I Segreti di Wind River – La Tragedia Del Rimosso, L’Essenza Del Racconto

Wind River è un film coraggioso, ma in un modo tutto suo e proprio in questa sua anti convenzionalità così marcata ma al contempo ferma, pacata, non urlata, risiede la sua bellezza.

Wind River, un po’ come Three Billboards Outside Ebbing, Missouri, in primo luogo non ha paura di abbracciare alcuni elementi che ne modificano il suo statuto e lo portano ad intraprendere strade vicinissime a quello che in precedenza abbiamo definito Anticinema. In una curiosa sinestesia tra ambiente naturale e struttura del puro storytelling, il racconto è ridotto ad una sorta di eco lontana, i cui dettagli fondamentali non sono mai in presenza, ma quasi sempre in un’assenza resa presenza dall’evocazione del ricordo, quando non di un vero e proprio frammento di subconscio che la diegesi mostra in tutta la sua chiarezza e pregnanza solo allo spettatore (e in effetti solo chi guarda in sala può assistere davvero al raptus omicida attorno a cui ruota tutta la pellicola). In un atteggiamento quasi monacale dunque, Wind River esclude non solo qualsiasi pretesa di spettacolarità dal suo essere ma anche e soprattutto qualsiasi atteggiamento user-friendly che possa avvicinarlo in qualche modo alla sensibilità dello spettatore. Al centro del film c’è un omicidio praticamente senza movente (meglio, con un movente talmente assurdo e al contempo ordinario, da risultare irrimediabilmente lontanissimo dai colpi di scena, dalle motivazioni complesse, dalle architetture narrative tipiche di altri film coevi); il processo di indagine è straordinariamente REALE e al contempo fastidiosamente anti-spettacolare, guidato com’è dalla sicurezza e dall’esperienza del tracker Cory Lambert, dalle domande dirette di Jane Banner e, soprattutto, da indizi lasciati sul percorso da colpevoli guidati da rabbia e caos, indizi che quasi chiedono da soli di essere decifrati per arrivare alla risoluzione dell’omicidio, tanta è la loro evidenza.

river 1

Il concept è basilare, lo svolgimento regolare, privo di particolari scossoni, ma forse ciò che più stupisce è il modo in cui è gestito l’epilogo di tutta la vicenda. In pieno ossequio a quel western che innerva il suo D.N.A. l’ultimo atto di Wind River è forse uno dei più belli del cinema contemporaneo recente per il modo in cui da un lato costruisce la tensione e dall’altro svela, lentamente ma con decisione, i colpevoli dell’omicidio, il punto, tuttavia, è che tutta questa tensione finisce per risolversi in un inaspettato e per certi versi incomprensibile (di nuovo, per gli standard cinematografici contemporanei) anticlimax. La sparatoria che in effetti dovrebbe funzionare da atto catartico, da risoluzione violenta e finale dell’intreccio, la sparatoria che spesso (pensiamo ai capolavori di Michael Mann) viene manipolata, dilatata, caricata per spingerla al suo massimo potenziale, così da fare una presa maggiore su chi guarda si presenta come una sequenza rapidissima, brutale, certo, ma volutamente non soddisfacente per lo spettatore, tanto è stilizzata, fredda, caotica, di nuovo, reale.

river 2

Wind River aggredisce lo spettatore con una forma asciutta, impietosa, che dovrebbe allontanarlo ma che invece finisce per ottenere l’effetto contrario, già per questo, per abbracciare l’anticinema in maniera forse ancor più aperta ed evidente del film di Mcdonagh merita senz’altro un giudizio positivo ma l’elemento forse più straordinario del progetto di Sheridan in questo senso è la sua volontà di utilizzare questo elemento di rottura nella forma come base di partenza per portare all’attenzione di chi guarda un tessuto tematico ricchissimo e altrettanto forte.

 

Wind River è, senza mezzi termini, tragedia del rimosso, pellicola che porta in scena e tematizza, a ben vedere, tre drammi privati che sono anche tre drammi dell’inconscio collettivo contemporaneo. Il primo è il dramma della perdita filiale, forse, mai, come nel film di Sheridan, portata in scena con così tanta chiarezza, logicità, naturalezza e realismo (pensiamo ai silenzi pieni di parole con cui Cory e sua moglie da un lato cercano di consolarsi per la morte della loro figlia e dall’altro se ne rimpallano a vicenda la responsabilità, o anche alla potentissima scena di autolesionismo); il secondo è il dramma dei conquistatori e dei conquistati, che però è portato in scena nel terreno del film in maniera assolutamente non banale, non lasciandosi andare a facili assolutismi ma piuttosto lavorando sui toni di grigio, sul dualismo tra le parti, sull’ambiguità di una bianca di città che non si capisce se è emarginata perché è bianca o perché di città e un cacciatore bianco che forse è più indiano d’America degli stessi Indiani; in ultimo, forse, c’è il dramma più evidente, strettamente connesso alle vecchie politiche di conquista: quello dell’emarginazione imperante nelle riserve indiane, territori oscuri, vuoti, in cui, per contrastare l’oblio quasi lo si evoca per primi, attraverso droghe, alcol, sesso, situazioni estreme (ed è abbastanza emblematico in questo senso che gli omicidi siano proprio giovani alcolizzati e drogati che una sera avevano voluto provare un’esperienza diversa dal solito).

river 3

Wind River, al netto di quanto detto, si dimostra dunque un film asciutto, lucido, che costantemente rifiuta il suo status di prodotto squisitamente d’intrattenimento per confrontarsi costantemente con chi guarda, per sfidare lo spettatore.

Alessio Baronci

© Riproduzione Riservata