I’d fuck Elvis

Il mito di Elvis Preasley nell’immaginario di Quentin Tarantino

Quentin Tarantino compare nel mondo del cinema nel 1992. E lo fa, spiegando il vero significato di Like A Virgin di Madonna. Poco importa se la stessa cantante, qualche anno dopo, gli manda una copia firmata del disco omonimo scrivendo nella dedica: “È una canzone che parla d’amore, non di fave grosse”. Troppo tardi. Per i cinefili di tutto il mondo, sarà sempre la canzone della ninfomane che incontra il superdotato capace di farle riprovare il dolore della prima volta. Anche se la strada è già bella che asfaltata.

Quentin Tarantino idolatra Sergio Leone al punto da non aver nessun pudore nel volerne ricreare il duo con Ennio Morricone. Ha affidato al compositore romano la realizzazione della colonna sonora del suo ottavo film, The Hateful Eight, permettendogli così di vincere quell’Academy Award for the Best Original Score inseguito per un’intera carriera. Nei film precedenti – da Kill Bill a Django Unchained – ne aveva invece saccheggiato e decontestualizzato i brani più famosi, rinnovandone il significato, come da tradizione tarantiniana.

Quentin Tarantino, insomma, fa delle interferenze musicali una colonna portante dell’architettura del suo cinema. Cosa sono i suoi dialoghi, se non frizzanti e orecchiabili canzoni pop? Ma a parte le dissertazioni su la grande fava di Madonna o il delirante Who-hoo delle 5.6.7.8’s che prelude agli squartamenti di Beatrix Kidoo; una delle influenze più forti del profeta del pulp è senza ombra di dubbio il Re del Rock and Roll: Elvis Presley.

Attenzione. Nelle colonne sonore degli otto film della filmografia tarantiniana, non c’è neppure una canzone di Elvis. Eppure, il mito di The King è presente nel suo immaginario tanto quanto le inquadrature di Leone o le melodie di Morricone. Un mito che resta però nel campo dell’inconscio e del non detto.
“Ci sono solo due tipi di persone al mondo. I fan dei Beatles e i fan di Elvis. Ai fan dei Beatles può piacere Elvis, e ai fan di Elvis i Beatles. Ma a nessuno piacciono in maniera uguale. Ad un certo punto, bisogna fare una scelta. E quella scelta… definisce la tua personalità”.

Questo monologo di Mia Wallace è una vera e propria chicca che fa parte delle scene (purtroppo) tagliate di Pulp Fiction. È comunque possibile leggerla nella sceneggiatura originale o vederla montata nei contenuti extra della nuova edizione home video del film. Tarantino si serve della metafora della presa di partito tra The King e i Fab Four per fotografare uno dei segni più tangibili della vacuità del suo tempo. Il passaggio, cioè, dall’era dell’amore universale per le Arti, a quello della ghettizzazione tra i generi e delle radicalizzazioni delle fan-base. Un fenomeno che attecchisce negli anni ’80 e ancora prosegue, nella sua estrema degenerazione, ai giorni nostri.

Non c’è dubbio. Alla domanda di Mia, Quentin risponderebbe “Elvis” senza esitazioni. La certezza, ce la dà la sua prima sceneggiatura venduta: True Romance, portata sulla schermo nel 1995 dal regista Tony Scott. In barba a tutte le rigidissime regole degli standard hollywoodiani di scrittura cinematografica; il futuro premio Oscar, allora sconosciuto e squattrinato, fa iniziare il suo copione con un monologo. Un monologo sul Re del Rock.

