L’isola dei cani – Il valore dell’amicizia e l’incontro tra culture.

“L’odio verso i cani è la sconfitta dell’intelligenza umana”ci ricordava il grande Mahatma Gandhi. Chissà se Wes Anderson ha avuto in mente questa frase mentre scriveva L’isola dei cani? Non fosse così bisogna ammettere che al regista texano non mancano certo fantasia e sensibilità.

Per questa sua ultima fatica è tornato a lavorare con l’animazione in stop motion, dopo l’adattamento della favola di Roald Dahl con Fantastic Mr. Fox, e ha realizzato un altro grandissimo film.

Giappone, 2037. Nella fittizia città di Megasaki una strana influenza canina a colpito tutti i cani gettando l’intera popolazione nella paura del contagio. Il sindaco Kobayaschi, visto lo stato di allerta, fa approvare un decreto che prevede l’allontanamento immediato e la messa in quarantena di tutta la razza infetta presso un’isola-discarica. Per dare l’esempio ai cittadini, il sindaco esilia per primo Spots, guardia del corpo e fedele amico a quattro zampe di suo nipote Atari. Deciso a ritrovare il suo cane, il piccolo Atari ruba un aereoplano e viaggia clandestinamente verso l’isola, dove nel frattempo gli annoiati residenti trascorrono le giornate tra scarti di cibo e occasionali zuffe tra branchi. Qui il ragazzo viene soccorso dai cani alfa Chief, Rex, King, Duke e Boss. Dopo qualche divergenza da parte di Chief (l’unico a non aver mai avuto un padrone, essendo un randagio), i cinque decidono di aiutare il bambino nelle sua ricerca, fedeli a quell’antico legame che da sempre lega le due specie, e accettano di proteggerlo dalle autorità giapponesi che vogliono riportarlo indietro. Insieme partono per un’avventura straordinaria il cui esito potrebbe cambiare il destino di tutti i cani e degli stessi abitanti di Megasaki.

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Iniziamo da una piccola parentesi. Tentare di costruire un discorso senza essere fuorvianti, specie quando l’argomento è l’analisi di un personaggio come Wes Anderson, è un compito gravoso ma necessario per comprendere pienamente il peso specifico di quest’ultima sua creazione. Chi ha familiarità con il cineasta e con quei giudizi che ne restituiscono la qualifica di un formalista sempre uguale a sè stesso mi segua. Ha dalla sua una firma riconoscibile al primo fotogramma, è un creatore di raffinati spazi vintage in cui i personaggi sono sempre dei soggetti stralunati, gli omaggi cinefili e musicali si sprecano e la forma è il termine ultimo che definisce tutte le sue opere. Se da un lato è innegabile la cifra stilistica di un autore come Anderson è altrettanto riduttivo leggere i suoi film unicamente come dei lavori stilizzati, eleganti e curati ma privi di novità. Tanto per fare due esempi, sarebbe come giudicare il valore di Quentin Tarantino basandoci esclusivamente sullo spessore dei dialoghi o ritenere che Xavier Dolan sia un abile montatore di lunghi videoclip fatti passare per opere cinematografiche.

È facile riconoscere in ogni suo lavoro quelle inquadrature, quei movimenti perpendicolari, quei piani frontali, le geometrie, la cura del particolare, la fotografia luminosa o la sovrabbondanza di riferimenti figurativi. Eppure c’è sempre qualcosa che sfugge ai più e li conduce su un falso mito, un pregiudizio o una fama a secondaria: quella di un puro esteta legato alla forma tanto da renderla una questione di maniera a scapito della sostanza. Chi si ostina a concentrarsi solo su questo forse non si accorge di ciò che invece sta dietro alla patine artefatte, alle musiche nostalgiche, ai personaggi stralunati, al black humor o agli omaggi affettuosi che animano le sue creature.

