A beautiful day -Tragedia della violenza, smarrimento e rimozione.

Con A beautiful day, la regista Lynne Ramsey è tornata a sperimentare il mezzo cinematografico e, dopo Ratcatcher e We need to talk about Kevin, ci ripropone una storia di sensi di colpa e violenza, ispirandosi questa volta ad un racconto breve di Jonathan Ames.

Joe è un ragazzone depresso, apatico, rude e si porta dentro (oltre che fuori) un bel numero di cicatrici. Figlio di un padre manesco che non c’è più, e di una madre anziana e malata, di cui si prende cura con affetto, è continuamente preda di visioni piene di sofferenza e orrore passato, tragedie vissute sul campo, missioni finite male e indicibili brutalità. Veterano di guerra ed agente dell’FBI ora ritiratosi (presumibilmente per stress post traumatico), Joe accetta lavori da sicario per un’agenzia e sfrutta l’esperienza e le capacità acquisite per trovare ragazze scomparse, salvandole da organizzazioni criminali che le obbligano a prostituirsi.

Un giorno riceve l’incarico di recuperare Nina, figlia adolescente di un noto politico locale, rapita da qualcuno che vuole venderla ad un giro di pedofili e probabilmente usarla per ricattare il padre. La missione procede bene ma qualcosa non va secondo programma e per salvarla, Joe dovrà affrontare una serie di situazioni sempre più al limite, ritrovandosi coinvolto in giochi di potere più grandi di lui.

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Secondo Frank Millerl’eroe nero è un cavaliere con l’armatura incrostata di sangue, è sporco, ma nega sempre e incessantemente di essere un eroe“. Joe potrebbe sembrare un eroe ma in realtà non lo è. È un fantasma (non a caso il titolo originale You were never really here era molto più calzante); un’anima persa e straziata dai suoi demoni interiori; un soldato che sa usare la violenza ma allo stesso tempo ne è disgustato; un uomo solo e incapace di rapportarsi con qualcuno che non sia la madre (in un legame che, per quanto tenero, rivela un privato di frustrazione e mancanza di prospettive) e sempre sull’orlo del baratro. La sua brutalità implacabile è un’assuefazione al male di vivere che lo ha reso l’arma perfetta per le sue “missioni” ma dietro quella forza bruta e animalesca è un uomo che non riesce a vedersi come altro da se e agisce ricercando qualcosa in cui forse neanche lui crede fino in fondo. Per lui recuperare quelle ragazze è un lavoro da portare a termine, la routine, solo questione di pianificazione, preparazione e attuazione da ripetere come in un rito ma anche la ricerca di una salvezza o di una qualche liberazione che però non arriva mai.

La prima intuizione che rende A beautiful day un’opera dura e difficilmente catalogabile sta tutto nell’approccio formale scelto per ritrarre il suo prxotagonista (in particolare la tecnica discorsiva a “ellissi”), su questo non c’è dubbio.

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La scelta di destrutturare la narrazione, di smontarla e di diluirla costantemente serve alla Ramsay per liberare la trama da qualsiasi appiglio e cogliere lo spettatore alla sprovvista, indurlo a interpretare il flusso di coscienza di Joe (il point of view è sempre e soltanto il suo) e gettarlo nella sua medesima condizione di smarrimento e angoscia. L’uso serrato e aggressivo del montaggio, i primi piani stretti, i suoni e le note elettroniche e dissonanti di John Greenwood riflettono lo stato di totale oppressione che abita nella mente di Joe mentre la narrazione si muove continuamente tra lunghe pause, ribaltamenti e false attese.

