Capire Avengers: Infinity War (E La Marvel) Utilizzando Le Gemme Dell’Infinito

0 – La Mano Che Brandisce Il Guanto (In Luogo Di Un’Introduzione)

Con un po’ di ragionamento retroattivo, tutta la storia dei primi dieci anni del Marvel Cinematic Universe può essere riassumibile nella frase con cui il colonnello Fury descrive il progetto Avengers ai primi membri che desidera reclutare nel team:

C’era un’idea. La nostra idea era di mettere insieme un gruppo di persone eccezionali sperando che lo diventassero ancor di più. E che lavorassero insieme quando ne avremmo avuto bisogno per combattere quelle battaglie per noi insostenibili.

Il senso di una frase del genere si capisce tuttavia solo inserendola in un contesto di riferimento che possa fare da reagente e possa funzionare da primo tassello nell’analisi di Infinity War.

Il Marvel Cinematic Universe nasce ufficialmente nel 2008 con Iron Man ma è ovvio che le prime linee di progetto si strutturano dai due ai quattro anni prima. Ebbene è straordinario notare come la dimensione dei blockbuster dedicati ai supereroi (è ancora lontano quel termine, cinecomics, che verrà coniato solo più in là e che aiuterà a raggruppare al tempo stesso un sottogenere e un modo produttivo) sia, in quell’inizio degli anni ’00, un paesaggio popolato da rovine: il cinema supereroistico sta morendo e anzi i quattro anni in cui il MCU viene di fatto progettato sono in effetti gli anni in cui escono prodotti che assestano alcuni dei più pesanti colpi di grazia alla categoria.

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Nel 2004 esce Blade: Trinity episodio conclusivo della trilogia del vampiro Marvel che però si presenta come un film assolutamente nella media, privo di guizzi, un noioso ritorno su binari convenzionali dopo il coraggio, la voglia di fare, la firma autoriale dei due precedenti episodi; nel 2006 esce X-Men Conflitto Finale, terzo capitolo del franchise dedicato ai mutanti che però, ormai privo della guida di papà Singer, prende un arco narrativo del fumetto dal potenziale immenso e lo rovina a causa di un mix tra convenzionalità, insicurezza, desiderio di semplificazione della materia del racconto e della caratterizzazione dei personaggi; nel 2007, infine, esce lo Spiderman 3 di Sam Raimi, un film distrutto dalla distribuzione, dai tagli, dal budget insufficiente e dalla rabbia e frustrazione dello stesso regista, che, forse non volendosi arrendere, non volendo rinunciare alla prima (irrealizzabile) idea del film su cui voleva lavorare ha risolto inserendo a forza praticamente tutti gli elementi chiave della storyline abortita praticamente nell’ultimo atto del film finendo per farlo collassare sulle sue stesse fondamenta.

Il genere supereroistico sta morendo, all’inizio degli anni ’00 e la sua condizione di animale ferito è ancora più chiara se si pensa che tra il 2005 e il 2008 escono progetti come Batman Begins e Hellboy: The Golden Army cinecomics splendidi, senz’altro, ma incapaci di salvare la categoria perché pienamente coscienti di giocare in un altro campionato rispetto ai Blade, agli X-Men, agli Spiderman di turno, dotati come sono di una visione d’insieme, di una presenza creativa forte, di uno stile e di un approccio alla materia riconoscibile, di una poetica di base, di un messaggio da trasmettere attraverso l’opera. Batman Begins e Hellboy hanno rispettivamente Nolan e Del Toro alle spalle, degli autori più o meno formati, e alla Marvel, in questo momento, mancano proprio degli autori che prendano in mano i loro film e li rendano a loro modo memorabili. Ancora meglio, potremmo dire che alla Marvel gli autori ce l’hanno (Sam Raimi è tra questi) ma non sanno, ancora, come rapportarsi con loro, cosa far gestire loro e cosa invece demandare alla major, quanto lasciare spazio al loro stile e via dicendo.

