Cinema, televisione e vintage secondo Gabriele Mainetti

Siamo nell’epoca del vintage! Fateci caso. Ovunque ci giriamo troviamo una serie infinita di schermi e modelli narrativi, simulacri visivi e sonori, che si offrono a noi in quanto depositi del postumo. Oggetti che non riusciamo a non accogliere con il sentimento di affettività che ci spinge verso un piacevole desiderio di rinnovamento, una sorte di volontà di rivitalizzare il passato e farlo rinascere.

La tv, che dagli anni ’70 in poi ha in qualche modo segnato la cosiddetta “crisi nel mondo del cinema” ponendo la pietra tombale in quella curiosa fase della nostra cinematografia dai più definita l’eta d’oro dei generi (lo spaghetti western, l’horror, cinema erotico, il poliziesco e il giallo con le derive comco-trash degli stessi)con i suoi Sergio Leone, Dario Argento, Sergio Corbucci, Mario Bava e altri ancora, sta riportando alla nostra attenzione quegli stessi divi e quelle stesse mode che una volta gustavamo in sala e hanno segnato le nostre adolescenze. Le piattaforme streaming (il caso Netflix, ma non solo), i canali satellitari, la rete con i suoi blog e i suoi siti nerd sono ricolmi d’immagini e riferimenti alla cultura visiva di una trentina di anni fa e fungono da depositi preferenziali in questo senso. Ne L’invenzione della nostalgia lo studioso Ennio Morreale spiega quanto questo forte sentimento di rivitalizzazione e dello sfruttamento dell’effetto nostalgia sia partito proprio dalla costante messa a disposizione, da parte dei media, di questo vasto contenitore di immagini e quanto tutto ciò abbia contribuito al rifiorire dell’industria cinematografica, almeno fino agli anni ’90. Nel trattare il legame tra arte rappresentativa e revival parla di un «cinema già divenuto postumo» che si riattiva tramite il ricordo e viene riproposto in forme come l’omaggio, la parodia o ragionamenti ulteriori sulla distanza tra modello e simulacro. Il cinema attuale diviene, quindi, in quest’ottica «la principale fucina di modi di fruire nostalgicamente il passato» e la possibilità privilegiata di un riuso creativo del mito.

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Poster film “Il ritorno del Monnezza” con Claudio Amendola.

Gli esiti di queste operazioni non hanno sempre funzionato, si sono dimostrate incapaci di offrirci qualcosa di nuovo o peggio hanno totalmente frainteso il senso dei referenti originali e della ricezione del pubblico (su tutti Sapore di mare o Il ritorno del Monnezza). Una situazione di cui forse non ancora ci si rende conto pienamente come ha dimostrato il recente flop di Super Vacanze di Natale, in cui ci si è limitati a riproporre un montaggio di scenette famose. Forse ripartire da qui ci aiuta a comprendere la nuova necessità che ci si pone di fronte: comprendere appieno cosa si può offire di attraente, di fresco al pubblico attraverso il ritorno del passato. Esiste una strada nuova che del vintage ne faccia motivo d’orgoglio senza esserne schiavi? Lo chiamavano Jeeg Robot ci spinge a riflettere sul riuso creativo di questo cinema postumo e più in generale delle immagini vintage della nostra memoria di spettatori.

Gabriele Mainetti, il regista del film, nasce come attore e compositore romano finché non studia regia e storytelling negli Usa ed è così che inizia a realizzare dei cortometraggi fino all’esordio sul grande schermo con Jeeg. Un quarantenne che, attenzione, ha preso quel vasto immaginario culturale di cui abbiamo parlato prima, con i suoi generi nati tra gli anni ’60-’70 e  poi riscoperti in tv, i filoni comico-parodistici di serie B degli anni ’80, le mode e la musica di quell’epoca di passaggio per re-inserirlo e rifiltrarlo in una sorta di mega-contenitore dove ha potuto rimescolare e contaminare quell’universo visivo, sonoro e iconico di immagini rese merci di trasmissione in tv con le sue passioni d’infanzia, più precisamente con l’animazione giapponese e i manga, senza fare copia incolla o sterili riproposizioni, ma qualcosa di sensibilmente più interessante.

In fondo la retromania teorizzata da Reynolds che cos’è se non la pratica di fare arte traendo spunto direttamente dalla nostra memoria di fruitori? In questo caso Mainetti riprende le immagini affettive che hanno riempito la sua immaginazione, quelle di uno spettatore-bambino che seguiva in tv le avventure di Ufo robot, Lupin, Mazinga e Jeeg Robot D’acciaio e le ha trasfigurate sopra modelli narrativi e visivi del cinema che ama. L’altro aspetto fondamentale, che affronterò più oltre, sta poi nella scelta di impostare il contesto d’azione su un piano il più possibile ordinario, sporco, vicino agli ambienti della “realtà” (spesso) della città eterna e delle sue periferie, ovvero Roma con i suoi volti e le sue storie.