In A beautiful day sono infatti i singoli momenti a contare, le visioni frammentate, le imago mentis del protagonista, quelle associazioni libere da ogni logica e riflesso di una contenuto latente di una psiche devastata e segnata dalla sofferenza. Per questo il film potrebbe essere letto anche come una tragedia sul non detto, un dramma nel segno del rimosso: i cadaveri, il sangue, i fantasmi, le ferite e le cicatrici sulla carne sono in primo piano eppure il prima, la causa è solo evocata, posta nel fuori campo e trasformata in visione allucinata. C’è una violenza pura ed efferata che permea tutto il film eppure quasi sempre invisibile, evidente solo in fugaci momenti o durante scontri fisici secchi e brutali. In fondo è come se stessimo nella sua mente; noi come Joe siamo incapaci di assorbire completamente ciò che gli accade intorno e, allo stesso tempo, l’azione, il gesto, il trauma sono talmente insostenibili per la sua psiche che solo tramite supporti ontologici (come lo schermo di una telecamera in bianco e nero) o brevi tratti è possibile cogliere quello che avviene al di fuori del personaggio. In tutto ciò Joaquin Phoenix (già apprezzato quest’anno in Maria Maddalena ) si conferma interprete di assoluto livello, nel modo in cui incarna le dissonanze insite nel personaggio donandogli una carica animalesca, furiosa e rassegnata senza strafare mai.

Nel cinema di Lynne Ramsay non c’è salvezza o liberazione dal sangue, non c’è scampo dagli errori commessi o subiti se non attraverso un patto con la morte, quindi se c’è luce essa si trasforma inevitabilmente in tenebra, il male svela senso di impotenza, ogni catarsi si rivela beffarda e l’innocenza è un bene prezioso e già perduto a cui si guarda con doloroso rimpianto. A differenza di Ratcatcher però, questa volta, il suicidio lascia aperta la possibilità di un risanamento, di uno spiraglio solare (anche se solo sognato) verso il futuro o magari è solo un’altra allucinazione prima di abbandonarsi all’agognata morte. A beautiful day potrebbe continuare su un’altra storia ma decide di fermarsi lì, sulla soglia di un possibile che rimane tale, solo un fermo immagine vuoto che non concede di saperne di più su Joe e Nina.

Bisognerebbe chiedersi però se questo approccio così singolare e abbacinante sia stato sorretto da una scrittura altrettanto stabile e forse è qui che qualcosa inizia a complicarsi. La Ramsay sta portando avanti un percorso artistico interessante, quasi inesplorato per un film di genere, ma più che portarlo alle sue estreme conseguenze, ribaltarne i dettami attraverso la forma e il contenuto al fine di confrontarsi con i predecessori (maestri del calibro di Scorsese, Refn e Boorman) come hanno scritto in molti, sembra quasi che abbia voluto usare le regole del noir per dar voce al proprio linguaggio, per esaltare una sua personale visione sulla natura umana e sul tema della colpa facendo a meno di una struttura “solida”o degli schemi tradizionali ma peccando di eccessivo formalismo. Il contesto ambientale e i riferimenti politici, lo spazio corrotto e amorale in cui si muove il protagonista risultano troppo abbozzati; i personaggi (tutti senza distinzione) appaiono come esili figure di contorno, sono meri esseri evanescenti, “fantasmi” a servizio di una storia che si dipana in modo diacronico ma sempre troppo distorto; la stessa regia appare troppo ridondante e annodata su stessa non riuscendo a fornire quel meccanismo narrativo/visivo in grado di reggere fino alla fine e di dare compattezza alle ambizioni dell’opera.

Lo ripetiamo. La Ramsay ha notevoli doti registiche, conferma il suo linguaggio scomodo e una potenza espressiva non indifferente (se potete recuperate i suoi lungometraggi e alcune sue sperimentazioni con la video-arte), non le manca certo l’ambizione di andare controcorrente e A beautiful day è un buon esempio di cinema coraggioso, intensivo, anti-spettacolare, rarefatto e (in alcuni punti) davvero energico ma, per certi versi, troppo irrisolto, confuso e non ancora centrato, come se invece di compiere quel passo avanti che da una regista come lei ci si aspettava, si fosse lasciata prendere la mano dalla sua stessa smania estetizzante.

Laura Sciarretta
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