Solo – A Star Wars Story : Recensione

Quando a fine Giugno 2017 Phil Lord e Chris Miller vennero allontanati dalla regia del prossimo spin-off tutto dedicato agli anni giovanili di Han Solo e al loro posto venne ingaggiato (nel tempo record di due giorni) Ron Howard la sensazione che cominciò a serpeggiare nei cuori di appassionati e semplici spettatori rimava con una rassegnazione rabbiosa.

Secondo molti Solo era morto ancor prima di uscire nelle sale, la Disney si dimostrava la classica multinazionale mafiosa che mette al primo posto gli incassi (e le direttive aziendali) più che la creatività dei registi e degli sceneggiatori e Ron Howard altri non era che, letteralmente “l’uomo della compagnia”, chiamato a salvare il salvabile dal girato di Lord e Miller e riportare sui binari la produzione del progetto che ora, con buona probabilità, si sarebbe ritrovato privato dell’umorismo graffiante tipico dello stile dei due registi e, chissà, della sua carica eversiva nei confronti della mitologia di Star Wars.

Il rischio, in quell’estate del 2017 quando la notizia del cambio creativo al vertice comincia a diffondersi, è che Solo diventi un prodotto creato a tavolino, affidato ad un regista, Howard, chiamato a dirigere non perché effettivamente “autore” ma perché è un cineasta abbastanza d’esperienza da poter prendere un film la cui lavorazione è quasi agli sgoccioli e chiuderla senza colpo ferire e tappando qualsiasi buco sia necessario tappare.

Solo rischia di essere un film anonimo, privo di personalità, una scatola ben confezionata ma senz’anima insomma.

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Still dal film Solo – A Star Wars Story

Ebbene, la buona notizia è che Solo non soltanto ha effettivamente una personalità, ha qualcosa da dire, e soprattutto si caratterizza per una solidità e una coerenza di fondo relativa alla lettura del suo protagonista e dell’universo narrativo in cui va a inserirsi sempre più rara nel cinema contemporaneo. La cattiva notizia, tuttavia (almeno da un certo punto di vista), è che il Solo di Howard si presta certamente a più chiavi di lettura solamente a chi ha i mezzi per avvicinarsi ad esso nel più corretto dei modi, per tutti gli altri rischia di apparire come una pellicola scialba insicura e incapace di “dire” effettivamente qualcosa.

È per questo che è particolarmente delicato parlare di un film del genere.

Tutto torna, in fondo, tutto ha un senso intrinseco, tutto ha una giustificazione, soprattutto quando ci confrontiamo con progetti del genere e produzioni così complesse e caratterizzate da altissimi valori produttivi. In questo senso, tutto gira attorno proprio a Ron Howard. L’elemento che salta più all’occhio di Solo è in effetti una sua solidità di fondo. La regia funziona come un meccanismo ben rodato, non si verifica mai un sovraffollamento del quadro, volutamente non c’è la frenesia tipica degli action e, più in generale, dei blockbuster contemporanei, lo schema delle inquadrature non sorprende mai chi guarda con soluzioni visive inaspettate, solo per fare qualche esempio tra i molti.

L’impianto di Solo è in sostanza quello di un film classico, quasi un relitto di un cinema che è stato e non è più, il punto, tuttavia, è che indagando sulle sue vicende produttive è abbastanza chiaro che il film di Howard si caratterizza per questo impianto non per sua precisa volontà. Una scelta del genere ha radici nella necessità, lo si diceva, ma lo si ricorda ora, di ricostruire da zero un sistema di significati andato in pezzi dopo la dipartita di Lord e Miller, una ricostruzione che non può prescindere dunque da una guida autorevole e d’esperienza come quella di Howard e che soprattutto non può non innervarsi attorno a scelte, stilemi, provenienti da quel contesto creativo, quel “modo classico” di intendere il progetto cinematografico, in fondo l’unico che possa restituire alla materia del racconto, alla sua forma, quella solidità utile a ricostruire un progetto di fatto andato in mille pezzi.

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Still dal film Solo – A Star Wars Story

A chi accusa il film di Howard di non avere guizzi, di non essere al passo con i tempi e soprattutto con i ritmi dell’intrattenimento contemporaneo, di essere vecchio e stantio si potrebbe rispondere che non si può fare un film esplicitamente di rottura se quello stesso film è privo delle fondamenta, delle basi, per reggersi, quelle stesse basi, tra l’altro, che un regista andrebbe a sovvertire.

Bisogna tuttavia evitare di cadere in un facile equivoco: sebbene visivamente Solo non sia caratterizzato da nessun tipo di “autorialità” (una visione, una lettura, che letteralmente modella gli elementi della messa in scena per trasmettere un messaggio, una lettura critica del personaggio), non vuol dire che la presenza di un autore sia totalmente negata all’ultimo prodotto dell’universo di Star Wars.

Semplicemente, dovendosi confrontare quasi a forza con un contesto a suo modo “classico”, il film di Ron Howard trasforma questo “paletto creativo” in punto di forza e organizza una sua personale riflessione proprio su quel cinema classico e su quei “generi tradizionali” su cui si innerva il film.

Sebbene con meno forza e violenza del suo diretto predecessore, quel Rogue One che si è divertito a spiazzare spettatori e appassionati sporcando l’epica di Star Wars con le atmosfere prese direttamente dai classici del cinema bellico, dal modo di “leggere la guerra” tipico della New Hollywood anni ’70 e dai filmati girati direttamente su territorio vietnamita, Solo, rimescola costantemente la sua natura di film (post) classico, gioca con i generi, i sottogeneri, gli stilemi delle singole tendenze, i cliché di un cinema cristallizzato nel passato, proseguendo dunque in quel solco già tracciato da Rogue One che si installa nella riflessione attorno ad un mito che prima di (e oltre a) essere il mito di Star Wars (come accade nella Nuova Trilogia) è il mito americano, nella fattispecie la mitologia americana letta attraverso le forme e i linguaggi dell’intrattenimento cinematografico.