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Basta questa piccola panoramica per rendersi conto del contesto in cui la Marvel entra in contatto nel momento in cui semplicemente sceglie di riattivare tutto, di ricominciare da zero, di dire la sua. Non solo, perché se da un lato il futuro settore del cinecomic è già in crisi prima ancora di nascere è altrettanto vero che la Marvel in questo momento non ha troppo spazio di manovra su cui poter contare. I diritti di sfruttamento al cinema dei suoi personaggi più noti non sono suoi ma della Fox, quindi ai vertici Marvel non rimane che sfruttare i personaggi in loro possesso, tanti, ma, più che impopolari privi di una vera e propria garanzia di successo proprio perché nessuno o quasi nessuno aveva anche solo tentato di portare le loro storie al cinema.

Alla Marvel di inizio ’00 brancolano dunque nel buio, hanno centinaia di personaggi da sfruttare ma sono profondamente insicuri dell’operazione perché hanno paura che la bomba gli esploda in mano, quindi il minimo che possono fare è stanziare un budget relativamente contenuto per attivare il tutto e pregare qualsiasi cosa che l’operazione vada bene.

Rimane tuttavia l’idea, rimane la volontà di creare qualcosa di forte, di grande, e soprattutto di farlo coinvolgendo il più grande numero di entità in gioco possibili e tanto basta per riscrivere da zero le regole del genere e provare a vedere dove si andrà a finire partendo da lì.

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Kevin Feidge, l’uomo che dal 2008 si è preso in carico di sviluppare sul piano progettuale il MCU fin dai primi istanti ha presentato l’iniziativa facendo leva su due aspetti particolari e allo stesso tempo inaspettati se rapportiamo un progetto del genere al cinema commerciale contemporaneo. Kevin Feidge sembra voler ridurre tutto all’osso e, pur non rinunciando alla spettacolarità, agli effetti speciali, insomma ai tratti tipici del blockbuster, è chiaro che la sua volontà è di spostare l’attenzione da ciò che si vede alla pura tecnica del racconto.

E allora ecco che il Marvel Cinematic Universe muove i suoi primi passi in un contesto per certi versi imprevisto, un contesto che fa rima con autorialità, con scelte stilistiche precise, con la volontà di costruire un affresco narrativo sussistente, complesso, un ecosistema di storie interconnesse in cui ogni singolo spostamento all’interno del racconto si pone come una eco che finisce per increspare la superficie di tutta la costruzione, apportando grandi e piccole conseguenze su tutta la continuity. C’è poco da girarci attorno, il Marvel Cinematic Universe è una dimensione autoriale nella misura in cui esiste, in ogni caso, un approccio creativo che ne orienta profondamente le dinamiche generali.

Anzi, a ben guardare, si tratta di un’autorialità che finisce sempre per andare in due direzioni. La prima è centripeta e riguarda nello specifico il tessuto di ogni singolo film dell’universo narrativo. Ogni pellicola è, al netto dei fatti, una lettura critica che un regista dà di quello stesso personaggio rappresentato. Una lettura lasciata volutamente (il più delle volte) “libera” dalla dirigenza Marvel ma la cui profondità è senz’altro agevolata dalla volontà di affidare ogni film di fatto al cineasta più adatto per approcciare quello stesso personaggio.

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Il Thor di Branagh è un racconto epico con echi Shakesperiani ed è stato affidato ad uno dei più profondi attori e registi Shakesperiani contemporanei, il racconto sull’eroe più giovane e inesperto del MCU, Spiderman, è affidato a Jon Watts, che, negli anni, sembra quasi volersi specializzare nei racconti di adolescenti posti in situazioni limite (pensiamo a Cop Car), Black Panther, affresco afro-futuristico e politico, grondanti rivendicazioni black pride è invece affidato a Ryan Coogler, autore che fin dai suoi esordi sembra voler illuminare di nuova luce la narrazione della questione razziale al cinema (pensiamo al suo Fruitvale Station, tanto per fare un esempio).

A questa autorialità centripeta, tutta rivolta al film e alla lettura del personaggio, fa da contraltare, sempre, un’autorialità centrifuga, un’autorialità maggiormente controllata dai piani alti della Marvel e che, partendo dal singolo film, lavora affinché ogni pellicola sia parte di un universo condiviso di storie costantemente in movimento ed in evoluzione. L’elemento tanto inaspettato quanto interessante in questo senso, tuttavia, salta fuori nel momento in cui si riflette sul modo in cui questo stesso universo narrativo viene costruito. In buona sostanza, i pilastri attorno a cui si articola il MCU, quelli che fondamentalmente costituiscono la sua stessa essenza non sono costituti tanto dalla pura storia, dal semplice aspetto narrativo (la storia del MCU in sé, anzi, non può essere più banale di così: minacce di livello crescente attentano alla sicurezza della Terra e dell’Universo, minacce che fondamentalmente si “costruiscono” film dopo film e ad un tratto i più potenti eroi a nostra disposizione devono fare squadra per contrastarle), quanto da quegli stessi “echi” a cui prima si accennava.