I Tenemabum,  Moonrise Kindom e lo stesso Fantastic Mr. Fox oltre ad essere opere stilizzate, curatissime e autoriali sono anche perfette costruzioni corali dove ogni personaggio ha uno spazio e i temi ricorrenti (come i rapporti familiari disfunzionali, il legame padre-figlio, la scoperta dell’amore e la difficoltà di coprire un ruolo rispetto alla propria natura) sono motivi precisi di un discorso che va sempre più evolvendosi di opera in opera. Chiaro manifesto di questa raggiunta maturità espressiva è stato Grand Budapest Hotel. In questo caso non si tratta semplicemente di una gustosa meraviglia per gli occhi, un divertente omaggio al cinema del passato con echi e ritmi della commedia slapstick, ma soprattutto di un interessante ragionamento sulla capacità salvifica dell’arte (non solo il cinema, ma anche la letteratura ad esempio) ma tante cose insieme, tra cui una malinconica riflessione sullo scorrere del tempo all’interno di una mise en abyme visiva e narrativa perfetta.

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Tornando a L’isola dei cani partiamo da una considerazione preliminare: tecnicamente parlando il film è una meraviglia creativa. La regia di Anderson non è solo elegante, raffinata e piena di dettagli, non solo raggiunge uno dei suoi risultati più belli ed eterogenei visivamente parlando anzi è proprio la qualità della sostanza che stupisce di più. La complessità del racconto è evidente non solo nell’intreccio, nell’amalgama di influenze e forme d’arte varie (dal teatro Nō alla letteratura cyber punk, dai cartoni animati di Chuck Jones alle stampe Hokusaki e l’influenza di maestri del cinema come Ozu e Kurosawa) che accompagnano una magnificenza e una perfezione visiva da lasciare a bocca aperta. Potremmo persino arrivare a considerarlo esteticamente come il piano d’incontro tra cultura orientale e occidentale, due mondi all’apparenza inavvicinabili che trovano una forma d’intesa incredibile tra la regia elegante e dinamica di Anderson e il tratto rigoroso e tradizionale delle composizioni artistiche giapponesi. La stessa sceneggiatura si muove su due racconti lineari (uno ambientato sull’isola l’altro in città), sempre pronti ad aprirsi, a fermarsi per tornare indietro e svelare una situazione situazione sotto una luce sorprendete o e arricchire il peso e la caratterizzazione di ciascun personaggio.

Il punto sta proprio nella capacità di sublimare tutta questa complessità in un meccanismo ben oliato senza risultare macchinoso né tanto meno superficiale. Come in ogni buona favola che si rispetti la forza si cela anche nella semplicità del messaggio, dell’insegnamento che si demanda al pubblico.

L’isola dei cani possiede una morale chiara e non si tratta di una lezioncina pedante. La riscoperta dei legami, il viaggio come riavvicinamento alle proprie radici e il cambiamento, inteso come crescita, arricchimento di prospettive, spinta propositiva per aprirsi agli altri sono da sempre motivi ricorrenti della poetica andersoniana, sviluppati in modo solido e personale.

Paradossalmente il cinema di superfici e colori di Wes Anderson ha sempre a suo modo raccontato storie dove le classiche categorie o il ruolo di buono/cattivo perdono completamente rilevanza; i personaggi della sua poetica, nonostante la loro essenza cartoonesca e “bidimensionale”, vengono sempre tratteggiati e distinti attraverso una caratterizzazione che va ben oltre il tipo di costume indossato o la canzone di accompagnamento. Si tratta di bambini cresciuti in fretta; figli in cerca di padri; padri inadeguati e irresponsabili; adulti mai cresciuti, folli, egocentrici, egoisti e chiusi nei loro piccoli mondi. I protagonisti hanno a che fare con situazioni familiari (o di gruppo) disfunzionali e questioni irrisolte finché  non giunge il momento di un ritrovo, di una fuga o in ogni caso di un cambiamento per comprendere qualcosa di più su se stessi e sulle relazioni con gli altri. Dando più spazio alle figure di Atari e Chieff, il regista esce per la prima volta da un contesto puramente “familiare”(messo volutamente in secondo piano) e si spinge su un confronto che tocca di più l’amicizia e il contatto con il diverso.