Rogue One organizzava la sua riflessione attorno al mito del soldato americano, di fatto distruggendolo avvalendosi delle forme che già, attraverso il cinema, erano state alla base della critica alla guerra del Vietnam, Solo riflette sulle forme cardine del cinema classico, il western, il melò, non arrivando a farne a pezzi i caratteri essenziali ma senz’altro distorcendoli, arrivando a disorientare le aspettative di spettatori e fan in virtù di quello straniamento che in fondo sembra essere la chiave di lettura di questa nuova piega intrapresa dall’universo narrativo di Lucas da Episodio VII ad ora.

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Still dal film Solo – A Star Wars Story

Il ragionamento, la lettura che organizza Solo è squisitamente multistrato e finisce per tirare in ballo molto più di ciò che si vede sullo schermo. Ciò che salta maggiormente all’occhio è che il film di Howard è un progetto che nasce al perfetto punto d’incontro tra il western di John Ford (da cui coglie le influenze maggiori), il melodramma hollywoodiano degli anni ’40 e l’heist movie “classico” (quello che fa capo a film come Rififi, Rapina A Mano Armata e Bob Il Giocatore), tre generi, tre dimensioni, i cui elementi cardine vengono dapprima posti in campo e subito dopo sparigliati, mescolati, per agire direttamente sul tessuto tematico del film e sul portato simbolico del mondo di Star Wars.

Ed è così che colei che dapprima potevano considerare la damsell in distress, la damigella in pericolo, diventa in chiusura misteriosa femme-fatale pronta a ingannare il giovane innamorato che fino a un attimo prima era pronto a morire pur di salvarla), è così che il topos della donna stravagante, anticonformista e indipendente (quello portato più volte su schermo dai personaggi di Katharine Hepburn) è incarnato dagli ingranaggi e dai meccanismi di un droide, è così che il cowboy protagonista (e in questo fa buon gioco la natura di “romanzo di formazione” propria di Solo) è un personaggio volutamente goffo, immaturo, gigione, e possiede nettamente meno fascino e carisma della spalla Lando Carlissian, è così che la tipica sequenza dell’assalto al treno si sposta su un convoglio a levitazione gravitazione, è così che la fuga sulla rotta di Kessel è organizzata facendo leva su più di un richiamo a Ombre Rosse di Ford.

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Still dal film “Solo – A Star Wars Story”

Non solo, perché spinto dalla volontà di confondere le acque, di giocare con le percezioni, le sensazioni dello spettatore, il film di Howard finisce per giocare con l’idea stessa che chi guarda ha di Han Solo, partendo, come abbiamo detto dal portare su schermo un personaggio volutamente più debole, grezzo della sua controparte adulta della trilogia classica, ma che soprattutto appare molto più impulsivo e fallibile di quanto ci si potrebbe aspettare. Han comincia ad entrare nei meccanismi di quel mondo fuori dalla legge in cui si ritrova quasi a forza solo a fine film, il momento in cui i suoi piani iniziano ad andare a buon fine, il momento della spettacolare rotta di Kessel, prima, tuttavia, ogni sua idea, ogni suo piano, finisce per fallire o per funzionare solo in extremis a seguito di un qualsiasi errore di calcolo e allora la domanda può sorgere spontanea: quanto c’è di vero nelle storie che il Solo adulto racconterà agli altri avventurieri nella galassia una ventina d’anni dopo quando incontrerà Luke e Obi-Wan, quanto del fascino emanato dal personaggio apparentemente infallibile, apparentemente troppo veloce e abile per essere fermato è frutto della realtà e quanto del mito, se non della vera e propria menzogna?

E allora ecco che attraverso queste riflessioni il film finisce per subire un lieve sfasamento e da progetto che riflette sulle forme dell’intrattenimento e della spettacolarità diventa (anche) un progetto che si inserisce nel solco della nuova lettura dell’universo di Star Wars iniziata da Episodio VII di Abrams. Il mondo di Solo continua dunque ad essere una dimensione ambigua, che intrattiene uno strano rapporto con la verità, un mondo cupo, in cui fanno irruzione con violenza la morte, la perdita, l’inganno, un mondo in cui gli eroi sono tratteggiati con molti più chiaroscuri del dovuto, una dimensione che non ha paura di flirtare apertamente con la guerra e di mettere in dubbio la natura delle sue icone.

Still dal film “Solo – A Star Wars Story”

Solo ha dunque il sapore di un piccolo miracolo.

Ron Howard è riuscito a salvare il film ed a organizzare una pellicola che, pur costretta a rimanere all’interno di un perimetro già tracciato per garantire la buona riuscita della sua realizzazione, parla con voce propria, ha un suo stile riconoscibile e, soprattutto, si inserisce coerentemente nel percorso già tracciato dai precedenti prodotti del franchise. Sicuramente il Solo di Lord e Miller avrebbe raccontato letteralmente una storia diversa (almeno sul piano stilistico e tematico), ma non lo sapremo mai, ciò che sappiamo è che il prodotto di Howard è ciò che di più lontano possa esistere dal film vuoto, privo di identità che rischiava di essere agli inizi della sua gestazione.

Alessio Baronci

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