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Il MCU è insomma un universo narrativo costruito a piccole cesellate, un insieme di storie che trovano la loro ragion d’essere, la loro unicità in tutti quei passaggi, piccoli, quasi istintivi, di per sé anonimi, quasi dei dettagli, che rendono evidente quanto ciò che stiamo guardando sia solo un tassello di una narrazione più grande, una narrazione che procede anche al di là della nostra presenza di spettatori, che quasi non ha la necessità di uno sguardo esterno per farsi e che costantemente fa sentire la sua presenza viva, quasi il suo respiro, su tutte le storie che la compongono. Il fascino e la bellezza costruttiva del MCU è dunque nei suoi chiaroscuri, nei suoi incavi, nei suoi intarsi in punta di cesello, come accade nelle gallerie delle cattedrali gotiche, il fascino e la bellezza costruttiva del MCU la capisce solo chi ha la volontà di concentrarsi su tali dettagli, di fare attenzione a questi elementi a prima vista insignificanti, su quanto, giusto per fare qualche esempio, il ferimento di War-Machine in Civil War sia uno dei tasselli su cui si costruirà la personalità rinata di Doctor Strange, su come la serie Netflix dedicata a Daredevil sia influenzata dall’epilogo del primo Avengers, su quanto l’incidente di Sokovia che chiude Age Of Ultron si riverberi in tutte le produzioni a seguire. È un discorso che vale pensando ai fatti, al puro racconto, certo, ma che forse raggiunge il suo apice pensando ai rapporti tra i personaggi e ai loro archi di evoluzione. L’autorialità nell’MCU è un oggetto creativo così complesso che ogni singolo atteggiamento delle parti in gioco, ogni loro battuta, ogni loro azione sembra essere la diretta conseguenza di ciò che li ha coinvolti fino a quel momento, dagli sguardi complici, quasi goffi, tra Banner e Vedova Nera, alle ritrovate forze e consapevolezza di Iron Man e Thor (eroi risoluti proprio perché hanno attraversato i loro personali calvari in Ragnarok e Iron Man 3).

E allora ecco che si arriva facilmente alla Domanda Delle Domande quando si parla di MCU. Fermo restando che si tratta di blockbusters, ha senso definire i film che lo compongono come opere “basse”, “pop”, “prive di una vera e propria profondità” o stiamo parlando comunque di uno di quei casi (e ce ne sono sempre di più nel cinema contemporaneo) in cui lo spettatore si ritrova a confrontarsi con una forma commerciale di cinema alto, d’autore, per progettazione ed intenti?

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L’idea che emerge da queste considerazioni è che il MCU si muove nel solco di un’indipendenza dipendente: ogni film è a sé, racconta una storia indipendente che si sostiene sulla storyline del singolo personaggio e che ha un rapporto narrativo più o meno labile con la macro-narrazione dell’universo condiviso, al contempo, tuttavia, ogni pellicola contribuisce a costruire quel microcosmo di gesti, azioni, caratterizzazioni, scelte peculiari dei personaggi che li definiscono nel profondo, che ne amplificano la complessità, che costituiscono il portato sentimentale su cui lavora il nostro inconscio di spettatore (noi che guardiamo siamo, a ben guardare, molto più legati ai singoli personaggi che alle svolte narrative delle storie che li coinvolgono) e che, inutile dirlo, sono il frutto di sottili scelte autoriali e di scrittura. È la scrittura, soprattutto la scrittura degli eco, dei pieni e dei vuoti, dei chiaroscuri, come si diceva, che letteralmente FA, informa il MCU e ne costituisce la sua ragion d’essere, una scrittura che va al di là della spettacolarità e degli effetti speciali, del coinvolgimento fine a sé stesso. E proprio per questo, per cogliere questi dettagli, queste sfumature, il MCU vuole dedizione, vuole uno spettatore che letteralmente si veda tutti i film e le opere collegate (le serie tv Netflix in primis) per apprezzarne pienamente la complessità e la profondità. Esiste, in fondo, un modo giusto ed uno sbagliato per approcciarsi a prodotti del genere e vedere i singoli film senza continuità e concentrandosi sugli effetti speciali non è affatto il modo giusto. La realtà dei fatti è che i film MCU rimarrebbero comunque grandi opere audiovisive, sebbene in maniera diversa da come lo sono ora, anche al loro grado zero, senza effetti speciali, senza inquadrature coinvolgenti. È proprio per questo che ci troviamo di fronte ad un modo nuovo di intendere il cinema commerciale, prima ancora che ad un modo nuovo di intendere l’esperienza spettatoriale al cinema.

