A beautiful day -Tragedia della violenza, smarrimento e rimozione.

A beautiful day è stato senza dubbio uno dei titoli più fortunati della passata stagione; un film che ha ottenuto i premi per la miglior sceneggiatura e per l’interpretazione dell’attore protagonista Joaquin Phoenix al Festival di Cannes 2017.

Dopo Ratcatcher e We need to talk about Kevin, la regista Lynne Ramsey torna a sperimentare con il mezzo cinematografico e ci propone nuovamente una storia di sensi di colpa e violenza ispirandosi questa volta ad un racconto breve di Jonathan Ames.

Joe è un ragazzone depresso, apatico e rude che si porta dentro (oltre che fuori) un bel numero di cicatrici. Figlio di un padre manesco che non c’è più e di una madre anziana e malata di cui si prende cura con affetto, è costantemente sconvolto da immagini di sofferenza e orrore del passato, tragedie vissute sul campo, missioni finite male e indicibili violenze conosciute sin dall’infanzia. Veterano di guerra ed ex agente dell’FBI ritiratosi da tempo (presumibilmente per stress post traumatico), Joe accetta lavori da sicario per un’agenzia usando l’esperienza acquisita e quella stessa brutalità che si porta dentro. Viene pagato per ritrovare ragazze scomparse e salvarle da organizzazioni criminali che le obbligano a prostituirsi.

Un giorno riceve l’incarico di recuperare Nina, figlia adolescente di un noto politico locale. La ragazzina è stata rapita da qualcuno che vuole venderla ad un giro di pedofili e probabilmente usarla per ricattare il padre. La missione procede bene finché qualcosa non va secondo programma. Per salvarla, Joe dovrà affrontare una serie di situazioni sempre più al limite e si troverà coinvolto in giochi di potere più grandi di lui.

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Secondo Frank Millerl’eroe nero è un cavaliere con l’armatura incrostata di sangue, è sporco, ma nega sempre e incessantemente di essere un eroe“. Joe potrebbe sembrare un eroe ma in realtà non lo è. È un fantasma (non a caso il titolo originale You were never really here era molto più calzante); un’anima persa e straziata dai suoi demoni interiori, un soldato che sa usare la violenza ma allo stesso tempo ne è disgustato; un uomo solo e incapace di rapportarsi con qualcuno che non sia la madre (in un legame che, per quanto tenero, rivela un privato di frustrazione e mancanza di prospettive). La sua brutalità implacabile è una condanna che ha da tempo accettato, un’assuefazione che lo ha reso l’arma perfetta per le sue missioni ma il film lascia più spazio alle sue fragilità che non alla sua forza. Si tratta di un personaggio che non riesce a vedersi come altro da sé, uno che ha dei doveri ma non ci vede nulla di salvifico. Per lui recuperare quelle ragazze è unicamente lavoro, routine, questione di pianificazione, preparazione e attuazione come un rito da seguire senza sbavature. 

La prima intuizione che rende A beautiful day un’opera dura e difficilmente catalogabile è proprio il ritratto frammentario di quest’uomo l’approccio formale con cui si è scelto di raccontarlo. La regia, allo stesso modo del protagonista, utilizza il proprio linguaggio e una tecnica discorsiva a “ellissi” come uno strumento per parlare allo spettatore. Sin dall’incipit sappiamo cosa ci aspetta: Joe è steso sul letto di una camera d’albergo con la testa avvolta in un sacchetto di plastica (forse è un tentato suicidio, forse una semplice prova di resistenza o magari il tentativo di visualizzare un ricordo d’infanzia). Dopo si cambia, si lava le mani gonfie e livide dal sangue, raccoglie la foto di una ragazza sul letto e poi esce dalla stanza. Tutto è confuso, lo spazio circostante è completamente compresso. Si intravede solo attraverso i gesti e le azioni, non c’è dialogo solo dettagli in primo piano mentre la figura intera è assente, colta di sfuggita. In pochi minuti il montaggio lo fa “letteralmente” a pezzi e lo identifica come un uomo irrisolto che è quel che fa.