Sin dai suoi cortometraggi, Basette e Tiger Boy, questa pratica si è resa evidente e in Lo chiamavano Jeeg Robot ha trovato di certo la sue estrema finalizzazione. Ritorniamo brevemente su questi primi lavori, scritti insieme a Nicola Guaglione, ora suo collaboratore feticcio.

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Antonio (Valerio Mastandrea) nei panni di Lupin.

I personaggi di quel che si potrebbe chiamare “universo Mainetti” formano le proprie identità e i rispettivi processi di crescita sempre partendo da una serie di immagini prese dal piccolo schermo, sempre da un omaggio. Schermi che, in prima battuta, si ispirano agli eroi dell’infanzia, quelli tratti dagli anime giapponesi che trasmettevano su Bim Bum Bam o Italia Uno per intenderci. Basette è un omaggio al mito cartoon Lupin III, in cui il protagonista Valerio Mastandrea sogna di compiere l’impresa del suo eroe e si fa accompagnare dal Jigen di Gialllini e il Goemon di Liotti nella borgata di Tor Bella Monaca. Tiger boy è un bambino che indossa una maschera riciclata e ispirata al lottatore di Corviale detto “Il Tigre”, che è in fondo la rivisitazione coatta del personaggio creato da Ikki Kajiwara. In entrambi i casi il regista immagina una realtà finzionale, in cui un uomo di quarant’anni per realizzare le sue fantasie si atteggia, indossa la vistosa giacca rossa e le basette del ladro gentiluomo, e un bambino, preda della violenza, deve trovare la forza per reagire ad un pedofilo e ciò avviene attraverso l’esempio di un uomo mascherato. La base narrativa è sempre quella di un personaggio che vive un dramma nel quotidiano e che vede nel passato qualcosa di straordinario.

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Il piccolo protagonista nel suo “costume” da uomo tigre.

Lo chiamavano Jeeg Robot è stato definito “un cine-fumetto”, ma è una definizione forse fin troppo riduttiva. In realtà, si tratta di un lavoro che punta più sulla contaminazione di generi e linguaggi di vario tipo che un opera narrativa costruita sulle avventure di un personaggio da fumetti. L’assenza di una fonte cartacea spinge così a riflessioni che permettono di oltre gli inutili raffronti con le esperienze Marvel o Dc. Appare chiaro, infatti, che dietro l’impostazione da origin story del protagonista Enzo Hiroshi Ceccotti, che ancora non sappiamo se ritroveremo in eventuali seguiti, il reale vettore di tutta l’operazione sia lo stesso alla base dei cortometraggi. Anzi, nel film è ancora più  marcata ed evidente la presenza di quell’elemento fantastico capace di inserire lo straordinario nel contesto ordinario della realtà alla periferia di Roma.

I personaggi principali di Lo chiamavano Jeeg Robot sono in qualche modo figli di questa cultura televisiva del vintage di cui fa parte Manetti:

“Ciascuna delle tre figure attorno a cui si costruisce il film raffigura, attraverso i suoi apparati retorici, gli stili, e le proprie iconografie, una precisa comunità d’ascolto: Alessia (Ilenia Pastorelli), bambina sperduta in un corpo di donna, in fissa con Jeeg Robot d’acciaio, incarna il pubblico del contenitore pomeridiano per ragazzi; Fabio “Lo zingaro” Cannizzaro (Luca Marinelli), capo d’una batteria di delinquenti di quartiere e interprete en travesti delle signore della musica leggera italiana Anni 80, è la degenerazione dei mega-show generalisti di pura evasione; Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria) ladruncolo sfigato votato al più totale anonimato, consumatore compulsivo di dvd porno, è evidente rappresentanza del cosiddetto pubblico della notte.” (Matteo Marelli; Recensione Lo chiamavano Jeeg Robot; gli Spietati.it, 12/01/016)

Alessia alla pari del bambino di Tiger Boy trova rifugio nello schermo del suo lettore Dvd e sposta quell’universo di Robot difensori e minacce all’umanità, creato da Go Nagai, sulla vita e sulle persone che si muovono intorno a lei, perché la realtà è troppo inaccettabile, schifosa e orrenda per la sua mente infantile e fragile; Enzo è un menefreghista che ha preferito sostituire il calore o la semplice vicinanza umana  con filmetti porno, rinchiudendosi nel suo egoismo, e infine il criminale Fabio, uno che vorrebbe essere il Libanese di Romanzo Criminale e vedere la sua immagine ovunque, è il capo di una batteria di ladruncoli d’auto incapaci di star dietro alle sue folli idee di grandezza, un drogato di visibilità che pur di ottenere Like sui social pensa di far esplodere una bomba all’Olimpico durante il derby della Capitale.

