DOGMAN – Garrone va oltre la cronaca con un film di dolorosa bellezza

Per comprendere l’importanza di un’opera come Dogman, forse, è il caso di chiedervi quanto ne sapete davvero di Matteo Garrone.

Allora, facciamo un passo indietro di circa un anno e mezzo fa.

Dopo l’esperienza folle e complicata avuta con Il racconto dei racconti, il regista annuncia che il film su Pinocchio verrà momentaneamente messo da parte (per mancanza di fondi) e aggiunge una notizia bomba: lavorerà su un altro progetto, un’idea nata tempo fa e messa nel cassetto quando accettò di realizzare Gomorra. L’ispirazione viene da uno fatti di cronaca nera più efferati, memorabili e discussi della recente storia italiana, ovvero “il fattaccio del canaro della Magliana

Anni ’80, quartiere della Magliana. Pietro De Negri lavora come tranquillo toelettatore per cani. Da anni subisce minacce e violente vessazioni da parte di un delinquente di zona, un ex pugile professionista di nome Giancarlo Ricci, e per colpa sua finisce anche in prigione. Una volta uscito decide finalmente di vendicarsi. Prima convince con l’inganno Ricci ad entrare nel suo negozio, poi lo intrappola in una gabbia e lo uccide, dopo averlo torturato e seviziato per ore. De Negri all’epoca riportò una versione alquanto truculenta e dettagliata dell’omicidio, descrivendo tutta una serie di barbarie che scioccarono immediatamente l’opinione pubblica. In seguito molti esperti rivelarono che l’omicidio non era avvenuto esattamente nelle modalità così riportate ma, oramai, la notizia aveva già fatto il suo giro e la fama si era così consolidata, che tutt’oggi la gente ricorda quelle terribili dichiarazioni.

Still dal film “Dogman”

Garrone lo ha detto e ripetuto in tutte le interviste, in tutte le risposte sulla questione e nel press-book stesso: “Tutto, a cominciare dai luoghi, dai personaggi, dalle loro psicologie, è stato trasfigurato “. Proprio come Reality non era un film sul Grande Fratello, questo non è un film su Pietro De Negri e Giancarlo Ricci.

Per tornare al punto, è bene comprendere che Dogman non ha l’intento di ricostruire i fatti, né giocare con la fama del Canaro né sfruttarne la macabra attrattiva che vi è dietro (non aspettatevi splatter o scene da snuff-movie) ma vuole raccontare un’altra storia. La volontà chiara è usare il particolare e renderlo universale, ponendo subito fuori contesto qualsiasi ondata di facile indignazione o pregiudizio accusatorio. Secondo molte voci un’operazione come Dogman sarebbe sbagliata a prescindere per via della morbosa attrazione voyeuristica che l’episodio ancora suscita nella gente e per una sorta di mancanza di rispetto verso la vittima. Chi dice questo o non ha visto il film (quindi non sa di cosa parla) o molto semplicemente si sbaglia.

Riflettendo sulla filmografia di Garrone è infatti evidente che la cronaca nera ha sempre rappresentato lo spunto ottimale per il suo cinema, quindi non stupisce più di tanto che un autore come lui, noto per pellicole com L’imbalsamatore e Primo Amore, abbia deciso di prendere tra le mani una storia così violenta e feroce. Allo stesso tempo, quello che molti ignorano è che lui sia un regista interessato a quelle figure sgradevoli, brutte e umanissime di una realtà agli antipodi; anche in fondo Dogman mette al centro due personaggi complementari e pieni di contraddizioni, i cui desideri ossessivi saranno la loro definitiva condanna. Per essere più specifici, Garrone non cerca la spettacolarizzazione della violenza ma la sublimazione con un risultato che non solo evita di dare al pubblico quello che vuole ma riesce comunque a toccare nella viscere senza alcuna remora.

Fedele alla sua poetica, dunque, procede nuovamente secondo un’astrazione dell’architettura narrativa che scardina la trama da ogni stereotipo o retorica e non rinuncia ai suoi vezzi (girare in sequenza, cinepresa a mano, il gusto pittorico, l’immersione nell’ambiente e l’interazione con gli interpreti) inseriti in una messa in scena che lavora principalmente sui corpi e i comportamenti dei personaggi.