1 – Gemma Del Tempo (Il Mondo Prima Di Infinity War)

Qualsiasi analisi di Infinity War non potrebbe probabilmente fare a meno di partire da quello che chiamiamo “Rivoluzione Del 2016”.

Primavera del 2016: nel giro di un paio di mesi escono al cinema prima Batman V. Superman (Marzo 2016) e Captain America: Winter Soldier (Maggio 2016). Ci troviamo di fronte al cosiddetto “turning point del cinecomic”. È il momento in cui, forse per la prima volta, i meccanismi produttivi Marvel e Dc si svelano completamente e finiscono per definire la natura profonda dei due studi. Batman V. Superman è il film che rende evidente quanto i prodotti Warner/Dc siano piagati non solo da una disorganizzazione narrativa di fondo ma anche da eccessive interferenze da parte di entità produttive che entrano a gamba tesa nei processi creativi. Il film di Snyder è confuso, tagliato di una buona mezz’ora per renderlo più digeribile al grande pubblico ma per questo privato di alcune sequenze fondamentali per comprendere la maggior parte delle svolte di trama, goffo, a tratti svogliato, incapace in termini generali di restituire quell’epicità che un’alleanza di eroi come quella descritta dai trailer e dalle sinossi voleva far intendere. Alla maggior parte dei danni si è rimediato con l’uscita in home video della director’s cut estesa ma è indubbio che si tratta di un modo per correre ai ripari, ormai, oltre ogni ottimismo, il danno era stato fatto.

Di contro Civil War è dinamico, solido, equilibrato nel momento in cui si approccia alla coralità di personaggi e caratteri in gioco, è, in buona sostanza, il rientro nei ranghi della Marvel dopo l’obiettivamente debole Age Of Ultron, purtroppo anch’esso danneggiato da una produzione disordinata. Civil War è il canto di guerra che la Marvel rivolge alla Dc ed è il modo con cui la casa di produzione si riappropria del suo territorio di caccia. È un film che porta per certi versi lo storytelling Marvel agli estremi ma che soprattutto vuole dimostrare alla Dc che i loro rivali possono batterli ogni volta che vogliono sul loro stesso terreno (prova ne sono, su tutte, le intere sequenze che Civil War mutua da Batman V. Superman e che inserisce nel continuum narrativo letteralmente migliorate e potenziate rispetto alla versione di Snyder).

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Alla Marvel però, continua a sfuggire l’elemento più importante della questione, un elemento che invece è da anni in mano alla Dc e che proprio con Batman V. Superman arriva a schiudersi in tutta la sua potenza. Forti del loro stile più oscuro, adulto, nel caos che è il film di Snyder alla Dc fanno apparentemente una sola scelta giusta: scelgono di far morire il loro protagonista, il loro eroe, Superman. Clark Kent si sacrifica per uccidere Doomsday e la sua morte è splendidamente orchestrata (soprattutto nelle sue conseguenze) per mettere in risalto il senso di impotenza e sconfitta universale che esplode dopo la morte dell’eroe. Dio è caduto, tutto è perduto, la speranza è morta, tutto è destinato a distruggersi. Persino Batman, per un singolo secondo, non crede più nel mondo in cui vive.

Sia chiaro, è ovvio che Superman risorgerà ma il focus principale della sequenza non è la morte dell’eroe ma le sensazioni che tale avvenimento instilla nei personaggi della narrazione ma soprattutto in noi che il film lo stiamo guardando, sensazioni che sono splendidamente tematizzate nella pellicola. Di contro, Civil War finisce in un placido e rassicurante nulla di fatto. Tony Stark non muore per mano di Bucky e Steve Rogers, il capitano riesce a evadere dalla sua prigione e restituisce la libertà ai membri del suo team e l’aria di crisi nera tra Iron Man e Cap viene mitigata dalle parole di Rogers che lascia Iron Man considerando l’increspatura nel loro rapporto un’occorrenza quasi normale e promettendogli di essere al suo fianco la prossima volta in cui la sicurezza dell’universo lo richiederà.