L’idea di un cinema inteso come principale fucina di modi di fruire nostalgicamente il passato e la possibilità privilegiata di un riuso creativo del mito archetipico riparte perciò da quegli anni d’oro che la tv sembrava aver annientato ed è qui che il vintage funziona ma allo stesso tempo, Lo chiamavano Jeeg robot non si limita a questo, o quantomeno non in modo unicamente elogiativo. Si avverte un atteggiamento critico nella volontà di restare attaccati al passato, quando ci impedisce di evolvere, di crescere e vivere nella realtà, nel mondo di cui siamo parte. Fateci caso: abbiamo sempre di fronte a noi adulti mai cresciuti e che non possono rimanere attaccati alle immagini del postumo, ai loro traumi e alle ossessioni che ne derivano ma imparare a crescere. Vedasi il momento in cui Enzo si confessa ad Alessia, lei che per addormentarsi dice di non aver più bisogno di ascoltare la sigla come fosse una ninna nanna perché ora c’è lui, entrambi non sentono più il bisogno di rifugiarsi nel passato; o ancora tutta la deriva folle del personaggio de “Lo Zingaro” che lo conduce verso l’autodistruzione prima con l’annientamento dei suoi fratelli di strada e poi del proprio fisico dopo un affare andato male con il clan di camorristi di Nunzia.

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Lo Zingaro (Luca Marinelli) durante l’esibizione di “Un emozione da poco”

Per quanto riguarda la questione dell’omaggio al passato, c’è un altro punto da analizzare. Tornando all’aspetto di rilettura del cinefumetto in salsa made in italy, come molte testate hanno scritto, quel “Lo chiamavano” non può non far tornare alla mente Lo chiamavo Trinità di E.B. Clucher del 1970, titolo che forse rivela, già di per sé, l’approccio alla figura del supereroe nel segno del distacco dal “modello” statunitense. Non abbiamo l’entrata in scena del cowboy disteso sulla branda e trascinato dal proprio mulo come nella celebre nitro con Terrence Hill, non abbiamo neanche l’eroe decadente delle trilogie di Leoniana memoria, ma un surrogato di entrambi, a metà tra il ridicolo e il distacco. Il personaggio interpretato da Claudio Santamaria è un borgataro reso invincibile da un’incidente improbabile (entra in contatto con una sostanza tossica nel Tevere) ma questo non lo trasforma automaticamente in un eroe; anzi resta il menefreghista che è sempre stato, che schifa l’umanità, che non sa come approcciarsi alle donne, persino la stessa fame da “uomo in maschera” inizia a partire da una mezza bravata, come l’impresa di aver staccato un bancomat dal muro.

La sua nemesi, incarnata da Luca Marinelli, allo stesso modo, non può che essere un personaggio riconvertito nel segno della distanza dalla figura del gangster anni ’70 a cui si rifà ed è persino tratteggiato come una figura sessualmente ambigua. Come notiamo nella scena dell’esibizione al locale, in cui intona “Un emozione da poco” di Anna Oxa, si assiste ad un momento tipico di seduzione in cui l’uomo, replicando i movimenti della cantante, cerca di accattivarsi il favore di Nunzia, la donna-boss del clan di napoletani, costantemente sopra le righe mentre si atteggiano ispirandosi ai camorristi di Gomorra (c’è persino il cammeo di Salvatore Esposito, che nella serie interpreta Genny Savastano). In questa scena non è più il personaggio femminile a farsi oggetto dello sguardo, ma esattamente l’opposto ed è un momento che richiama l’icona divertita e luccicante di Tomas Milian di Assassino sul tevere, piuttosto che tutti gli antieroi del cinema o delle pellicole poliziesche di serie b, o della serie tv di Romanzo Criminale. Non c’è la gravitas di quei personaggi nati dalla penna di De Cataldo, proprio come la camorra napoletana è rappresentata più come la caricatura del suo modello televisivo che del suo corrispettivo letterario.

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Intro di “Lo chiamavano Trinità” con Terrence Hill.
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Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria) sperimenta i suoi poteri.

