Ocean’s Eight E La Mancanza Di Coraggio

Danny Ocean, il ladro che quasi vent’anni fa rapinò il Bellagio di Las Vegas e che circa una decina di anni fa terminò la sua carriera riunendo il suo team e mandando sul lastrico tre casinò in Nevada contemporaneamente ha una sorella. Si chiama Debbie e cinque anni fa è stata incastrata dal suo complice durante una truffa. Ora, cinque anni dopo, Debbie è tornata in libertà e durante la detenzione ha avuto modo di pensare ad un colpo che possa allo stesso tempo sistemare lei e la sua squadra per tutta la vita e vendicare il torto subito. L’obiettivo è una collana da 150 milioni di dollari che sarà al collo di un’attrice in ascesa durante il MET Gala, di fatto l’evento più glamour dell’anno.

Ocean’s 8, il reboot/sequel della saga di Steven Soderbergh ad opera di Gary Ross, come si può capire anche da queste due linee di trama, non si fa problemi a inserirsi nel solco della trilogia di heist movies diretta dal regista di Atlanta. Al di là di alcune eleganti citazioni ed elementi che mantengono la continuity con le gesta di Danny Ocean (i ritorni di due membri del suo team in qualità di camei in primis), lo schema narrativo è identico alle pellicole con George Clooney e Brad Pitt e dal sistema teorizzato da Soderbergh tornano alcune soluzioni di montaggio, la gestione dei plot-twist e, ovviamente, la generale eleganza che impregna ogni elemento della pellicola.

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Still dal film “Ocean’s Eight”

A questo punto cerchiamo di fare chiarezza: Ocean’s 8 è un film debole, un film che purtroppo (ma anche prevedibilmente) finisce per perdere su tutta la linea il confronto con le opere che l’hanno preceduto e a cui si rifà, tuttavia, ci stiamo confrontando con un film debole non a causa delle sue componenti essenziali, quanto per una generale pigrizia e paura che sembrano aver mosso fin dai primi istanti le scelte, le decisioni, di Gary Ross e della sua squadra.

I creativi in gioco non sembrano aver capito in sostanza che l’elemento che da solo riesce a reggere la trilogia di Soderbergh non risiede tanto nella trama quanto nel sistema dei personaggi e nelle due forze, potremmo dire una centrifuga e una centripeta, attorno a cui questo stesso sistema si organizza.

La trilogia di Ocean’s è, in sostanza, ad un tempo una serie di Heist Movies e ad un altro uno studio per personaggi. A muovere tutto il sistema c’è insomma la curiosa consapevolezza di quanto, ben più importante della singola sequenza della rapina (in tutti e tre i casi ottima), è la scrittura delle singole parti in gioco e l’empatia che lo spettatore riesce a sviluppare con essi a fare la differenza all’interno del franchise. Nel bene o nel male Soderbergh si prende dunque il suo tempo e riempie i suoi tre film di intere sequenze statiche, di puro dialogo, di pura divagazione, in cui non solo si esplora il passato dei personaggi ma si approfondiscono i rapporti pregressi tra di loro, ponendo in gioco una sorta di fuori campo temporale, una serie di azioni, parole, avvenimenti, che hanno avuto luogo nel passato dei personaggi, dunque fuori scena, ma costantemente evocati quasi a voler rendere una materia viva il tessuto del racconto.

Ocean 2
Still dal film “Ocean’s Eight”

A questa forza centripeta, quasi intimista, tutta rivolta all’interiorità dei personaggi, fa da contraltare una forza squisitamente centrifuga, che esce dal personaggio e che coinvolge, con un meccanismo quasi metacinematografico, gli attori che quei personaggi li portano in scena.  Per George Clooney, Brad Pitt, Matt Damon, il set di Soderbergh è un parco giochi, in cui, quando non improvvisano uscendo leggermente dai limiti dei propri personaggi, comunque si lasciano andare ad espressioni, gesti delle mani, singole battute, sguardi, che nove volte su dieci non sono decisi a priori ma sono frutto della loro istintività, della loro abilità e, soprattutto, del rapporto di amicizia e complicità che li lega da anni. E allora è proprio questo il bello, questa genuinità che si respira nell’espressione spaesata di Casey Affleck quando si vede piombare in casa Matt Damon nel secondo film, o nello sguardo sornione di Brad Pitt quando si sincera con il suo complice dell’effettivo (esagerato) numero di membri che dovranno reclutare per portare a termine il colpo sani e salvi.

L’originalità, l’anima, del progetto Ocean’s è tutta qui, su quest’impalcatura si andranno poi a inserire la regia di Soderbergh, la scrittura elegante e via dicendo, ignorare questi elementi cardine significa, quando non tradire esplicitamente lo spirito della trilogia quantomeno equivocare lo spirito del racconto e depotenziare il risultato finale.

Ecco, Ocean’s Eight risulta un film debole, fastidiosamente ordinario, proprio per questo. Lo straordinario potenziale della pellicola, dato da un lato dal cast e dall’altro da alcune idee di scrittura certamente fresche, inusuali, viene disinnescato continuamente, piagato, forse, da una produzione che crede che lo sviluppo delle singole componenti del racconto, l’aumento della complessità generale della pellicola non faccia bene al pubblico medio del film.

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Still dal film “Ocean’s Eight”

La pellicola di Gary Ross scorre troppo veloce, non “respira” come la trilogia di Soderbergh, non si prende il suo tempo per sviluppare i suoi personaggi che, ad eccezione di Sandra Bullock, di Cate Blanchett e di Anne Hathaway sono delle anonime pedine che si muovono su una scacchiera assurdamente prevedibile, impegnate a portare un termine un piano che vorrebbe ricalcare la complessità di quelli di Clooney e soci ma che in realtà, a volte, rischia di perdersi in buchi e illogicità di script.

Lo spettatore non riesce a sviluppare empatia con le parti in gioco, a malapena sa, effettivamente, chi siano le persone che sta guardando sullo schermo e quel che è peggio è che un parterre, una squadra del genere, formata da attrici che prima di qualsiasi altra cosa sono amiche, escono insieme nella vita reale, condividono più o meno la loro quotidianità, viene lasciato al palo e ogni singola iniziativa personale delle singole attrici volta a portare alla luce la complicità del loro rapporto (il film ne è pieno) viene costantemente scoraggiata dalla regia, che si preoccupa di far rientrare costantemente i membri del cast nei ranghi.

È un peccato. È un peccato perché Ocean’s Eight una sua voce, un suo stile, sembra averlo. Ben al di sotto degli scimmiottamenti di Soderbergh e della fretta organizzativa ci sono tantissime idee sul ruolo della donna nella società contemporanea, ci sono sequenze di una delicatezza e di un lirismo straordinari, ci sono delle scene date in mano a dei caratteristi di primissima categoria come James Corden, c’è la fredda analisi dello stardom e del mondo dell’arte contemporanea. C’è tanto sotto la superficie, il problema è stiamo parlando di elementi, spunti, disordinati, inseriti senza soluzione di continuità e sviluppati con la costante paura di mantenere il prodotto finito user-friendly e dunque senza “annacquare” il film con qualcosa che possa spaventare o annoiare il pubblico, un film che dunque è l’ennesimo sfruttamento del cliché della donna tradita da un uomo che cerca la sua vendetta.

Il film di Ross fallisce dunque l’impresa di ricalcare le orme dei progetti di Soderbergh ma la speranza è che gli eventuali sequel (già in programma) possano imparare dagli errori del passato e possano schiudere questa nuova saga al suo reale potenziale.

Alessio Baronci

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