Alla Marvel sembrano dunque avere un problema con il tabù dell’eroe, un problema che poi finisce per riverberarsi sull’intero tessuto del racconto, alla quale viene mossa (a ragione) la critica di non osare mai oltre il necessario, di non sporcarsi troppo le mani con i materiali che ha a disposizione. Un qualsiasi commento ad Infnity War potrebbe partire da qui.
È l’ultimo film di un lungo percorso narrativo, una narrazione che terminerà con Avengers 4 questo ciclo per poi prenderne subito uno nuovo ma proprio per questa sua natura intrinsecamente “finale”, “conclusiva”, con Infinity War la Marvel sembra voler mandare un messaggio forte. Con Infinity War la Marvel ha trovato la voglia di osare e lo fa in grande stile, operando proprio su quegli stilemi autoriali fin qui elencati e giocando pesantissimo con quel portato sentimentale che lo spettatore ha nei confronti del racconto e delle parti in gioco a cui precedentemente si è accennato.

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2 – Gemma Dello Spazio (Su Stile, Regia, Dimensioni A Contatto)

Probabilmente possiamo far partire tutto dalla scelta di affidare la regia di Infinity War ai fratelli Russo. Antony e Joe Russo sono bravi, hanno un ottimo senso dello spazio e del ritmo dell’azione ma, aspetto fondamentale, non si caratterizzano ancora per un’ideologia, per una poetica ben definita che ricorre nei loro progetti (come il teatro per Branagh o la questione razziale per Coogler). I Russo sono i migliori, all’interno del MCU a girare le scene d’azione e di massa ma nel loro stile c’è ancora una profondissima zona grigia, indefinita, su cui è possibile lavorare. Proprio all’interno di questa zona praticamente informe, priva di destinazione d’uso, si innesta la regia di Infinity War, una regia composita, camaleontica, una regia che è almeno altre cinque regie diverse insieme e dunque cinque rapporti diversi con i corpi, la materia, il racconto, il ritmo, che si susseguono sullo schermo e con cui lo spettatore si ritrova a confrontarsi. I Russo girano come James Gunn nelle sequenze con i Guardiani della Galassia, girano come Scott Derrickson nelle scene con Doctor Strange e come Jon Favreau in alcune idee di messa in scena per Iron Man.

Infinity War è dunque un patchwork visivo in cui i Russo mutuano continuamente idee e spunti dai registi che li hanno preceduti, le fanno loro e le reimmettono in circolo nel flusso generale delle immagini. Poi, improvvisamente, quasi senza nessun preavviso, tornano ad essere i Russo di Winter Soldier e Civil War, i due cineasti che riescono a gestirti la più corale delle scene d’azione mantenendo nello stesso momento sangue freddo, facilità di lettura e coinvolgimento emotivo. Infinity War si sta configurando, fin dalla sua regia dunque, come una dimensione che, pur mantenendo una sua solidità intrinseca, sceglie di rapportarsi a chi guarda attraverso una sorta di Estetica Del Caos che di volta in volta emerge a tratti e si confronta con lo spettatore. La mano che dirige è una che però costantemente finge di essere diversa, plurima da com’è in realtà, ma molto più di questo, ci dice cosa accade durante il primo scontro tra Iron Man, Banner e Strange con Thanos: durante lo sbarco di Thanos a New York, forse per la prima volta a mia memoria nel MCU si fa uno smaccato utilizzo della camera a mano, la tecnica di ripresa perfetta per restituire a schermo la sensazione di disordine, di collisione di elementi fuori controllo, di confusione.

