Il Dio Del Declino: Loro 1

Chi sono “loro”? Sono “quelli che contano”, come dice a un certo punto l’imprenditore-magnaccia pugliese Sergio Morra (Riccardo Scamarcio): quella classe di dei viziosi e opulenti, infantili e nichilisti, che decidono di diritto o di fatto le sorti di un Paese. Ma il monte Olimpo non è mai stato così scalabile, almeno per uno come Morra, perché Zeus non è mai stato così nudo. E la moneta di scambio è sempre la stessa, oggi come allora: i corpi delle giovani “mortali”. E perciò “loro” sono anche, inevitabilmente, queste ultime, le aspiranti protagoniste della videocrazia contemporanea che per fare strada si offrono come comparse della rappresentazione kitsch-pornografica a beneficio del monarca libertino (e dei suoi alleati-parassiti). In fondo è una parabola di classica decadenza, il nuovo film (al suo primo atto) di Paolo Sorrentino: l’estrema post-modernità di casa nostra si scopre fin troppo simile a una tarda antichità che non si è mossa di un millimetro dalle sue orge e dai suoi imperatori vanitosi blanditi e auto-glorificatisi come divinità. Reinterpretazione artistica di eventi reali, non cronaca di essi, ci tiene a precisare la didascalia che apre il film: ma non è solo timore di ritorsioni legali (Gianpi Tarantini ha già minacciato di querela chiunque accosterà la figura di Morra alla sua persona). Effettivamente, la precisazione iniziale è sincera. A Sorrentino non interessano tanto i fatti (e nemmeno le opinioni), quanto l’essenza di un’epoca, di un mondo e dei suoi protagonisti, ispirati con evidenza impietosa a quelli reali ma sempre e comunque trasfigurati in personaggi.

Perché il “Lui” ingombrante che si relaziona costantemente con “Loro” non è solo Morra rispetto ai potenti che vuole e sa manipolare, né solo l’ex Cavaliere rispetto alla pletora di ruffiani e cortigiane che gli si ritorcerà contro. “Lui” è anche Sorrentino, lo sguardo dietro la macchina da presa che prende gli spunti, le facce, i corpi del reale e li riscrive, rimpasta, riplasma in ingredienti del proprio spettacolo. Sorrentino non è mai stato e non ha mai voluto essere un regista che mette in secondo piano la propria individualità di autore per raccontare una realtà esterna a sé. Piuttosto, è un demiurgo che dalla materia amorfa della caotica contemporaneità  estrapola parole e soprattutto immagini, le più diverse e contrastanti, per avere il gusto di ricrearle imponendovi le sue leggi bizzarre. E, quasi a voler ostentare provocatoriamente tale narcisistica potenza creativa, sceglie per questo processo le realtà più delicate, sensibili, complesse: dagli intrighi politici della Prima Repubblica alla malavita grande e piccola, dal Vaticano al confine ambiguo tra giovinezza, vecchiaia e morte. Sorrentino afferra tutto questo e lo piega a uno stile visivo e narrativo sempre più sfacciatamente personale e riconoscibile. Ma soprattutto, tutti questi materiali vengono rimescolati, piegati e rimodellati per raccontare, almeno da Il Divo a questa parte, quelle che possiamo leggere come variazioni di una stessa storia: il dramma dell’uomo importante, celebre e celebrato, magari anche odiato (quanto basta ad accrescerne la notorietà), dell’uomo, in sintesi, “di potere” (politico, artistico, religioso) che si trova posto di fronte a una crisi radicale.

Ciò non significa però che ciascuna variante non abbia le sue specificità, anzi. Gli esiti del percorso di Sorrentino sono stati diversi e diversamente riusciti soprattutto, ci sembra, a seconda di quanto lo sguardo del demiurgo sia stato rigoroso e sanamente “crudele” verso i mondi e i protagonisti da lui reinterpretati. Perché, come demiurgo, Sorrentino muove sempre un passo verso l’abbassamento delle sue creature, l’esposizione spietata dei loro peccati e delle loro miserie, e un altro opposto, verso il loro salvataggio, la loro redenzione non dal punto di vista morale ma dal punto di vista poetico: per quanto deboli, meschini, esecrabili, i personaggi del demiurgo Sorrentino vengono sempre graziati da un tanto di umanità, di fragilità, di verità che la rappresentazione lascia trasparire. Ma questa misericordia poetica funziona solo se non diventa assoluzione in toto dei personaggi e dei mondi raccontati, se non scade in buonismo depotenziante la carica corrosiva del demiurgo che, quando vuole, sa essere graffiante come pochi. Le parti meno riuscite de La grande bellezza e di The young Pope erano quelle in cui l’ecumenismo consolatorio prevaleva sulla decostruzione acida di personaggi e ambienti. Laddove Geremia de’ Geremei e il Divo Giulio restano tra i personaggi (e gli affreschi) sorrentiniani più felici perché, pur nella solitudine e nelle contraddizioni che rendevano anch’essi più sfaccettati e “umani”, non si edulcorava in nulla il loro ritratto: specchio l’uno di un microcosmo provinciale grottescamente consumista e l’altro di un macrocosmo di compromessi nazionali intrisi di sangue e misfatti.

