Midnight in Paris: Un’illusione chiamata Passato

Se potessi scegliere, in quale epoca (e luogo) rinasceresti? Gil Pender (Owen Wilson) non ha dubbi: nella Parigi degli anni Venti, crocevia dei più importanti e innovativi artisti della loro generazione, centro privilegiato di idee, esperienze, scambi creativi e culturali. Ma Gil Pender vive negli anni Duemila, non è un grande artista ma uno «scribacchino di Hollywood» che sta faticosamente tentando di partorire il romanzo d’esordio; e a Parigi, per il momento, Gil può permettersi solo una vacanza con la fidanzata Inez (Rachel McAdams), donna troppo più concreta di lui, scettica di fronte alla sua infatuazione per la capitale francese come di fronte alle sue aspirazioni letterarie. Ma la metropoli parigina sa offrire al sognatore un’inaspettata via di fuga dalla prosaica realtà: a mezzanotte, l’apparizione di una macchina d’epoca trascina con sé Gil nella Parigi di novant’anni prima e nei ritrovi artistici che aveva vagheggiato, con Fitzgerald, Hemingway, Dalì e Buñuel come singolari compagni di conversazione.

Midnight in Paris (2011), quarantaduesima prova di Woody Allen da regista e sceneggiatore, è anche, tra quelle recenti, una delle più felici. Non solo per l’idea vincente di fondere il registro della sophisticated comedy con sviluppi da racconto fantastico-surreale, ma perché in questa parabola sul rapporto tra sogno e realtà possiamo trovare espressi al meglio lo stile e la poetica dell’ultimo Allen: una scrittura filmica limpida ed essenziale fino alla trasparenza classica, finalizzata però a veicolare una visione del mondo antitetica rispetto alle certezze granitiche del buon tempo (e del buon cinema) antico.

Una visione, quella dell’autore-regista newyorchese, dove al contrario l’unico punto di riferimento indubitabile è proprio l’assenza di qualunque certezza, di qualunque senso positivo per il cammino degli esseri umani: e dove, perciò, l’unico appiglio per non annegare nel pessimismo sembra essere l’accettazione della natura fatua e fuggevole dell’esistenza, ritagliandosi se possibile qualche piccolo ma sincero angolo di serenità e soddisfazione nel caos tragicomico del reale. Un angolo che può avere proprio la forma di un sogno o di un’illusione, purché quest’ultima non diventi troppo simile a un nuovo mito, a una nuova certezza. In tal caso ci penserà lo script beffardo della vita a smontarla e rovesciarla da capo.

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Still dal film “Midnight In Paris”

In questo film, il bersaglio della morale antimoralistica dell’autore-regista è la convinzione che possa essersi mai data, a qualche coordinata spazio-temporale della storia umana, una perfetta “epoca d’oro”. La verità, invece, è che in ogni condizione e contesto le donne e gli uomini desiderano ciò che gli manca, e dunque qualunque periodo da sogno per uno sarà la squallida realtà per un altro. Midnight in Paris, allora, vince e può conquistare anche chi non ama né frequenta abitualmente il cinema di Allen perché un discorso così lucidamente disincantato viene espresso attraverso una leggerezza che è prima di tutto piacere di narrare una storia.

E il piacere è, in questo caso, anche quello di narrare una città, Parigi: un amore dichiarato (si pensi alla sequenza di inquadrature dal giorno alla notte che eccezionalmente anticipa e ritarda gli abituali titoli di testa naïf) che però resta sempre funzionale al racconto. La metropoli europea è corpo-teatro animato dalla vicenda che vi si svolge, piuttosto che cartolina per contenere insieme troppi pretesti narrativi (come sarà, purtroppo, nel successivo To Rome with Love). Allo stesso modo i personaggi, stavolta, non sono mai ridotti a figurine incolori, nemmeno le icone della storia artistico-letteraria ripescate e prese in giro per l’occasione: merito, in parte, di uno dei cast più ricchi e meglio assortiti della filmografia alleniana (tra gli altri, Adrien Brody, Tom Hiddleston e Kathy Bates), ma anche e soprattutto di un’ironia che serve i personaggi e non si limita a servirsi di loro, donando sapore e vivacità ad ogni tessera del mosaico onirico-parigino.

Come sempre nella poetica di Woody Allen, anche l’autore-regista è solo un altro di quegli esseri umani che gioca a dare un senso parziale e provvisorio a una vita che non lo ha: e, nel suo caso, il gioco-illusione che si ripete è quello, sempre in bilico tra sogno e realtà, che si chiama cinema. E stavolta, senza per questo ritrattare il suo sguardo nichilista sul mondo, il sognatore si diverte davvero molto a passeggiare nel suo sogno e nelle sue verità: e noi con lui.

Emanuele Bucci

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