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Non solo, parlando di puro storytelling per immagini saltano fuori dei dettagli da non trascurare in questo senso: i combattimenti, spesso, si trasformano in vere e proprie bolle performative per i personaggi coinvolti, il ritmo rallenta, lo spazio d’azione si apre leggermente e i vari Iron Man, Black Panther, Rocket Raccon hanno la possibilità di lanciarsi in rapidi assolo, una, due battute, per riprendere fiato, certamente, ma che finiscono indissolubilmente per rompere (volutamente) la fluidità del ritmo. La bolla performativa è un’espediente narrativo che ricorre spesso in film action del genere, è vero, ma l’idea che continua a serpeggiare nell’inconscio di chi guarda è che qui una tattica del genere è utilizzata più per il suo effetto destabilizzante sul puro flow del racconto, sul flusso della narrazione, che finisce irrimediabilmente (e con piena coscienza di causa), danneggiato.

Altro elemento che salta all’occhio è il discorso che si può organizzare attorno al rapporto tra elemento spettacolare e sguardo del pubblico. Come tutti i maggiori blockbuster anche in Infinity War ricorrono elementi visivi che cercano di suscitare lo stupore del pubblico, pensiamo alle panoramiche buie di Nidavellir, a Titano, alla sproporzione tra i grattacieli di New York e la nave di Thanos, la differenza, tuttavia, è che, nella maggior parte dei casi, qui si cerca di suscitare un certo sentimento di disagio nello spettatore. A differenza di ciò che accade in film come Transformers: L’Ultimo Cavaliere, in cui lo stupore suscitato dalla sproporzione tra noi che guardiamo e l’oggetto del nostro sguardo viene costantemente “tenuto sotto controllo” dalla regia (anche solo attraverso una fotografia luminosa, calda, per certi versi rassicurante) qui questo controllo viene a mancare e chi guarda viene letteralmente inghiottito da ciò che sta guardando, finendo per sentirsi nudo, insicuro, quasi in pericolo. Per certi versi torna il sublime Kantiano già visto proprio ne L’Ultimo Cavaliere, solo che Bay lavora sul sublime matematico, mentre alla Marvel preferiscono lavorare su quello dinamico.

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3 – Gemma Della Mente (Sulla Sceneggiatura E Sulle Tecniche Della Narrazione)

La scrittura di Infinity War “parla”. È vero, ogni film, in fondo, parla allo spettatore (anche) attraverso il suo script, ma questa sembra essere una situazione particolare. Osservato da una determinata prospettiva, lo script sembra rivolgersi in effetti a tutti coloro che credono che la Marvel, soprattutto dopo la sua fusione creativa con la Disney, ha finito per annacquare i suoi film in un umorismo leggero e family friendly, in cui battute sciocche e banali interrompono continuamente il flusso dell’azione e, soprattutto, alleggeriscono il tono di un racconto che dovrebbe essere ben più duro, profondo.

Si potrebbe rispondere a queste critiche in molti modi diversi, tirando in ballo, ad esempio, il principio di alleggerimento emotivo che fa capo a Shakespeare e che vuole che si intervalli ad un momento di forte stress emotivo, ad una sequenza fortemente coinvolgente, di difficile approccio per il pubblico, un momento più leggero, anche solo una battuta sagace per allentare la tensione di chi guarda. Curioso notare come, per dire, Amleto, è proprio per questo, una delle opere più tragiche e divertenti di Shakespeare al tempo stesso. La scrittura della Marvel si muove su questo stesso principio, forse non compreso pienamente più che per la lontananza del pubblico medio da Shakespeare per il gran numero di cose che accadono su schermo, per il gran numero di input che raggiungono gli spettatori e che chiedono di essere processati, una bulimia di sensazioni che confonde la maggior parte dei presenti in sala, quasi li spaventa, di certo non li invita ad analizzare con freddezza ciò che stanno guardando.

Al di là di questo, se il riferimento a Shakespeare potrebbe essere una risposta accettabile per tutti i detrattori, alla Marvel attuano, forse, una migliore strategia.