L’uso serrato e aggressivo del montaggio, i primi piani stretti, i suoni e le note elettroniche e dissonanti di John Greenwood riflettono lo stato di totale oppressione che abita nella mente di Joe mentre la narrazione si muove continuamente tra lunghe pause, ribaltamenti e false attese.

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La scelta di destrutturare la narrazione serve alla Ramsay per liberare la trama da qualsiasi appiglio e cogliere lo spettatore alla sprovvista, indurlo a interpretare il flusso di coscienza di Joe (il point of view è sempre e soltanto il suo) e gettarlo nella medesima condizione di smarrimento e angoscia. Nonostante la dilatazione dei tempi, il clima appare sempre nervoso e, al di là di pochi spiragli di sentimento, si fa sempre più avanti una visione della realtà quanto mai nichilista e senza redenzione (vedere per credere la drammatica resa dei conti). Ad uno sguardo superficiale si potrebbe ritenere che la regia nel suo stare addosso al personaggio cerchi di farci entrare in empatia con lui. In realtà il rapporto è più problematico proprio perché l’approccio è troppo intensivo e rabbioso. Nel cinema di Lynne Ramsay non c’è salvezza o liberazione dal sangue, non c’è scampo dagli errori commessi o subiti, quindi la luce si trasforma inevitabilmente tenebra, il male svela inaspettati lati fragili, ogni catarsi si rivela beffarda e l’innocenza è un bene già perduto da guardare con doloroso rimpianto.

In A beautiful day sono i singoli momenti a contare, le visioni frammentate, le imago mentis del protagonista, immagini libere da ogni logica e riflesso di una contenuto latente celato nella sua psiche devastata. Per questo il film potrebbe essere letto anche come una tragedia sul non detto, un dramma nel segno del rimosso per questo suo modo di mettere in scena l’azione. I cadaveri, il sangue, i fantasmi, le ferite e la carne sono in primo piano eppure il prima, la causa è solo evocata, posta nel fuori campo. La violenza pura ed efferata permea tutto il film anche quando essa è invisibile, al di là di fugaci momenti o scontri fisici riflessi su superfici appannate. L’azione diviene un atto già avvenuto nella diegesi. Viene ridotta a fugaci istanti virati nel segno dell’anti-spettacolarità e del realismo (in uno dei pochi momenti in cui vediamo all’opera il protagonista la scena è visibile attraverso lo schermo di una telecamera in bianco e nero). 

La ricercatezza formale e il gusto estetico della Ramsay, già evidente nella sua carriera artistica (tanto nei lungometraggi fin qui realizzati quanto nelle sperimentazioni con la video-arte) non solo possiedono una potenza espressiva non indifferente ma la stessa donna trova un fondamentale sostegno nel complice Joaquin Phoenix (difficilmente il film avrebbe funzionato senza). Con la sua immensa professionalità (già confermata quest’anno anche in Maria Maddalena ) il talentuoso attore regge sulle sue spalle tutta l’intera pellicola e incanala alla perfezione la complessità del suo personaggio con una prova dolente, animalesca e robusta.

Bisognerebbe chiedersi, semmai, se questo approccio così singolare e abbacinante sia stato sorretto da una scrittura altrettanto stabile e solida forse è qui che qualcosa inizia a scricchiolare. Si comprende la volontà di muoversi su un sentiero inesplorato e portato alle sue estreme conseguenze (da maestri come Scorsese, Refn e Boorman) ma quando si misura con le regole non scritte del neo-noir non sembra sapere bene cosa farsene. Il contesto, lo spazio corrotto e amorale in cui si muove il protagonista e le stesse figure di contorno sono elementi troppo abbozzati e le eleganti suggestioni non bastano a nascondere certe confusioni narrative presenti nello script. La Ramsay ha un’intelligenza registica affascinante e ambiziosa, peccato però  che il film risulti tanto bello quanto (volutamente) irrisolto. La stessa scelta di dare pochi appigli allo spettatore e puntare troppo sull’atmosfera rischia di essere controproducente, almeno quando certe idee sono poco sfruttate (perché non approfondire il rapporto tra Joe e Nina?). 

Tirando le somme A beautiful day è un buon esempio di cinema coraggiosamente duro, articolato, anti-spettacolare e rarefatto anche se, per certi versi, incompiuto.

Laura Sciarretta
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