Un sogno chiamato Florida – Recensione

Un sogno chiamato Florida è ambientato a pochi passi di distanza dai cancelli di quel “regno da favola”, eppure quello che si vede è tutt’altro che magico. Sentiamo in sottofondo, proprio ai titoli di testa, le note di Celebration dei Kool and the Gang, ma qui non c’ è nulla di celebrativo, o degno di essere edificato, solo le macerie e il un mondo magico è un simulacro vuoto e squallido.

Siamo al Magic Castle Inn, un enorme motel viola pastello alla periferia (appunto) di Orlando. A breve distanza c’è il Disneyland Resort ma non lo vedremo mai (se non negli ultimi fugaci fotogrammi), perché il “luogo più felice al mondo”non è aperto a tutti. Si tratta di una zona in cui si stagliano hotel a forma di castelli fatati (c’è il Future Land) con ingombranti negozi a tema (il Gift Shop, l’Orange World o il Twistee Treat), dove un turista può capitare solo per sbaglio mentre le stanze low cost vengono affittate, al prezzo di 35 $ al mese, da famiglie disagiate, povere e ai limiti della clandestinità, appartenenti alle minoranze etniche più disparate (non solo le comunità black o ispaniche, ma persino il sottoproletario white, frutto della crisi economica e dell’aumento della disoccupazione).

In questo castello magico, bambini come Moonee, Scotty e (la nuova arrivata) Jancey corrono, schiamazzano e giocano con quello che trovano, per loro è come stare in vacanza, senza regole vivono le giornate tra una gara di sputi e qualche scherzo ai danni degli ospiti. Ma Un sogno chiamato Florida si concentra soprattutto su Moonee e la sua mamma, Halley, ragazzina sboccata e avulsa da qualsiasi pensiero di responsabilità, che sbarca il lunario vendendo oggetti tarocchi e (se i soldi non bastano) offrendo il proprio corpo a ospiti occasionali per garantirsi il tetto. Questa routine fatta di sotterfugi, infrazioni più o meno gravi e totale anarchia, in cui Monee cresce libera, amata, ma priva di difese emotive (prima che fisiche) non durerà per sempre e soprattutto quando un gioco pericoloso attirerà l’attenzione delle istituzioni, il mondo felice di Monee si rivelerà in tutta la sua drammatica realtà.

Florida 1

Il giovane regista Sean Baker si è oramai fatto un nome all’interno del circuito indipendente americano e decide di porre l’attenzione su quelle minoranze degli Stati Uniti già protagoniste di Starlet e Tangerine, fedele ad una regia semi-documentaristica con sequenze in steadicam, riprese a piani fissi e rotazione sull’asse, e mettere in scena le rovine di una nazione che vede smontarsi il sogno americano al di là di ambienti color pastello, delle sagome di Mickey Mouse e dei cieli sempre azzurri.

In Un sogno chiamato Florida si fa sentire forte l’influenza del Neorealismo Italiano con quell’immaginario di volti e storie che tra ignoranza, miseria e dignità umana avevano abitato il cinema di Roberto Rossellini e Vittorio De Sica, in particolare quando si ripensa a certi ritratti sul mondo dell’infanzia (Sciuscià o I bambini ci guardano; Germania Anno Zero). La bravura e l’intelligenza stanno proprio nella volontà di raccontare qualcosa senza applicare formule ad hoc, evitando l’errore del recente La vida y nada mas di Antonio Mendez Esparza, in cui a mancare era proprio la storia e la gestione degli attori. Baker fortunatamente, sa cosa vuole, conferma di possedere un’impronta autoriale riconoscibile e si tiene ben lontano dai toni pietistici che il cinema più furbo ha spesso riservato a simili tematiche.

Il regista osserva il mondo con gli occhi disarmanti della piccola Moonee, uno sguardo non ancora impostato dalle regole dell’età adulta, gettando impietosamente la luce sul disagio e le arretratezze di un’umanità oltre i muri di quegli edifici tanto pacchiani, fasulli e artefatti; oltre un arcobaleno luminoso quanto impossibile da raggiungere. Nell’inseguire la sua protagonista, Baker ci fa riscoprire l’incanto di chi vuole trasformare tutto in gioco, l’incontrollata libertà, tipica di quando si è bambini, ma anche il dolore e la paura di fronte alle mancanze dei grandi. Finché non si è costretti a cresce, le giornate si animano improvvisamente di meraviglia con le piccole cose come cibi spazzatura gratis, bravate, elemosine per la strada e avventure pericolose in edifici abbandonati.