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Infinity War è in fondo una lunga e sofferta decostruzione di quell’ironia spensierata che da sempre caratterizza le produzioni Marvel. È un percorso lento, graduale ma costante e inesorabile, in cui il rapporto tra i personaggi e la leggerezza, l’ironia muta man mano che essi, paradossalmente, si rendono conto dell’effettiva invincibilità del loro nuovo avversario. Lo sguardo ironico non sparisce mai da Infinity War, Peter Parker continua a lanciare battutine a raffica, Starlord infarcisce i suoi discorsi con riferimenti da fanboy anni ’80, Okoye, poco prima della battaglia finale, critica attraverso l’ironia, alcune scelte del suo re, solo per fare qualche esempio, ma è fondamentale notare che proprio la dimensione ironica con cui si confronta lo spettatore cambia segno con il procedere del film e da luminosa apertura utile ad alleggerire la tensione di una sequenza particolarmente carica sul piano emotivo diventa, più profondamente, il modo attraverso cui i vari eroi tentano di esorcizzare la paura, di alleggerire il loro stress emotivo, di rendere terreno, misurabile, logico e dunque affrontabile qualcosa che in realtà è chiaramente troppo al di là delle loro possibilità fin dall’inizio. È, di fatto, un’ironia tragica, senz’altro, ma allargando leggermente il discorso è chiaro che al di sotto della sua atmosfera patinata, a primo impatto grintosa, Infinity War si caratterizza per un’oscurità ed un pessimismo per certi versi dilagante. Il film è puntellato dai fallimenti dei protagonisti e anche le più piccole conquiste sfumano nel giro di qualche minuto. La diegesi gioca con noi, così come Thanos fa con i personaggi in gioco grazie alla Gemma Della Realtà e ci dipinge, nella maggior parte dei casi, una vittoria dell’eroe salvo poi vanificare tutto una volta che tale presunta vittoria è inserita nel disegno più ampio della narrazione.

È chiaro, attraverso questi spunti, che Infinity War è una lunga riflessione sulla paura, sul fallimento e sui limiti dell’essere umano nel momento in cui si ritrova a confrontarsi con qualcosa di più grande di lui, ce lo dicono alcuni scambi di battute, ce lo dice la scansione dell’azione e lo svolgimento dei fatti (come abbiamo visto) ma forse, più di tutto ciò, ce lo dice la “fatigue”, la stanchezza, la debolezza, che scorre al di sotto dei gesti istintivi degli Avengers durante i combattimenti.
Infinity War è il primo film Marvel in cui è possibile toccare, sentire, percepire il sudore, il fiato corto, la vista che si annebbia nel momento in cui ci si confronta con qualcosa di inarrestabile, tutto questo, forse, vorrà dire qualcosa in rapporto al discorso che stiamo facendo.

4 – Gemma Dell’Anima (Su Thanos)

È probabilmente l’elemento più evidente all’interno di Infinity War ma, al di là della semplicità di approccio alla questione, è un tratto fondamentale nel discorso che stiamo portando avanti su queste pagine.

Thanos è il primo villain cinematografico Marvel che funziona su tutti i fronti da anni a questa parte.

Funziona non tanto perché sia particolarmente d’impatto su schermo, quello è ovvio, ma perché è mosso, per la prima volta, da motivazioni solide, intrinsecamente complesse, motivazioni che lo pongono, al di là di tutto, di fronte a problemi morali, a sofferenze indicibili oltre le quali c’è ciò che vuole.

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Thanos è un villain Shakesperiano, sfaccettato, poliedrico. Ne percepiamo la sofferenza, le lacrime che ne rigano il volto nel momento in cui sceglie di andare fino in fondo alla sua azione più tremenda, la diegesi lo umanizza, regalando, in fondo solo a noi spettatori oltre che alla figlia Gamora, l’immagine di un sovrano incompreso, spinto da motivazioni giuste ma pronto ad azioni orribili per adempiere ai propri obiettivi, un titano tanto potente quanto solo e forse incapace di comprendere fino in fondo la gravità dei suoi gesti, tanto egli è in fondo separato dalle vicende terrene, dalla concretezza della realtà, un essere che, in cuor suo, vuole solo pace e ricchezza in tutto l’universo.

La Marvel distrugge dunque con Thanos un altro dei suoi pilastri. La Marvel con Thanos modella il nostro rapporto empatico con la vicenda e ci spinge, di fatto, a parteggiare per il villain.