La realtà ha sempre ispirato storie per il cinema, specie in una tradizione culturale come la nostra, debitrice della grande stagione neorealista, Garrone però rielabora ulteriormente di segno questa dimensione per allargare lo spettro del suo sguardo su un piano narrativo che interroga il reale scavando dentro la nuda materia delle cose e caratterizzando le figure nel segno della tragedia. Dogman parla proprio di questo: le conseguenze delle scelte che facciamo quotidianamente per sopravvivere, dei sì che diciamo e che ci portano a non poter più dire di no, dello scarto tra chi siamo e chi pensiamo di essere“. 

Still dal film “Dogman”

La prima cosa che funziona, coerentemente al discorso sopra indicato, è la caratterizzazione e la resa dell’ambiente. Attraverso un eccellente lavoro operato sul set, la zona di Castel Volturno è trasfigurata in un un quartiere di periferia romana degradato e truce tra Compro Oro, locali con slot machine, campetti da calcio, edifici fatiscenti e molta delinquenza, a metà tra la borgata pasoliniana e i luoghi di frontiera tratti dal western di Cormac McCarthy. Si tratta di una terra di nessuno, un deserto di valori e prospettive dove l’unica legge che detta banco è quella del più forte: “Mangiare o essere mangiati”. Nelle mani del direttore della fotografia Nicolaj Brüel (senza dimenticarci dello scenografo Dimitri Capuano) l’atmosfera è subito sporca e sgradevole, gli spazi sono illuminati da squarci di luce giallastra che si spengono dentro tinte plumbee e il sapore lurido dell’immagine è quasi palpabile: un palcoscenico di sabbia e ruggine dove si consuma la più classica delle storie, quella di un idiota (che sembra uscito da un racconto a metà tra KafkaDostoevskij) che si lascia trascinare dal suo corrispettivo opposto e si illude di poter cambiare vita e ottenere dignità nel modo sbagliato.

Marcello è un uomo mite, dalla statura gracile e dall’animo gentile. Conduce la sua attività di in modo pacifico e accomodante. Ha occhi solo per una figlia dolcissima, nonostante il matrimonio fallito, e per tutti quei cani che gli capitano in negozio, di cui si prende amorevolmente cura. Non chiede molto se non farsi voler bene ma nel quartiere non c’posto per la tenerezza. Lì si muove anche Simone, detto Simoncino, un ragazzotto fuori controllo che terrorizza tutti, crea disordini e fa il prepotente con accesi attacchi di rabbia e Marcello è una amico ma anche la sua vittima prediletta. C’è chi vorrebbe sbarazzarsi del problema, chi si limita ad aspettare che qualcuno lo faccia fuori e chi ci prova, visto che la prigione non serve a nulla e le istituzioni stanno altrove. Marcello preferisce subire e lasciarsi trascinare nelle sue serate tra svago e delinquenza. A differenza degli altri crede di poterlo ammansire con due tiri di coca occasionali o accettando di fargli da palo quando serve da palo. Mantiene con Simone un’amicizia chiaramente malata intravedendo la possibilità di poter cambiare vita e di sopravvivere alla povertà percorrendo la strada più facile. Come un nano sulle spalle di un gigante, Marcello si affida all’animale più forte del branco finché l’ultima pretesa gli costerà un anno di carcere, la casa, il tempo con la figlia e la sua stessa reputazione.

Prova ad alzare la testa, a pretendere la parte che gli spetta (il bottino della rapina ai danni del Compro Oro vicino al negozio) ma questa società rurale e sottoproletaria è di quelle che non si è mai evoluta dalla formula hobbesiana di Homo hominis lupus. Non c’è amicizia o legame di lealtà che tenga (la fedeltà appartiene solo ai cani), non c’è famiglia solo egoismo, perché in questa giungla suburbana contano solo l’istinto di sopravvivenza, la sopraffazione e il volere tutto e subito. Lo spazio è fortemente centrale nel discorso: Marcello da persona debole quale è può sperare unicamente nella benevolenza del gruppo, proprio come Simone è un uomo che si affida ai suoi pugni per ottenere quello che vuole ma non ha alcuna prospettiva verso il futuro.