Il merito più evidente di Un sogno chiamato Florida si mostra nella chiara scelta di non giudicare mai i personaggi, né di impostarli su sovrastrutture classiche con cui empatizzare per forza, o appesantirli con situazione ai limiti del melò. In questo micro universo in disfacimento, le persone sbagliano, sono sgradevoli e commettono azioni non sempre condivisibili e scelte che prima o poi si pagano. Non si tratta di figure legate ad una visione “finta” del reale ma, al contrario, personaggi che vivono una realtà fenomenica, osservata attraverso la finzione; la vita, dunque, con tutte le sue contraddizioni e la sua umanità autentica.

Florida 2

François Truffaut, maestro della Nouvelle Vague francese, in una delle sue famose interviste disse che troppi autori sono convinti di trattare l’infanzia ma falliscono a causa dell’erronea facilità con cui si rischia di trasformare i piccoli interpreti in divi già impostati, se privati della loro naturalezza, e del momento in cui si perde di vista il personaggio, l’unico, vero centro del film, spostandosi sull’azione a discapito della realtà e del portato narrativo che essa possiede. Una lezione che Baker sembra aver fatto propria. Non potrebbe essere altrimenti osservando l’imprescindibile contributo dei suoi attori non professionisti. In primo luogo perché l’inquadratura sembra davvero esistere in totale relazione alla realtà filtrata dalle sue protagoniste, in quell’immagine, in quegli occhi riflettenti il mondo che catturano, e ritrova il senso pieno indicato da Truffaut. In seconda battuta perché i “non attori”, scovati tra casting web e profili Instagram, funzionano grazie al loro portato di insita verità e genuina presenza; un’eredità fondamentale figlia di quel cinema antropomorfico che tanto affascinava Luchino Visconti: lo scopo è parlare di “persone vive nelle cose e non le cose per se stesse”

L’unico attore professionista è quel grandissimo talento di Willem Dafoe che nei panni di Bobby, il manager/custode del Magic Castle, probabilmente la figura più retta e nobile della pellicola, o quanto meno quella più vicina al regista, con quel suo stare sempre a distanza rispetto agli altri personaggi. Il fatto che lo si inquadri spesso “sulla porta”, né dentro né fuori rispetto all’intimità degli altri, è alquanto significativo in tal senso. Bobby è un uomo severo, scostante eppure sempre presente, utile dove serve un intervento, ma sotto sotto benevolo, una sorta di tutore dell’ordine oseremmo dire, che tenta come può di tirare avanti, nonostante un rapporto complicato con ex moglie e figlio adolescente, e che cerca di far rispettare le regole, vigilando silenzioso e attento, con un occhio di riguardo verso quei bambini lasciati a sé stessi. In tutto ciò bisogna fare un sincero plauso a Defoe, protagonista di un’interpretazione incredibile, forse una delle migliori della sua carriera, sobria e perfettamente minimalista

Florida 3

Forse la sensazione che non riesce del tutto a scrollarsi di dosso Un sogno chiamato Florida, proprio in virtù di quanto scritto, è una sorta di strana indecisione alla base. Il film, infatti, appare stranamente diviso in due: da un lato riprende la vita, il quotidiano, i tempi morti, dando spazio alla casualità, all’accidentale, all’improvvisazione e alle azioni ripetitive e (per modo di dire) insignificanti; ma poi, dopo un evento importante (il cosiddetto punto di svolta in fase di screenwriting) la narrazione si risolleva, è più compatta, dunque “convenzionale”e si intravede un intreccio drammatico nel segno del causa-effetto, che conduce inevitabilmente ad un finale tragico.

Rispetto a quel piccolo, sfrontato ed energico film del 2015, dal titolo Tangerine, realizzato con Iphone e Filmic Pro, in cui Sean Baker era riuscito miracolosamente a costruire un solido script tra commedia degli equivoci e trance de vie nelle malfamate strade di Los Angeles, qui, pur centrando l’obbiettivo, sembra perdere leggermente il punto del discorso. Baker non riesce del tutto a replicare la selvaggia freschezza del precedente, ma si dimostra, ancora una volta, cineasta attento e sensibile, fedele al mondo che gli interessa raccontare e ad uno stile sempre più maturo. Un sogno chiamato Florida è di fatto un film prezioso perché non teme di porsi ad altezza di bambino e, senza barare, di svelare il fallimento del sogno americano attraverso le vite di un’umanità scomoda, vitale e dignitosa, nascosta nell’ombra di una dream land in cui, forse, non basterà neanche più rifugiarsi per avere un lieto fine.

Laura Sciarretta
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