5 – Gemma Del Potere (Sugli Eroi)

Gli eroi che popolano le linee narrative di Infinity War sono Dei caduti ed è bellissimo notare come il film tematizzi continuamente questa loro nuova natura senza mai “urlare” ma traducendo tutto in immagini fugaci e al contempo straordinariamente efficaci: Hulk, per la prima volta nella sua vita, scopre cosa vuol dire la paura e cerca rifugio nella razionalità di Banner, decidendo di rinunciare ad entrare in gioco, a trasformarsi; Thor sbaraglia armate di nemici e lancia l’arma forgiata proprio per uccidere il titano nel petto del nemico. Thanos soffre ma non muore, anzi, con un sorriso beffardo dice al Dio norreno che avrebbe dovuto mirare leggermente più a destra, poi schiocca le dita ed elimina come nulla metà della popolazione dell’universo. Tutto è stato dunque inutile. Okoye, con lo sguardo smarrito, cerca disperata il suo re rendendosi conto troppo tardi che ormai T’Challa è diventato cenere; Peter, il più giovane del team, è il primo che si rende conto del gesto di Thanos e, sapendo di stare per morire, scoppia in lacrime e abbraccia il suo mentore Tony Stark come un figlio farebbe con un padre.

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Gli eroi, prima di essere sconfitti, sperimentano in Infinity War la vera e propria impotenza, la sensazione che ti assale quando sai di aver fatto tutto per il verso giusto, di aver combattuto con tutte le tue forze e alla fine tutto ciò che hai ottenuto è un fallimento su tutta la linea. Nel suo fare a pezzi l’ideologia del superumano, nel suo rivoltare il portato sentimentale, l’empatia sviluppate negli anni dagli spettatori nei confronti delle parti in gioco, si comprende dunque quanto Infinity War funzioni per la dimensione Marvel come il test della Kobayashi Maru per l’universo di Star Trek. È un apologo al fallimento, alla finitezza dell’essere umano, alla morte, ma è anche il modo per far intimizzare agli eroi quelli che di fatto possono anche diventare dei valori da cui ripartire. Dopotutto è proprio una volta posti di fronte ai propri limiti che possiamo capire dove siamo in grado di arrivare e cosa può effettivamente fermarci.

6 – Gemma Della Realtà (Il Mondo Dopo Infinity War)

Infinity War alza l’asticella del cinecomics contemporaneo, su questo non c’è dubbio. Lo fa perché, rendendosi conto della sua natura di film, in un certo qual modo, di chiusura, sceglie finalmente di prendere il coraggio a due mani e di giocare con il suo pubblico, stupendolo, maltrattandolo, violentandolo emotivamente a tratti. Proprio per questo, un po’ come accade agli eroi che rappresenta su schermo Infinity War è una distruzione controllata di tutti i capisaldi che hanno regolato il meccanismo produttivo della Marvel fino a quel momento, una distruzione che punta a destabilizzare chi guarda, che si ritrova ad osservare i suoi eroi sconfitti o morti, che si trova di fronte al più profondo “bad ending” del cinema contemporaneo, che non ha problemi a parteggiare per il villain di turno, che visivamente non ha punti di riferimento validi attraverso cui decodificare ciò che vede, poiché la regia continuare a prelevare da questo e da quell’immaginario.

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Infinity War distrugge tutto per ripartire da zero con il suo seguito e con la phase 4, che ci auguriamo conservi anche solo una minima parte della maturità creativa di questa pellicola. C’è un rischio, il rischio che, dato l’andamento di Infinity War, il suo seguito si presenterà come una trionfale cavalcata degli Avengers alla riscossa, insieme a Capitan Marvel, contro l’avversario che li ha messi in scacco. Il rischio è che si torni ad atmosfere più luminose, il che non sarebbe necessariamente un male ma sarebbe comunque un peccato dopo tali vette. Probabilmente alla Marvel sono troppo furbi per cadere in questa trappola, probabilmente tutto verrà ricostruito su queste stesse (nuove) fondamenta, come si diceva, ma se così non fosse, ci troviamo comunque di fronte ad un unicum, ad una pietra miliare del cinema commerciale.

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La speranza è che proprio Infinity War contribuisca a far approcciare il pubblico in maniera nuova al cinema commerciale e al cinecomics, un genere, una tendenza, capace di “dire qualcosa”, di costruire ragionamenti, di organizzare discorsi complessi e profondi se guidati da un’autorialità ben organizzata (come in questo caso). La speranza, è che Infinity War sia la scintilla che porterà il pubblico medio a confrontarsi in modo nuovo al cinema contemporaneo, sempre più complesso, sempre più caratterizzato da uno storytelling dinamico, multiformato, multipiattaforma, sempre più desideroso di dedizione, da parte di chi guarda, per essere compreso davvero.

Alessio Baronci

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