La sceneggiatura del fumettista Menotti e di Nicola Guaglione, in questo senso, lancia precisi indizi, anche allo spettatore medio che conosce o ha già visto film su Spiderman e Batman, per poi ritrattare quei riferimenti con il medesimo ironico e divertito distacco: significativa la domanda posta a Enzo sulla causa dei poteri. “T’ha mozzicato un ragno? Un pipistrello? Sei cascato da n’artro pianeta?”. Non potendo contare su un deciso sostegno produttivo, con un budget che dire limitato è una barzelletta, sembra che l’esempio migliore per Mainetti sia giunto, allora, da quel cinema più di sottobosco e indie d’oltreoceano, quello di The Defender di Peter Stebbings e di Super di James Gunn per capirci, che prima di lui, e in modo diverso, hanno saputo sfruttare la retromania, i miti e a proporre una dimensione più umana/distaccata dell’eroe moderno con mezzi limitati e con scelte creative meno commerciali.

In virtù della mancanza di un vero e proprio immaginario del fantastico sedimentatosi nella nostra cultura, eccetto gli esempi di Mario Bava con Diabolik (1968 ) e Umberto Lenzi con Kriminal (1966), per rimanere in tema di trasposizioni fumettistiche, e dovendo in qualche modo reinventare un genere dal nulla, come abbiamo visto, Gabriele Mainetti sembra aver optato per un’operazione di recupero del vintage dove però la nostalgia non è mai il tema di confronto, dove il passato e la tradizione sono visti come parte di un immaginario con cui giocare, da ricreare e da cui ripartire senza restarne intrappolati e in cui il fantastico è ricondotto ad un contesto antropologico che pone Roma e le sue zone limitrofe come luogo d’azione significante. Tor Bella Monaca, Corviale e Ostia sono già state rese immagini cinematografiche dalle esperienze neorealiste, dallo sguardo poetico di Pasolini e ancora da quello di Claudio Caligari, e che qui ritornano proprio in quanto realtà con le loro problematiche, seppur rilette in chiave surreale. In questo mush-up di immagini, di luci al neon e colori spenti, di pareti scrostate e soldi sporchi, di sangue a fiotti e infanzia rubata, il racconto tiene ben presente il peso della cultura letteraria neorealista. Il regista riparte, non solo dal cinema, ma proprio dal fenomenico, dalle leggende sul Tevere, dallo stile di vita tipico di chi vive a Tor Bella Monaca, dallo slang e dai soprannomi tra romani restando credibile. Non sussiste il problema di restare fedeli al dato ordinario, proprio per la particolarità dell’universo costruito attorno ai luoghi, che ci porta a credere alle premesse del soggetto, ovvero “cosa accadrebbe se un tizio assumesse i poteri di Superman nella Roma di oggi?”:

«Per certi aspetti il film mostra caratteri, facce, luoghi e problematiche più vicine al neorealismo o a ciò che la cinematografia italiana ha sempre indagato, più che all’avventura da cinema di Genere, tuttavia è proprio questa commistione che mi ha eccitato e mi ha spronato a realizzarlo, oltre all’incapacità di distinguere un confine netto tra finzione e verità.» (Intervista a Gabriele Mainetti)

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Enzo indossa la maschera ispirata a Jeeg Robot.

Il cinema di Mainetti, almeno per quanto ci sta dicendo finora, è in definitiva tutto filtrato nel segno di uno sguardo attento alla realtà, del ragionamento critico sui modelli di fruizione e del riutilizzo di immagini postume;  un mondo ricordato in cui il vintage non è sintomo della mancata creatività ma il motore di ricerca a cui attingere senza dover essere a tutti i costi “nostalgico”e imbalsamato nello stile. Si tratta di un risultato imperfetto, evidentemente ancora incerto su quale direzione prendere (in attesa di vedere altre sue opere), un patchwork esagerato e fin troppo autoindulgente nella storia, ma resta un piccolo segnale di incoraggiamento per guardare ad un sistema produttivo serio e attento e per sperare in un passo avanti, ma che chiede a gran voce il bisogno di insistere. Nell’ottica di un’industria cinematografica incapace di mantenere un’andatura regolare, Lo chiamavano Jeeg Robot ci spinge ad abbracciare strade pericolose, a ripartire dalla tradizione, a osare con nuove avventure visive e narrative (per fortuna ci sono talenti come Resinaro e Guaglione, Sollima, Rovere e Vicari a ricordarlo), con il ridicolo e con il cinema di genere, a tornare all’empatia dei personaggi e delle storie che hanno qualcosa da dire. E chissà, magari possiamo ancora crescere, indossando quella maschera vintage di cui non possiamo fare a meno, come fa Enzo nel finale di questo film alieno e unico.

Laura Sciarretta
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