Ready Player One: “come vincere facile” secondo Steven Spielberg

Steven Spielberg è tornato. Non solo a dirigere un film (non una novità, dato che è un regista ancora molto attivo), ma nel mondo che preferisce, quello dei film d’avventura. Perché il distopico Ready Player One, tratto dal romanzo di Ernest Cline, è a detta di molti l’emblema dello spielberghismo, l’esempio che il signor Steven, all’età di 71 anni, è ancora capace di intrattenere il grande pubblico grazie ai suoi inconfondibili codici narrativi e all’abilità di reinventarsi in ogni film cercando di non perdere mai la sua identità.
E, in parte, è vero.

Ready Player One è il modello di un intrattenimento non elitario che prova ad accontentare spettatori di diverse età, dando (prevedibilmente) molto spazio al mondo videoludico, strizzando l’occhio a chi è cresciuto con la pop culture degli anni ’80 e mischiando elementi cinematografici e televisivi appartenenti a più generazioni. Tramite un eccessivo citazionismo e una sovrabbondante (ma, in alcuni casi, giustificata) ostentazione di simboli, immagini e icone appartenenti ad un ampio immaginario collettivo, uno dei Maestri della New Hollywood riesce a staccare dal suo film l’etichetta di “magnum opus per i nerd” per dare spazio alla celebrazione “democratica” di un mondo altro, quello di Oasis, nel quale convivono personaggi di ogni genere. Ed è, forse, proprio questo uno dei pregi ma, allo stesso tempo, dei difetti del film: il tentativo di voler accontentare tutti, accompagnandoli in una “caccia al tesoro” che si trasforma a mano a mano in una spasmodica e costante ricerca collettiva di ricordi, strizzate d’occhio ed easter eggs. Proprio come Wade Watts (Tye Sheridan), l’obiettivo dello spettatore è scavare nella memoria per riuscire a riconoscere gli elementi evocativi della sua infanzia e adolescenza in un pout-purri di suoni, immagini e colori, seguendo il viaggio di un eroe che, come in un film spielberghiano che si rispetti, conquista successo e amore dopo una battaglia a suon di sfide contro i “potenti” capeggiati da Nolan Sorrento (Ben Mendelsohn, sempre a suo agio nei panni del villain).

Spielberg

Grazie all’apporto di una sceneggiatura di chiara ispirazione dahliana (Oasis altro non è che la Fabbrica di Cioccolato di Wade Watts) scritta dallo stesso Cline, Spielberg prova ancora una volta a rivoluzionare l’entertainment cinematografico in un cocktail di vecchio e nuovo dal gusto piacevole ma non rinnovato. Una rivoluzione che intende rimarcare la ribellione di Wade Watts, il cui obiettivo conscio è quello di liberare il popolo dei nerd (poiché tutti lo sono diventati) dalla distorsione di una realtà virtuale che, nel 2045, è diventata simbolo di un sistema dispotico e antidemocratico. A prescindere da ogni palese morale politica e sociale, è forse il tanto celebrato arco narrativo del protagonista a non convincere appieno: nonostante alcune interessanti condizioni relative proprio al suo obiettivo inconscio, la maturazione, il percorso interiore di Wade risulta così semplice da risultare incompleto. Nonostante il prode Parzival superi difficili step per vincere “Il Gioco di Anorak” grazie all’aiuto del mentore Hallyday (un Mark Rylance credibile e mai eccessivo), il “normale” Wade riesce a superare con successo la condizione di schiavitù della sua introversione ma, alla fine del gioco, sembra sia rimasto uguale a sé stesso. Proprio come Art3mis, i-R0k, Aech, Sho e Daito, ordinari gregari di un protagonista che poteva (e doveva) essere caratterizzato in maniera più profonda.

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Pur di rendere appetibile a tutti il loro prodotto, la premiata ditta Spielberg-Cline regala allo spettatore uno spettacolo visivo e sonoro (grazie, Alan Silvestri!) indubbiamente di alto livello all’insegna del “più siamo, meglio è” il cui approccio apparentemente coraggioso si dimostra una captatio benevolentiae nei confronti di tutti i tipi di spettatori, un manifesto pop con una struttura narrativa elementare che punta ad intrattenere facilmente per due ore di fila. Far divertire non è assolutamente una colpa, sia chiaro, ma da uno dei più esperti esponenti del cinema hollywoodiano ci si aspettava un’opera più matura, figlia dei nostri tempi, con uno sguardo rivolto al futuro meno distaccato.

 

Giulio Nocerino

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