Jurassic World – Fallen Kingdom

Jurassic World è stato una sorta faro nel deserto. Prima di essere un film che funziona come prodotto d’intrattenimento, Jurassic World è una pellicola fresca, dinamica, che gioca, caricandola al massimo, distorcendola, spingendola oltre i propri limiti, con la premessa base di progetti di questo tipo (cosa succede, in sostanza, quando qualcosa di apparentemente meraviglioso rivela la sua vera natura mortale e incontrollabile?) ma che non si adagia mai nella certezza di aver creato qualcosa che funzionerà, commercialmente parlando e in termini di favore del pubblico, qualsiasi cosa accada.

La prova, tra l’altro abbastanza evidente, di questa volontà di rimodellare costantemente il materiale di partenza risiede nel fatto che Jurassic World è, di fatto, un progetto che fa dell’analisi metatestuale più che della spettacolarità del blockbuster, il suo elemento cardine.

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Still dal film “Jurassic World – Fallen Kingdom”

L’obiettivo principale del film di Trevorrow, in sostanza, non è quello di fare spettacolo ma di riflettere retrospettivamente sullo stato di salute di quel genere blockbuster di cui egli stesso si dimostra un degno rappresentante. Proprio per questo, per la sua volontà di riflettere, di analizzare, di lasciare qualcosa a chi guarda, qualcosa, tra l’altro, di straordinariamente complesso come una chiave di lettura e di comprensione del cinema di consumo contemporaneo, si comprende come l’attributo principale di Jurassic World sia la solidità. Una solidità narrativa, questo senz’altro (Jurassic World ha in fondo il ritmo e il respiro di un film d’avventura straordinariamente anni ’90) ma soprattutto una solidità critica e argomentativa di livello straordinariamente alto. Il punto, tuttavia è che tutta questa luminosità e profondità sembra essere sparita quando si analizza in profondità un prodotto come il seguito di Jurassic World, quel Fallen Kingdom in cui sembrano dominare pressapochismo, superficialità dilagante e disorganizzazione.

Ed in fondo è un peccato. È un peccato perché le carte per essere un degno sequel del suo predecessore Fallen Kingdom ce l’aveva.

Molti credono che progetti come Jurassic Park o Westworld siano progetti one-shot, progetti cioè che funzionano una volta sola, solo nel momento in cui portano in scena un sogno, un desiderio più o meno segreto dello spettatore, che viene successivamente distrutto da conseguenze incontrollabili, ma la verità, molto probabilmente, è un’altra.

Still dal film “Jurassic World – Fallen Kingdom”

La verità è che si può effettivamente creare un franchise a partire da una distopia (cosa che in fondo sono i progetti come Jurassic World o simili), a patto che tu sia pronto e in grado di giocare con la forma, con la struttura stessa del franchise, arrivando a sperimentare attraverso di esso senza però mai tradirne lo spirito di partenza. E allora fa quasi tenerezza notare che una pista promettente in questo senso era stata già tracciata.

A dirigere Fallen Kingdom è Juan Antonio Bayona. Spagnolo, specialista in horror e gotici d’autore di stampo europeo. E allora eccolo qui il futuro di Jurassic World, eccola qui che la nuova via, la nuova linea del franchise, una linea che punta a modellare il tessuto profondo della creatura di Crichton e Spielberg fino a fargli assumere i tratti di un horror di stampo gotico dopo il primo episodio di impianto survivalista. E per quanto assurda possa sembrare questa strategia è stupefacente notare quanto in effetti funzioni questa nuova linea di lavoro.

Il problema vero di un progetto del genere, un problema di una gravità drammatica posto in prospettiva, è che i momenti in cui si può apprezzare quanto in effetti la linea di Bayona giovi (meglio, avrebbe giovato) ad un progetto del genere sono molto pochi, (la sequenza dell’Indoraptor nella camera della ragazzina, alcune scene nella villa, un paio di buone idee visive sull’isola).

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Still dal film “Jurassic World – Fallen Kingdom”

La sensazione molto forte è che Fallen Kingdom sia stato subappaltato. Juan Antonio Bayona è solo un nome di facciata per il franchise ed il pubblico ma l’idea generale è che il regista sia stato pesantemente controllato e gli stia stato impedito di sviluppare completamente la gran parte dei suoi piani (ed in effetti tutto ciò che di buono c’è in Fallen Kingdom è grezzo, sbilenco, piagato dal germe del non finito), a vantaggio di una sintassi, di una grammatica della scena, di un vero e proprio contenuto il più possibile accessibile alla più ampia fascia di pubblico possibile. Chi controlla Bayona, viene da chiedersi? Semplicemente la produzione, che stavolta, una volta di troppo, ha valicato i confini della sua area d’interesse e ha voluto creare, di fatto, quasi in provetta, a tavolino, un progetto che di fatto sacrifica qualsiasi parvenza di autorialità a vantaggio di qualsiasi soluzione scenica che gli permetta di ottenere un prodotto facilmente commerciabile, dinamico, accattivante, inaspettato per il pubblico contemporaneo, insomma un vero e proprio game-changer, qualcosa che cambi (o meglio, vorrebbe cambiare) le regole del gioco del cinema commerciale contemporaneo, senza rendersi conto che un approccio del genere non fa altro che snaturare letteralmente tutto ciò che Crichton prima e Spielberg poi hanno creato in termini di mitologia, feeling, anima.

La trama si regge su un’incongruenza narrativa che sembra ignorare non solo ciò che è accaduto in Jurassic World ma anche e soprattutto le premesse lasciate in Jurassic Park e The Lost World; per ottenere la spettacolarizzazione del racconto ad ogni costo si ignorano le regole base non tanto della fisica ma del vero e proprio REALE. Sui personaggi principali grava il peso di tutto il film che, piuttosto che venire equilibrato da storytelling e scene dinamiche finisce per cedere a causa delle battutine di Chris Pratt e di un generale imbarazzo derivato dall’incapacità del cast di sviluppare tutto il potenziale della pellicola. A margine, Fallen Kingdom sembra essere il primo film incapace di portare a pieno compimento le capacità di Jeff Goldblum, relegato a mero cameo con un time-screen totale di cinque minuti. In ultimo, il desiderio di voler organizzare su Jurassic World un vero e proprio universo narrativo più o meno condiviso alla maniera dei progetti Marvel/Dc, ha portato il team creativo letteralmente a riempire il film di spunti, di elementi, di input che molto probabilmente verranno sviluppati nei film successivi, senza rendersi conto che le uniche due conclusioni che hanno ottenuto sono una saturazione estrema della materia del racconto ed alcune derive della storyline insensate e chiaramente sviluppate solo per creare stupore e sensazione, pronte a ritorcersi contro i loro creatori nel momento in cui si comprenderà quanto possano essere ingestibili.

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Still dal film “Jurassic World – Fallen Kingdom”

Jurassic World Fallen Kingdom è in sostanza il goffo tentativo di creare un franchise sulla linea di quelli Marvel/Dc da parte di una casa di produzione che evidentemente dalle esperienze precedenti non ha imparato nulla, dato che ha escluso dall’equazione quella firma autoriale, quell’anima, che al di là di tutto costituisce il nerbo di prodotti di questo tipo. La speranza è che Fallen Kingdom venga considerato come un filler, un episodio di transizione in attesa del vero e proprio colpo di reni finale di questa nuova trilogia.

Alessio Baronci

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