Deadpool 2

Non bisogna lasciarsi trarre in inganno. Se è vero che il Deadpool di Tim Miller ha rappresentato di fatto una ventata d’aria fresca per il modo di intendere il cinecomic (soprattutto se lontano dal controllo creativo e dalla mastodontica architettura narrativa Marvel/Disney), è altrettanto vero che il film dedicato al Merc With A Mouth al netto dei fatti si dimostra un film tutto sommato curato, ben realizzato, ma che non centra completamente il bersaglio.

Il cuore, l’indubbia passione e il fortissimo spirito anarchico e di rottura che caratterizza Deadpool non riescono di fatto a nascondere i difetti di un film che più di una volta finisce col fiato corto a causa di una regia generalmente poco ispirata, di uno storytelling straordinario nelle sequenze più brevi, contenute, ma non in grado di organizzare una narrazione di più ampio respiro, di un approccio al personaggio, fatto di cura e affetto nei confronti della materia ma che tuttavia sembra procedere, pur animato da un desiderio di rottura delle convenzioni, col freno a mano tirato.

Quello rappresentato nel film di Miller, in sostanza, è Deadpool ma, se rapportato alla caratterizzazione, agli atteggiamenti che il personaggio ha nei fumetti (volutamente al limite della decenza, traboccanti black humour e violenza splatter), è un Deadpool a metà se non a un quarto della sua potenza, del suo potenziale, un depotenziamento ascrivibile senz’altro alla necessità di rendere il prodotto commerciabile e appetibile ai più ampi strati di pubblico possibile ma che senza alcun dubbio danneggia irrimediabilmente la resa del personaggio su schermo, a contatto con un medium che invece dovrebbe essere la sede in cui lasciare letteralmente esplodere le potenzialità del mercenario chiacchierone.

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Deadpool 2, in questo senso, parte, sul piano creativo, dal primo episodio ma sembra aver imparato la lezione alla perfezione e, soprattutto, pare dimostrare una consapevolezza straordinaria della Regola Del Blockbuster già incontrata quando ci siamo confrontati con prodotti quali Fast And Furious 8 e Transformers L’ultimo Cavaliere.

Il film di Leitch prende le mosse, creativamente, dal progetto di Miller e decide di alzare il tiro, ora che può contare su un budget più consistente e che si è liberato da alcune scelte narrative di fatto obbligate quando si parla di affrontare una Origin Story al cinema, inaspettatamente, tuttavia, la sensazione è che la pellicola punti a portare a termine i suoi obiettivi adottando una strategia inaspettata se rapportata al contesto produttivo in cui si inserisce.

Deadpool 2 è senz’altro un blockbuster di qualità, di profondo impatto rispetto al modo di intendere il blockbuster e il cinecomic nel cinema contemporaneo, oltreché la pellicola che forse rende più profondamente giustizia alla creatura di Rob Liefeld, ma riesce nei suoi intenti di fatto utilizzando più il cervello che la semplice forza bruta.

Il team creativo ha in sostanza capito che le esplosioni, le sparatorie, gli arti mozzati, in breve, l’estremizzazione della spettacolarità è un’entità labile, transitoria, costituisce un appagamento momentaneo, non certo la spina dorsale che rende memorabile un’opera d’arte.

Deadpool 2

Al Deadpool cinematografico serviva prima di qualsiasi altra cosa una visione, un’organizzazione mentale, uno stile riconoscibile, una spina dorsale, poi si sarebbe potuto pensare a lavorare sulla spettacolarità.

Il fascino di Deadpool 2 è dunque nella cura del particolare, negli intarsi, nei raccordi che organizzano e sostengono la spettacolarità più che nella spettacolarità stessa. La bellezza di un film del genere risiede dunque prima di tutto nell’occhio di David Leitch, di fatto, uno dei cinque registi action più talentuosi del cinema contemporaneo. La sua frenesia ordinata, la sua capacità di girare la più movimentata delle sequenze d’azione, delle sparatorie, dei combattimenti a fior di spada mantenendo sempre una lettura pulita della scena, una fluidità straordinaria dei movimenti di macchina e un coinvolgimento dello spettatore ai massimi livelli. Insieme alla fotografia tipica delle produzioni di Leitch, estremamente stilizzata, a dominante fredda, caratterizzata dai toni del blu, dell’azzurro, del viola, la regia di Deadpool 2 è l’impianto ideale per portare in scena un personaggio del genere, soprattutto se teniamo a mente che David Leitch, un passato da stuntman sul set e un presente da capo coordinatore delle scene d’azione, ha curato lui stesso, per primo, le coreografie delle scene di combattimento, esattamente come già accaduto in John Wick e in Atomica Bionda.

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Lo “scollamento” tra regia e azione, tra visione e personaggio che si riscontrava nel primo film dunque non esiste più, in Deadpool 2 la regia è letteralmente cucita su misura per il personaggio di Ryan Reynolds, ma, più semplicemente, sembra essere letteralmente al servizio degli enti sulla scena.

Altro elemento interessante da segnalare della creatura di Leitch è il modo in cui è gestito lo storytelling. Anche in questo caso, torna la tendenza a lavorare sulle fondamenta della narrazione, per solidificarle, per amplificarne la portata, per aumentare l’empatia tra opera e fruitore. La storyline acquisisce respiro, si misura con una trama oggettivamente più complessa dell’episodio precedente ma sopratutto è la cartina tornasole attraverso cui si tematizzano punti critici di interesse comune come il bullismo, i cambiamenti dell’adolescenza, la violenza e le sue radici, oltre a ciò, ci confrontriamo con personaggi finalmente caratterizzati in maniera convincente e coinvolgente. Deadpool perde la sua bidimensionalità e si arricchisce attraverso l’interazione con la coralità dei personaggi in gioco, oltreché attraverso felicissime parentesi che ne mettono in luce un sorprendente lato umano e una delicatezza inaspettata.

Poi viene tutto il resto. Poi vengono alcune delle scene action più belle degli ultimi dieci anni, gli scambi di battute caustiche, i duetti straordinari tra Josh Brolin e Ryan Reynolds, il black humour, lo splatter, il politicamente scorretto, i riferimenti metacinematografici, gli sfondamenti della quarta parete, stavolta ancora più insistiti e coraggiosi, dato che Deadpool 2 porta in sé, nel tessuto cinematografico, l’auto-consapevolezza tipica del personaggio e dunque quasi ogni singolo elemento del racconto “sa” di essere parte di un sequel, sa che il sequel porta con sé dei rischi di “normalizzazione” del personaggio, sa che l’interprete del film è quel Ryan Reynolds che quasi si giocò la carriera ai tempi di Green Lantern, sa, ovviamente, di essere un tassello dell’universo narrativo legato agli X-Men. Poi però, in un secondo momento.

Prima ci sono una lucida consapevolezza del mezzo e una lettura critica degli strumenti tipici del genere di riferimento.

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In Deadpool 2, dunque, l’azione, la spettacolarità, finiscono per essere il mezzo, non più il fine dell’opera. Proprio la regia, proprio la guida, fanno in modo che il film di Leitch punti a funzionare prima come pellicola commerciale d’autore, e dunque come prodotto cinematografico solido, a suo modo memorabile e poi come divertissment.

Deadpool 2 è dunque una nuova, lucida riflessione su quanto si possa fare del cinema profondo, consapevole, d’autore anche quando ci troviamo in un orizzonte commerciale.

Alessio Baronci

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