Di Cosa Parliamo Quando Parliamo Di Cinema E Passato

Se da un lato è vero che questo spazio nasce come luogo di dialogo e confronto tra NOI (che ci occupiamo di cinema in ambito più o meno accademico, studiandolo con fare razionale, con atteggiamento attento e lasciando poco spazio alle emozioni) e VOI (gli spettatori, quelli che il cinema lo guardano spinti da curiosità e desiderio di evasione, quelli per i quali, spesso, un film è solo un film e magari non puntano ad approfondire ulteriormente ciò che vedono oltre i confini del sensibile), dall’altro, forse, non potevamo scegliere argomento più complesso per iniziare il nostro viaggio di scoperta e di approfondimento della dimensione cinematografica e, più in grande, dell’intrattenimento televisivo contemporaneo. È in effetti opinione comune affermare che il cinema contemporaneo sia una dimensione morente, taglieggiata dal desiderio di fare cassa a svantaggio della ricerca dell’artistica, intrappolata nella coazione a ripetere di modelli di successo, letteralmente fatta a pezzi dal modello produttivo del Blockbuster.

La minaccia più grande che lo spettatore contemporaneo sembra percepire nel momento in cui riflette sul contesto cinematografico contemporaneo sembra essere il costante riferimento ad un’estetica del passato. La potremmo chiamare Retromania (mutuando il termine da Simon Reynolds) questo legame con il passato, questo costante ricrearsi su schermo di atmosfere perdute, questa tenacia nel conservare e rievocare di continuo sensazioni provenienti da un ambiente altro, lontano, appartenente all’interiorità dello spettatore medio, a ciò che è stato, un ambiente che può essere evocato a piacere, come un’immagine nel suo inconscio, attraverso determinati input, suoni, motivi ricorrenti.

Tornano, nei film, nelle serie tv con cui ci confrontiamo, le atmosfere anni ’70, ’80, i synth dei film di Carpenter, gli action hero senza macchia né paura tipici dell’era Reagan, i mostri che spaventavano i bambini divenuti ora spettatori adulti, evocati concretamente o attraverso delle sorta di eco lontane ma riconoscibili da chi ha lo sguardo giusto per osservarli.

Il passato ritorna.

Lo fa come inside joke, come ammiccamento allo spettatore avvertito, lo fa, spesso, con intento parodico (in questo momento, accanto a me, c’è una copia di Far Cry: Blood Dragon, che è un videogioco, ok, ma che nel nostro contesto, fatto di transmedialità ben spiega il meccanismo di retromania parodica, portando su schermo, immergendo il giocatore, in una vera e propria parodia del film action anni ’80 con echi retrofuturisti), ma arriva altrettanto frequentemente a prendersi dannatamente sul serio e a trattare il passato come un deposito di materiali da costruzione attraverso cui dare sostanza a nuove creazioni artistiche (e il progetto Stranger Things ci dice tantissimo in questo senso).

E allora ecco che il passato, meglio, il rapporto che lo spettatore instaura con il passato ci si pone davanti in tutta la sua problematicità. Si tende a rifiutare il passato, perché affossa il cinema, perché fa adagiare la creatività su un riparo sicuro, perché non permette la creazione di prodotti originali ma al contempo non si può fare a meno di tenerla presente nel contesto socio-culturale contemporaneo, perché in cuor nostro ne abbiamo bisogno, perché nel nostro inconscio (ma ci si tornerà) cerchiamo costantemente un contatto con una dimensione passata, istintivamente riconosciuta come stabile, sicura, rassicurante.

Da questa premessa partono le riflessioni che animano il primo numero bimestrale della nostra rivista online. Si sceglie, in piena controtendenza con l’atteggiamento odierno, di considerare il rapporto con il passato e la costante fascinazione che esercita sulla maggior parte degli spettatori come una delle componenti imprescindibili del panorama cinematografico e seriale contemporaneo. Non ci si chiede più, in sostanza, se sia lecito o meno creare dei prodotti d’intrattenimento prelevando costantemente dal passato, soprattutto se poi, i prodotti “Retromaniaci” che animano il nostro presente sono validi e interessanti, ci si chiede, piuttosto di che natura sia il rapporto che di volta in volta si instaura tra il film, il passato e lo spettatore. E allora, ecco che, per certi versi, ogni articolo di questo primo numero è dedicato ad una sfaccettatura diversa di questo rapporto.

  • Si analizzerà perciò, in primo luogo, il rapporto tra cinema contemporaneo e modelli del passato, utilizzando come caso di studio il vero e proprio “game-changer” del cinema italiano contemporaneo: Lo Chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti.
  • Ci si dedicherà poi ad analizzare la riproposizione, nel contesto contemporaneo, di un sottogenere, quello della Blacksploitation, che ha nel suo stesso tessuto istanze che rimano con una vera e propria identità culturale, con il Black Pride, con l’emancipazione dei neri, attraverso l’analisi del cult indipendente Black Dynamite.
  • La terza stagione di Twin Peaks è stata l’evento televisivo del 2017. In che modo la serie interroga lo spettatore, il passato ed il rapporto di chi guarda con ciò che è stato? Abbiamo provato a interrogare l’ultima creatura di David Lynch in questo senso.
  • Passato, fandom e filosofia DIY. A inizio 2018 è uscito il fan movie tutto italiano completamente dedicato al personaggio di Voldemort della saga di Harry Potter. In che modo un creativo esterno alla saga si rapporta a quella che a tutti gli effetti ora è un’icona del passato, la riutilizza, la reinserisce nel flusso delle immagini contemporanee, la rende di nuovo “attiva”?
  • In ultimo: la Retromania evoca sempre un ambiente, un contesto, positivo, sicuro? Cosa succede, piuttosto, se il passato in cui viene immerso lo spettatore si rivela essere una zona pericolosa, minacciosa, di difficile decifrazione per chi guarda? Che succede, in sostanza, se la Retromania viene utilizzata, criticamente, per ribaltare i valori della Retromania stessa agli occhi degli spettatori? È l’argomento di riflessione dell’ultimo articolo, che analizza il rapporto con il passato che struttura Atomic Blonde di David Leitch.

In questo numero si parla di passato, ma l’idea è che le nostre riflessioni, queste ma anche e soprattutto quelle che seguiranno, possano servire a chi legge come vero e proprio strumento per analizzare l’intrattenimento contemporaneo, che è molto meno vuoto, fiacco, pigro, prevedibile di quanto appaia in superficie, e che si schiude in tutta la sua pienezza se si hanno in mano gli strumenti giusti per osservarlo. Noi siamo qui per fornirvi questi strumenti.

 

Buona lettura!

 

Alessio Baronci