Tomb Raider – Una Lara di carne e di sangue

La Lara Croft del reboot di Roar Muthaug è fatta di carne, sangue e sudore. La Lara Croft dell’ultimo reboot non è neanche “LaraCroft” (una singola entità che unisce nome e cognome, come si confà alle icone generazionali, agli unicum, a quegli oggetti della cultura pop di natura quasi divina per i propri fan), è semplicemente Lara: ventenne ribelle, sboccata, impulsiva, maldestra, svogliata studentessa universitaria.

Nell’azione, quasi simbolica, di Lara di rifiutare il suo retaggio nobiliare a partire dal suo cognome (sempre nominato da altri, praticamente mai da sé stessa) giace in realtà la volontà di far entrare in contatto la protagonista della saga videoloudica con la concretezza del reale da cui è stata negli anni fin troppo spesso separata soprattutto nelle sue scorribande su Playstation. La sensazione è che tutta la produzione sia animata da una particolare consapevolezza di ciò che vogliono fare e di ciò che desiderano ottenere dal loro progetto.

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La regia è affidata a Muthaug, regista norvegese del sottobosco indie salito alla ribalta grazie all’ottimo horror Fritt Ritt, uno slasher ambientato sulle montagne del nord Europa. Il metodo per riattivare Tomb Raider, per farlo scontrare con la fredda terra, passa quindi per un sottile ma deciso cambiamento di genere. Prima di essere un action, un film d’avventura, il reboot di Tomb Raider è un survival. E funziona dannatamente bene come surivival. Il film vede questo contatto con questo nuovo genere a tal punto cruciale che è chiaro che tenta fin dall’inizio di scrollarsi il più velocemente possibile le formalità del primo atto per concentrarsi completamente sul secondo, tutto ambientato sull’isola, tra l’aggressività della natura selvaggia e la minaccia incombente dei mercenari.

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Dal momento in cui Lara tocca la terra ferma il film acquista una forza straordinaria, il genere, come si diceva, si ibrida ed il ritmo aumenta di giri. L’isola diventa in sostanza il playground personale di Muthaug, che, finalmente nell’elemento che lo contraddistingue, gioca con le situazioni, i personaggi, la sua protagonista e il suo villain. Lara corre, suda, ansima per riprendere fiato, viene presa e sbattuta da una parte all’altra dell’ambientazione attraverso stunt e situazioni che non sono mai state al contempo così poco eroiche e così straordinariamente reali. È una strategia, quella del “ritorno alla terra” di Lara Croft che non è da sottovalutare, da prendere alla leggera. Ne acquista il tessuto narrativo e certamente il personaggio, questo senz’altro, ma anche l’esperienza di visione dello spettatore ne esce appagata, ora che chi guarda può facilmente empatizzare con un personaggio straordinariamente vicino alla sua sensibilità. A margine, allo stesso scopo è ascrivibile l’ottima scrittura del villain del film (e la conseguente interpretazione di Walton Goggins).

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Vogel è un missionario psicopatico come non se ne vedevano da anni al cinema e Walton Goggins è in un tale stato di grazia da abbracciare, fare proprio, rendere concreto, il senso di minaccia imminente, di morte, evocato dal suo personaggio e costantemente esperito da Lara.

Un ottimo secondo atto, un’originale ibridazione di generi e un cattivo al massimo della sua potenza bastano, tuttavia, a rendere questo film memorabile all’interno del suo contesto di appartenenza?

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Non completamente, proprio perché questo desiderio di restaurazione, di ricostruzione, non procede con lo stesso passo per tutto il film, che finisce quindi, a tratti, per arenarsi, per cadere nella banalità, nella semplicità, a bloccarsi nella vuotezza. Il Tomb Raider di Muthaug non è dunque un vero e proprio game-changer della filmografia contemporanea, è però un progetto che fa il suo dovere e, soprattutto, una buona base di partenza per tentare di costruire un franchise ben organizzato attorno all’eroina di casa Square-Enix.

Alessio Baronci

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