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Ne L’isola dei cani il tema l’incomunicabilità è espressa attraverso un’idea a dir poco geniale, ovvero far parlare gli umani in giapponese non sottotitolato mentre i cani nella lingua inglese. Ciò da adito a scene di spontanea comicità (come negli spassosi momenti di traduzione simultanee) senza perderne di vista il significato di cui questa scelta si fa carico. La distanza tra le parti non è semplicemente un motivo preponderante nel cinema di Anderson, ma il miglior modo di far relazionare i due protagonisti e farli interagire andando oltre la comprensione linguistica. Atari e Chief capiscono di avere bisogno l’uno dell’altro per riuscire nelle loro imprese e la capacità del regista di infondere calore in questo legame non appare mai stucchevole. Atari è un’orfano che fugge, lotta e reagisce alle ingiustizie per ritrovare l’unico amico che lo abbia mai compreso; Chief è un animale che rifiuta l’uomo solo perché ha paura di morderlo, di essere troppo attaccato ai suoi istinti, e si nasconde dietro l’utopia di una vita selvaggia per non legarsi a qualcuno. Il loro rapporto riesce a toccarci grazie alla delicatezza con cui esso si sviluppa e nei gesti in cui si manifesta come nel primo significativo abbraccio concesso da Chief, o quando quest’ultimo accetta di giocare come fosse un cane domestico o in un momento di silenzio che dice più di mille parole. 

L’isola dei cani vuole anche metterci in guardia sulle derive estremiste e xenofobe che stanno prepotentemente tornando nell’era Trump e caratterizza ambienti e personaggi guardando alle paure del Novencento e l’orrore dell’Olocausto. L‘isola è una sorta di lager in cui i cani vengono ammassati come gli ebrei nei campi di concentramento, il sindaco è un moderno dittatore che ama i gatti e sfrutta la propaganda e la politica del terrore per mantenersi al comando e il piano di far saltare l’isola con un’esplosione richiama facilmente”la soluzione finale”di orribile fama. In maniera coerente con tutto ciò l’atmosfera generale è resa più pesante e grigia rispetto che in altre pellicole, la comicità e l’ironia seppur presenti lasciano spazio ad una sottile amarezza di fondo così come la stessa colonna sonora di Desplait si adegua al contesto (la musica tambureggiante è un altro richiamo alla cultura giapponese) e risulta assai più contenuta che in passato.

L‘amicizia tra l’uomo e il cane diventa il simbolo di una lotta, quella di un gruppo di giovani che esaltano Atari come loro paladino e si battono per la salvaguardia della specie canina e perché la verità possa riconquistare la trasparenza che le fake news del sindaco Kobayaschi (citando sfacciatamente il Citizen Kane di Orson Wellestentano ogni giorno di distruggere per scopi personali.

Più che parlare della realtà Anderson vuole parlare alla realtà e  costruisce il sul film come la necessaria metafora di un mondo che si sta condannando da solo perché l’amicizia incondizionata e i principi di tolleranza vengono messi in disparte e in tempi tanto bui e confusi si preferisce dar credito a chi ispira odio e divisioni. Se siamo disposti a privarci persino del nostro migliore amico che fine faremo? Se davvero cadiamo vittime della propaganda e della paura per il beneficio di pochi e ci rinchiudiamo nel nostro egoismo cosa diventeremo?

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Ultimo consiglio prima di chiuderla qui, se ancora non avete visto il film o vi è capitato in una versione doppiata, è consigliabile recuperare la versione originale, non solo per cogliere pienamente il senso dell’operazione andersoniana ma anche per ascoltare il ricco cast di voci che vanta nomi del calibro di Bryan Cranston, Bill Murray, Edward Norton, Bob Balaban, Jeff Goldblum, Tilda Swinton e una riconoscibilissima Scarlett Johansson.

L’isola dei cani, dunque, non è solo un film perfetto in termini di visione, di costruzione e di drammaturgia ma tante cose insieme: una messa in scena teatrale; un racconto epico; una favola cupa e adulta; un’opera metaforica; un escape movie; un romanzo di formazione; un saggio delicato sull’amicizia. Soprattutto è l’ennesimo puntuale ragionamento di Wes Anderson sull’uomo e sulla necessità di confrontarsi con gli altri per riscoprire noi stessi e il valore della lealtà.

Laura Sciarretta
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