Garrone3
Still da film “Dogman”

Il lavoro sul casting è un’altra costante nel cinema di Garrone, infatti, proprio nel rapporto con la cronaca avviene un’ulteriore complicazione. I volti e i corpi dei protagonisti hanno poco o nulla dei tratti fisionomici di Pietro De Negri e Giancarlo Ricci, perché rispondono ad un altra direttiva artistica assolutamente lontana dal concetto di trasformazione performativa (a Hollywood il divo di turno viene truccato e ritoccato per renderlo somigliante al personaggio proprio per identificare l’immagine con quella reale). Nel caso di Dogman, l’applicazione del principio di autenticità e la messa in scena pittorica, portano Garrone a scegliere i suoi attori in base alla fisionomia, a i tratti distintivi e al modo di essere della persona e alla sua insita naturalità e come tutte queste caratteristiche assurgono a valenza drammaturgica: Marcello Fonte con la sua voce stonata, le movenze alla Buster Keaton e il corpo piccolo e smunto; Edoardo Pesce con la sua stazza rude e ingombrante da picchiatore; ma in generale tutti i comprimari, dal “coro” di quartiere ai volti presi di sfuggita nel carcere in cui finisce Marcello, hanno poco a che fare con la ricostruzione del fatto di cronaca, ma nuovamente ad una sua trasfigurazione.

Un altro punto da tenere presente è la messa in crisi del concetto di empatia nei confronti del protagonista. Pur avvicinando il pubblico dalla parte di Marcello, il film non lo tratta come la vittima innocente del sistema in cui vive, né un folle carnefice da esaltare. Lo spettatore ne afferra la dolcezza ma non può essere del tutto solidale, o condividerne le scelte o alcune azioni assai detestabili; ecco perché si percepisce un forte livello di disagio e tensione accumularsi sotto pelle. Perché Dogman possiede il peso terribile e concreto di un mondo che conosciamo e non ci piace, mostra il dolore di una tragedia ineluttabile e di una vita che sta lì oltre lo schermo e da cui non possiamo distogliere lo sguardo nonostante il disgusto e lo sconforto che si prova.

Dopo averci fatto scontrare con il mondo dei personaggi, dopo averci fatto sentire la costante violenza che opprime il protagonista e toccare con mano l’assurdità di questo mondo e l’assenza di legge e delle istituzioni, arriviamo al momento tanto atteso. Marcello non ha più nulla ma è deciso a riconquistarsi la benevolenza nel quartiere, così inganna Simone e cerca di ottenere quanto gli spetta, ma fallisce. Suo malgrado deve farsi carico di quel peccato che nessuno osava commettere ma, cosa ancora peggiore, si illude per un attimo che ciò possa rimettere le cose a posto. L’efferatezza perde ogni possibile attrattiva morbosa; il gesto è reso nella sua più nuda e crudele tangibilità come fosse frutto del caso, irrazionale, assurdo, la conseguenza di un azione che sfugge al controllo ma che non rende Marcello meno colpevole. Ecco che il finale scrive l’ultima amara condanna del protagonista:

Marcello cerca di attirare l’attenzione, di farsi sentire, vuole essere visto da quelli che considerava amici e che lo hanno etichettato come infame in seguito alla rapina. Vuole fargli sapere che ha ucciso il suo carnefice e liberato la comunità, urlarlo, ma si rende conto che non c’è nessuno. L’assenza di profondità ne sancisce la sua definitiva solitudine e il senso di alienazione. Questo piccolo uomo dai modi gentili, che ammansiva enormi bestie canine (come vediamo all’inizio), che sognava una fuga con la sua bambina e che prima si sentiva parte di un gruppo (o meglio ancora del branco) ora si ritrova da solo in quella landa desolata di giostrine e ruggine (un’immagine che evoca insieme la purezza e la corruzione), circondato da un silenzio assordante e disperato.

Still da film “Dogman”

Dogman è un film preciso, asciutto, essenziale nella messa in scena e nello storytelling (scritto insieme ai sodali Chiti e Gaudioso); una favola nera sulla banalità del male e il peso di un sacrificio consumato di fronte ad un palcoscenico di umana indifferenza. Perdonandogli qualche scelta narrativa poco limpida (come quella di non sviluppare meglio il periodo in carcere di Marcello con tutte le sue conseguenze), Dogman mette ottimamente da parte il fattaccio di sangue a cui si ispira, e ci consegna un quadro doloroso e potente con i suoi volti e le sue immagini, di quelli che difficilmente si dimenticano. 

In un periodo in cui ci si continua a chiedere cosa aspettarsi dal cinema italiano e cosa serve per svegliarci e renderci conto delle potenzialità che abbiamo davanti, Garrone è l’ennesima voce che coraggiosamente ci risponde senza mezzi termini (tra l’altro nello stesso periodo in cui Sorrentino è al cinema con Loro 1 e Loro 2), rimanendo fedele a sé stesso e alla voglia di raccontare le storie che fanno male sul serio.

Laura Sciarretta
© Riproduzione riservata