ricerca di Lanthimos.

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Still dal film “The Killing Of A Sacred Deer”

Non serve, in realtà, girarci troppo attorno. The Killing Of A Sacred Deer è senz’ombra di dubbio il primo passo falso del regista greco, che finisce per consegnare allo spettatore un prodotto debole nella concezione, negli intenti, nelle argomentazioni che sviluppa, appesantito, quasi piagato, da uno strano mix di pigrizia, sicumera e timore di risultare troppo pungente (forse perché stiamo parlando del primo film effettivamente Hollywoodiano di Lanthimos dopo il primo test con The Lobster?).

Se è vero che The Killing Of A Sacred Deer si inserisce senza ombra di dubbio nel percorso di ricerca di Yorgos Lanthimos, presentandosi di fatto agli occhi di chi guarda come la cronaca del disfacimento in atto in una tipica famiglia borghese (padre e madre chirurghi affermati, figli mediamente viziati, suv in garage, villetta in periferia), è altrettanto vero che, ad uno sguardo più attento, quello sguardo che sceglie costantemente di ignorare l’alone di glamour, di profondità intellettuale, di “cinema a la mode” di cui è impregnato il regista agli occhi della comunità cinefila, il progetto del nostro uomo appare in realtà molto più opaco di quanto si sforzi di sembrare.

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Still dal film “The Killing Of A Sacred Deer”

The Killing Of A Sacred Deer è una sorta di film di risulta. Si tratta di una pellicola letteralmente costruita unendo insieme spunti provenienti da almeno trent’anni di cinema e letteratura di marca squisitamente antiborghese, elementi, idee, che vengono presi per buoni da Lanthimos, il quale non li approccia mai criticamente, non li processa, ma anzi si affretta ad inserire, meglio, a lanciare senza posa nel tessuto cinematografico. Il film di Lanthimos si apre con un prologo tutto giocato sul dualismo tra musica classica e shock suscitato nello spettatore da ciò che accade su schermo durante la sequenza esattamente come Antichrist di Lars Von Trier e a Von Trier, forse, rimanda anche la scelta di Bach, che in effetti fa capolino nel suo Nymphomaniac; la pellicola è strutturata poi come il racconto della dissoluzione di una famiglia borghese ad opera di un agente esterno, esattamente come accade in Teorema di Pasolini o in Funny Games di Haneke e del cinema di Haneke sembra ricalcare poi volutamente i ritmi dilatati del racconto che costruiscono l’esplosione violenta e insensata finale. Ricorrenti sembrano poi essere le prospettive claustrofobiche (soprattutto durante alcune sequenze ambientate nella clinica) mutuate dal cinema di Kubrick e un buon numero di dettagli disturbanti e ironicamente caustici che pescano a volte da Ken Russell, a volte da Bunuèl, altre da Ostlund e via dicendo, risultando, tuttavia, quasi sempre, depotenziati, se non innocui, proprio perché maneggiati da una persona che li utilizza più come dettaglio costruttivo di un contenuto che come entità utili a veicolare un messaggio, finendo dunque sprecati rispetto al loro reale potenziale, soprattutto in rapporto a quanto avrebbero potuto restituire sulla scena se manovrati dal giusto regista.

Forse, tuttavia, l’elemento che trasmette più amarezza nel momento in cui si riflette su un film del genere, è che al di sotto di questo pigro gioco di specchi e rimandi relativamente vuoto, si snodano degli elementi autoriali originali, propri di Lanthimos, che se fossero stati sfruttati a dovere avrebbero davvero potuto costituire un elemento vincente per il progetto del cineasta greco. In primo luogo l’impianto visivo, sulla carta di una potenza straordinaria ma che di fatto non va mai oltre il già detto da altri, proseguendo poi con il discorso filosofico, antropologico e simbolico che lega i tratti essenziali della tragedia greca al film. Peccato che alla tragedia di Euripide a cui si ispira il progetto si fa un riferimento minimo e che solo dalla metà della pellicola in poi si prova ad organizzare un discorso su pena, sacrificio, purificazione, colpa, in sostanza, sui fondamenti psicologici dell’uomo greco, accontentandosi, tra l’altro, di rimanere sulla superficie delle cose, a tal punto che chi possiede una formazione classica non si ritroverà arricchito dal film di più di quanto già non sapesse durante gli anni di liceo.

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Still dal film “The Killing Of A Sacred Deer”

The Killing Of A Sacred Deer è insomma un progetto svogliato e pigro, che si accontenta di costruire un discorso in sostanza non particolarmente originale appellandosi troppo liberamente e frequentemente ad una tradizione che non sappiamo ancora quanto ami essere scomodata. Qualsiasi tentativo di analisi, qualsiasi eventuale approfondimento che provi a studiare il sistema di significati del film di Lanthimos al di là di ciò che si vede, al di là di quella che è a tutti gli effetti la più classica delle analisi del disfacimento della classe borghese, osservata dall’alto di un fato assente ed egoista, (c’è a questo proposito chi legge tutto il film come una metafora del rapporto forzato che si svolge tra il borghese e un potere superiore, in specie quello economico), diventa superfluo, quasi irritante, perché ciò che dispiace di più è comprendere quanto un film dal potenziale simbolico e ideologico straordinario sia caratterizzato da una forma argomentativa così sciatta, prevedibile, che poteva essere stata concepita da un Michael Haneke almeno una decina d’anni fa.

Alessio Baronci

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