loro

Ora, a giudicare da questa prima parte di Loro, ci sembra di poter dire che il demiurgo Sorrentino è sulla strada giusta, quella della crudeltà che resta tale anche nel restituire umanità e sfaccettature ai personaggi, del dio che non vuole giudicare espressamente le sue creazioni ma che le mette in scena senza facili compromessi. È una prima parte divisa a sua volta in due blocchi, dal ritmo e dai toni alquanto diversi, ma entrambi diversamente urticanti. Si incomincia con uno degli incipit più sardonici mai proposti dal regista: la pecorella “smarrita” che, rimasta prigioniera della villa sontuosa ma vuota, muore congelata dal condizionatore automatico, mentre le immagini dei quiz di Mike Bongiorno fanno da contrappunto. In pochi minuti di grottesca follia, abbiamo già un’allegoria dell’Italia di quegli anni, beotamente inconsapevole mentre si rinchiude da sola nella gabbia dorata di uno spettacolo perenne, sprofondando a rapidi passi nel baratro politico, economico, culturale. Si prosegue col primo atto del primo atto, una sarabanda frammentata (nel montaggio frenetico e nella quantità di figure che introduce) della periferia imperiale che aspira a conquistare il centro. Dove le innumerevoli grazie femminili non rendono più attraente lo spettacolo, anzi: l’accumulo di corpi, di amplessi ora meccanici ora grotteschi ora pretesi a forza dal potente di turno, mettono a disagio oltre ogni possibile tentazione estetizzante. E che tutto ciò sia anche il frutto perverso di un contesto mediatico che mercifica il corpo femminile lo ribadisce la sequenza di inquadrature sui mille spot e programmi tv (con zoomate a raffica sulle donne sempre succinte e sessualizzate) che abbiamo realmente ingoiato come spettatori in tutti quegli (e questi) anni.

Un affresco che non è meno corrosivo (anzi, di più) quando oltrepassa i confini dello humour surreale: un esempio tra i più eloquenti, il camion della spazzatura che sbanda per non investire un ratto, volando al ralenti fino a schiantarsi tra i Fori Imperiali in un’esplosione di rifiuti che piovono su Morra e sul suo harem. Raramente il gusto per la provocazione visiva e narrativa di Sorrentino si è saldato in modo così trasparente al discorso caustico su una realtà di cui, pur trasfigurandola, si parla. Così come non meno rigorosa, nella deformazione farsesca, appare la seconda parte dell’atto: più distesa e (apparentemente) meno aggressiva della prima, necessario contraltare stilistico e dialettico di quest’ultima. A differenza dei protagonisti della prima metà, infatti, il demiurgo Sorrentino può permettersi di mostrare già da ora l’altro lato del sistema e fare subito visita a quello che tutti chiamano “Lui”, obiettivo, perno e icona di riferimento del sottobosco già descritto. Di Berlusconi questo film non vuole offrire una ricostruzione critica di magagne e controversie, malgrado i dialoghi rinfreschino rapidamente la memoria a chi ce l’avesse corta (dalle leggi ad personam al “socio” condannato per concorso esterno in associazione mafiosa). Ciò che interessa davvero a Sorrentino non è nemmeno una rappresentazione del Berlusconi “pubblico”, fenomeno politico-comunicativo e leader-padrone. Il regista-demiurgo vuole dare piuttosto la sua personalissima (e non necessariamente attendibile) versione del deserto interiore che si è creato un uomo di potere all’alba del declino: ossessionato, ancor più che dal successo, dal bisogno di trasmettere un’immagine artefatta di sé. L’interpretazione di Toni Servillo, col sorriso vuoto e algido che resta incollato al volto anche nei momenti più privati e intimi, è la perfetta sintesi di questa visione: una deformazione del personaggio pubblico per farne maschera significante di un discorso (psicologico-esistenziale più e prima che politico) sul potere e sull’apparire, sulla correlazione tra i due e sull’inaridimento che essa determina.

Il Berlusconi di Sorrentino è un sofista-guitto che pretende di avere ragione anche di fronte al nipote che lo ha visto pestare una cacca, mettendo in discussione l’idea stessa di verità. Ma che qualcosa di simile alla verità esista sembra dimostrarlo la Veronica Lario di Elena Sofia Ricci, forse il personaggio più positivo dell’affresco: col suo rifiuto per tutto ciò che il marito rappresenta (dal culto della televisione al disprezzo per la cultura “comunista”) e con la sua «dignità» di donna vezzeggiata ma al contempo umiliata; dignità che contrappone espressamente alle «fantasiose bugie fatte passare per verità» dell’altro, bugie che, al tramonto dell’impero, non sembrano essere più sufficienti. E anche il momento di ritrovata tenerezza tra i due in chiusura della prima parte non sembra né una consolazione né una facile assoluzione concessa dal demiurgo Sorrentino, piuttosto uno squarcio su ciò a cui ha dovuto rinunciare l’uomo di potere (ogni uomo di potere?) per “farsi da sé” e rimanere a galla così a lungo: il ricordo dei propri momenti di autenticità, di verità, come quello rievocato nell’ultima inquadratura, l’inizio di un amore ancora spontaneo e innocente. Si chiude così questo interessantissimo primo atto, e non ci resta che attendere il prosieguo, nella speranza che il demiurgo Sorrentino continui a cantare questa società e umanità in declino con la stessa ispirazione acida e grottesca che permea questo capitolo.

Emanuele Bucci

© Riproduzione Riservata