“In Jailhouse Rock era veramente il massimo del Rockabilly… ah! Il vero Rockabilly! Maligno, scorbutico, sgarbato, un mito! In quel film si vede che non gliene fregava un cazzo di niente, tranne che del Rock: di provare tutto e di morire giovane per lasciare un bel cadavere. Quando vedo quel bastardo avrei voglia di essere come lui. Come era bello. Guarda che non sono frocio. Ma Elvis era più bello di tante donne. Quasi di tutte. Lo sai? Se per assurdo fossi obbligato a farmi un uomo, metti che fosse questione di vita o di morte… beh, mi farei Elvis…”
A parlare è Clarance Worley, il protagonista del film. Sta cercando di attaccar bottone con una ragazza al bacone di un bar e prova a coinvolgerla in una discussione su Elvis. Si tratta forse del personaggio più sottovalutato, per importanza, della filmografia tarantiniana. Per un giovane autore, infatti, una delle tentazioni più irrinunciabili, è proprio quella di scrivere di sé stessi, farsi personaggio e drammaturgia. Alcuni lo considerano un errore, altri un punto di partenza fondamentale, da superare comunque prima possibile. Comunque lo si voglia considerare, le prime due pagine della sceneggiatura di True Romance sono forse le più autobiografiche mai scritte da Tarantino.

Chi è Clarance? Clarance è quello che oggi definiremmo un nerd. Fa il commesso in una videoteca e adora i film di arti marziali. Si gioca le sue già scarse possibilità con la ragazza invitandola ad una maratona di Sonny Chiba, tre film al prezzo di uno: Il Giustiziere, Il Ritorno Del Giustiziere, La Sorella Del Giustiziere. Insomma, è l’alter ego del futuro regista di Pulp Fiction, quando era ancora il commesso di una videoteca e passava le sue giornate a guardare VHS, folleggiare con Roger Avary e parlare di B-Movie italiani e Kung Fu Movie cinesi a chiunque avesse la pazienza di starlo ad ascoltare.

Cosa sogna Clarance? Come tutti gli sfigati, Clarence sogna di essere un figo. Figo come il più figo di tutti: Elvis Preasley. L’uomo che ogni uomo vorrebbe essere e l’uomo che ogni donna vorrebbe amare. È proprio per soddisfare quest’aspirazione che Quentin/Clarance creerà i suoi personaggi più immortali. Tutti i suoi machi dal cuore tenero, gli adorabili balordi con la risposta sempre pronta, devono al Re del Rock and Roll tanto quanto al Man with no name di Clint Eastwood.

In True Romance, Elvis diventa addirittura un fantasma/angelo custode. Clarance gli si rivolge direttamente nei momenti difficili. Appare per la prima volta quando il protagonista si trova a prendere la decisione estrema che cambierà per sempre la sua vita.

“Che cosa mi stai dicendo di fare?”
“Niente, ti dico quello che farei io.”
“Tu lo faresti?”
“Quello stronzo non merita di vivere. […] Basta che non ti fai trovare sul luogo del delitto con la pistola fumante in mano e la fai franca. Clarence, tu mi sei simpatico, mi sei sempre piaciuto, e mi piacerai sempre…”.

Il personaggio Clarance fa quello che l’uomo Quentin sogna di fare: trasformarsi da loser (sfigato) a bad ass (duro). E nonostante i miliardi, la megavilla con cinema privato, i film a budget illimitato per soddisfare qualsiasi capriccio cinefilo (come il glorioso 70mm); da qualche parte, nella sua testa, in Tarantino vivrà sempre l’insicurezza del commesso di videoteca che vede il successo e il mondo del cinema come un miraggio lontano. Ecco perché continuerà a creare dei bad ass alla Elvis con cui sognare.

E ora che – dopo i tuffi ne passato di Inglorious Basterds, Django Unchained e The Hateful Eight – Tarantino si appresta a tornare in uno spazio tempo D.E. (dopo Elvis) con il nuovo film in lavorazione Once Upon A Time In Hollywood, non è detto che non ci sia spazio per una nuovo omaggio a sua maestà il Re.

Nicola Salerno
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Nicola Salerno

Critico cinematografico, sceneggiatore e regista di pura fede tarantiniana. Si è laureato in Arti e Scienze dello Spettacolo presso l’Università La Sapienza di Roma presentando una tesi su INGLORIOUS BASTERDS di Quentin Tarantino con il prof. Paolo Bertetto come relatore. Ha conseguito il Master in Drammaturgia e Sceneggiatura all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico e il Filmaking Certificate alla London Film Academy. Ha scritto e diretto i cortometraggi BUCHE PROFONDE, IL SOGNO SENZA GLORIA, A CAVALLO DI UN SOGNO e IL BENE CHE NON BASTA. Ora è al lavoro sul suo primo lungometraggio...