Voldemort: Origins Of The Heir – Retromania E Convergenza Nel Fandom Di Harry Potter

Henry Jenkins, accademico e saggista statunitense, da quasi 20 anni si occupa del rapporto tra testo e lettore, della crescita delle fan culture e dello sviluppo dei franchise dell’industria dell’intrattenimento, oltre a porre una lente d’ingrandimento sul fenomeno della cultura partecipativa ovvero la capacità per gli utenti di ottenere le competenze necessarie per diventare fruitori attivi della New media literacy, una “cultura con barriere relativamente basse per l’espressione artistica e l’impegno civico, che dà un forte sostegno alle attività di produzione e condivisione delle creazioni e prevede qualche forma di mentorship informale”.

 

L’idea di cultura partecipativa contrasta con l’idea di audience passiva, che si trascina fin dalle prime elaborazione di modelli teorici della comunicazione mediata, a favore di un’audience partecipante e produttiva.

 

Nel 2006, in Convergence Culture, Jenkins ha elaborato il modello della cultura convergente, un modello culturale dove “vecchi e nuovi media si scontrano”, “forme mediali generate dal basso e dall’alto si incrociano” e “il potere della produzione mediale e quello del consumo interagiscono in modi imprevedibili”. La partecipazione attiva porta alla produzione, da parte degli utenti, di fan-fiction, web-episodi, fanart, parodie e altri tipi di prodotti, per far sì che gli stessi utenti (spesso parte di un fandom) si sentano parte della storia e abbiano la possibilità di ampliarne l’universo. Grazie alla cultura della convergenza, infatti, possiamo assistere al “flusso dei contenuti su più piattaforme”, “alla cooperazione tra più settori dell’industria dei media” e “al migrare del pubblico alla ricerca continua di nuove esperienze di intrattenimento”.

La convergenza non avviene tra le attrezzature dei media, ma nei cervelli dei singoli consumatori e nelle loro interazioni sociali, nel loro parlare dei media, sui media e con i media.

 

Si incoraggia, così, un processo di ampliamento basato su un’intesa tra utente e industria che  punti colmare i buchi narrativi grazie alla conoscenza di tutti i testi e ad una collaborazione attiva per dare un senso totale e compiuto all’opera principale. Nasce, quindi, una “narrazione transmediale” (differente da quella crossmediale, con La quale si traspone lo stesso testo su altri media) che contribuisce a completare l’esperienza dell’utente con nuove informazioni. Ogni medium, in questo modo, partecipa all’estensione della storia attraverso “un processo in cui elementi integrali […] si diramano sistematicamente attraverso molteplici canali con l’obiettivo di creare un’esperienza di intrattenimento omogenea e coordinata”.

 

Voldemort: Origins of the Heir è un prodotto che, come si può intendere dal titolo, si collega transmedialmente all’universo potteriano creato da J.K. Rowling, un fan-film ideato (rigorosamente senza scopo di lucro) da Gianmaria Pezzato, il regista, e Stefano Prestia, il produttore esecutivo. In seguito ad un’iniziativa di crowdfunding nel 2016 su Kickstarter, la Tryangle Film (la loro casa di produzione) è riuscita a raggiungere un budget di 15.000 euro, grazie al quale hanno regalato al pubblico (in particolare a quello del web appassionato del mago di Hogwarts) il loro contributo al mondo della Rowling, spinti dalla volontà di realizzare un’opera unofficial sopra la media, un prodotto da e per fan che evocasse le produzioni milionarie hollywoodiane.

 

L’obiettivo di Gianmaria Pezzato è quello di raccontare ed approfondire le origini del nemico giurato di Harry Potter, qui interpretato da uno Stefano Rossi perfettamente nella parte del giovane Tom Marvolo Riddle. Il regista\sceneggiatore elabora una struttura narrativa elementare e, a tratti, leggermente approssimativa (a causa, forse, della durata del prodotto): affidandosi all’interrogatorio di Grisha McLaggen Jr. (Aurora Moroni), l’erede di Grifondoro, Pezzato rivela una sua versione delle origini di “Tusaichi”, incentrando il racconto sul rapporto d’amicizia tra il giovane Voldemort e gli eredi dei fondatori di Hogwarts: la McLaggen, Wiglaf Sigurdsson Jr. (Andrea Baglio) di Corvonero e Lazarus Smith (Andrea Bonfanti) di Tassorosso. Al contrario di alcuni film nei quali si analizza le origini di un villain, Tom Riddle viene rappresentato come un egoista prepotente e pieno di se, un ragazzo senza quasi un briciolo d’umanità talmente consumato dalla smania di potere da risultare intollerabile persino agli occhi dei suoi “amici”: nonostante in più scene venga utilizzata una foto per sottolineare una fantomatica amicizia tra i quattro eredi, sembra che la scelta di Pezzato sia chiara: confermare la scelta della Rowling di descrivere il giovane Voldemort come un individuo incapace di provare empatia e amore, un mago tanto ambizioso quanto senza scrupoli, uno studente pronto a sacrificare la vita di tutti coloro che gli stanno attorno, lo ostacolano o provano a dissuaderlo dalle sue assurde ambizioni. Non è un caso, infatti, come, anche in uno dei ricordi\flashback di Grisha, Tom sieda lontano dagli altri tre eredi, come a voler evidenziare la sua natura diversa, la sua indole egotista e solitaria. Gli sguardi glaciali e i i sorrisi beffardi di Stefano Rossi, a tal proposito, incarnano perfettamente lo spirito del personaggio, che riesce, in questa piccola opera, a risultare una scelta più che azzeccata tanto da offuscare gli altri personaggi. Apprezzabile la scelta di affidare alle scene dialogiche dell’interrogatorio tra la McLaggen e il generale Makarov (un ottimo Alessio Dalla Costa) una funzione “confessionale”, che fungono da base narrativa per un racconto che, a prescindere da alcuni errori e da alcune discrepanze rilevate dai fan più attenti, si dimostra non completamente riuscito: ciò che non convince è, infatti, la fabula, la successione logica degli avvenimenti che comprende l’epilogo della vicenda, un piacevole colpo di scena che, però, stride con con il prologo e con il senso generale della narrazione, lasciando più di qualche dubbio allo spettatore.

Le imperfezioni della sceneggiatura vengono “magicamente nascoste” grazie ad un perfetto uso degli effetti speciali (in alcune scene all’altezza delle grandi produzioni), una scenografia maniacale (con location al limite della perfezione) e da una colonna sonora (di Matthew Steed e Stefano Prestia) che, pur non richiamando la theme principale della saga del maghetto, evoca a tutti gli effetti l’atmosfera delle sue musiche più cupe. Seppur realizzato con uno scopo ambizioso, quello di dare al prodotto un valore internazionale, è da bocciare quasi senz’appello il doppiaggio: il lavoro sulle voci è inadeguato, troppo slegato dalla recitazione (buona, nella media), talvolta fuori sync e non all’altezza del prodotto.

 

Un vero peccato, considerando che, al netto dei suoi errori (alcuni facilmente ravvisabili, altri meno), Voldemort: Origins of the Heir risulta un prodotto imperfetto ma comunque godibile. Un prodotto che, transmedialmente aggiunge ben poco al testo principale, ma dà la possibilità a dei ragazzi di provare a raccontare una vicenda visivamente ineccepibile. Una vicenda che, considerando la sua natura di fanfilm, si inserisce con dignità nell’universo di J.K. Rowling.

Giulio Nocerino

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