Gangster Squad: Come Sprecare Una Buona Idea In Poche Mosse

Poteva essere Gli Intoccabili 2.0. Poteva, appunto.

La scelta degli attori prometteva bene, la storia pure. Ma, nonostante un cast all’altezza del compito, un villain mostruosamente affascinante e qualche avvincente scena d’azione in slow motion, Ruben Fleischer non è riuscito nel suo intento: regalare al pubblico un film che celebrasse i polizieschi classici e allo stesso tempo esibisse uno stile autoriale già presentato in Zombieland, sua opera prima.

Gangster Squad, infatti, risulta, a cinque anni di distanza, un manifesto evocativo di un genere che ha già detto molto (se non troppo), un’opera patinata il cui manierismo prova a nascondere invano una struttura narrativa palesemente debole e una recitazione al limite dell’ordinaria amministrazione. Al netto di alcune potenti scazzottate e spettacolari sparatorie, l’esperimento pop di Fleischer mostra il suo limite più grande: non riuscire ad andare oltre il passato, proponendo una pellicola appariscente ma poco originale, la cui sceneggiatura, stereotipata e intrisa di banalità, aveva la possibilità di raccontare una storia ispirata a vicende reali in maniera diversa, certamente migliore.

Gangster 1
Still dal film “Gangster Squad”

I protagonisti John O’Mara (Josh Brolin), Jerry Wooters (Ryan Gosling) e Grace Faraday (Emma Stone) rivelano anzitempo la loro natura di archetipi cinematografici rinchiusi in una Los Angeles fumettosa e artificiosa che, lasciando poco spazio alle loro tragedie, ai loro drammi e ai loro desideri, stende un lungo tappeto rosso per la vera star del film: Mickey Cohen, uno sfigurato antagonista, “dominato da un’insaziabile voglia di potere”, che strizza l’occhio all’estetica del Big Boy Caprice di Dick Tracy, all’arroganza del Tony Montana di Scarface e alla mimica di Willie Stark, protagonista di Tutti gli uomini del re (remake del 2006 di Steven Zaillian), interpretato (guarda un po’!) dallo stesso Penn. Sfortunatamente non basta solo il nemico a salvare la baracca: l’impalpabile e fiacco eroismo dei “buoni” si perde nello sguardo glaciale dei suoi interpreti, costretti a recitare in delle maschere che, in fin dei conti, non sono molto lontane da quella grottesca del loro antagonista.

Giulio Nocerino

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