Red Sparrow E La Mancanza Di Coraggio

Red Sparrow fa quasi tenerezza nel suo essere uno straordinario fuoco di paglia. Poi però la tenerezza va scemando e si fa strada un’amarezza diffusa per un progetto che vorrebbe risultare di rottura, in vari modi, nei confronti di un certo modo di intendere il cinema di genere ma che alla fine si rivela molto più reazionario di qualsiasi film in voga negli U.S.A. durante gli anni ’80. Eppure è un peccato, perché gli elementi per organizzare una nuova lettura della più classica delle spy story oltrecortina c’erano tutti: lo sguardo di Francis Lawrence è sempre lucido e solido e il suo senso dello spazio riesce il più delle volte a fare la differenza a contatto con una materia prima per certi versi poco soddisfacente (vedi la trilogia di Hunger Games); Jennifer Lawrence, se assistita da una personalità valida in regia (e Francis Lawrence potrebbe seriamente assurgere a questo ruolo, avendola di fatto cresciuta come attrice) riesce a risultare straordinariamente convincente, controllata e versatile; persino il concept di base può dare grandi soddisfazioni soprattutto se nutrito da input che provengono da questa sorta di ritorno in auge dello spy-story più o meno tradizionale nel cinema contemporaneo, penso a The Americans, ma anche ad Atomica Bionda o a Il Ponte Delle Spie. Gli elementi, le strutture base per creare un buon prodotto insomma ci sono, e tuttavia Red Sparrow sembra non volerli (o saperli) sfruttare appieno perdendosi piuttosto in una sorta di comfort zone fatta di confusione, vuotezza e da un approccio moderato mascherato da spinte rivoluzionarie.

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Red Sparrow è quasi il fastidioso risultato di una pubblicità ingannevole: dovrebbe essere il film che illumina di una luce nuova lo spy-thriller oltre cortina al cinema: il punto di vista passa dagli americani ai russi e oltre a osservare tattiche, comportamenti, vere e proprie psicologie diametralmente opposte rispetto a quelle a cui lo spettatore medio è solitamente abituato, chi guarda si ritrova a confrontarsi con quell’interessante sistema che comunemente definiamo relativismo culturale, un’entità che in questo caso si accoppierebbe ad un’interessante fenomeno di straniamento: come vengono ritratti l’America e gli americani dal punto di vista dei russi? Come vengono considerate azioni e decisioni classiche, quasi di routine, quando ad osservarle sono quelli comunemente considerati i nemici? Com’è, semplicemente, osservare tutta la storia dal punto di vista considerato comunemente sbagliato della storia?

È ininfluente, ecco com’è. Già perché Red Sparrow in questo senso manca completamente il bersaglio. Dominika non è la fredda spia senza scrupoli che ci si aspetterebbe di trovare, il suo arco è piuttosto banale e di certo il fatto che la donna si ritrovi ad entrare nei servizi segreti russi non per sua scelta ma perché si trovava al posto sbagliato nel momento sbagliato non fa troppo bene alla sua caratterizzazione. L’elemento più curioso, tuttavia, è che non ci si sforza minimamente nel creare un contesto in cui le linee di forza e di empatia dello spettatore si spostino dall’altro lato della barricata, fino a farlo simpatizzare, anche solo un minimo, con la Russia. Gli agenti russi sono sempre e comunque infidi, cattivi, gli americani sono individui civili, misericordiosi, gli unici che sembrano in grado di approcciare razionalmente il contesto in cui si trovano. Si torna dunque al manicheismo anni ’80, con Washington, il bene, la civiltà, da un lato e Mosca, il male, le barbarie, dall’altro e in questo senso il turning point che vede Domnika tradire il suo paese e iniziare a fare il doppiogioco per gli americani, dopo essere stata rassicurata dalle amorevoli parole del suo contatto americano non è altro che la conferma di un passaggio obbligato.

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Discorso a parte si potrebbe fare sul trattamento riservato al personaggio di Jennifer Lawrence. Domnika nasce come una sorta di arma sessuale addestrata ad utilizzare la seduzione, il suo corpo ed il sesso come strumenti per ricattare ed estorcere informazioni ai suoi bersagli. Al di là della natura certamente controversa di una scelta creativa del genere (il corpo femminile torna a essere mercificato in periodo di postfemminismo e #metoo) ci troviamo comunque di fronte al tentativo di distinguere, di connotare Domnika all’interno delle decine di altre eroine femminili di prodotti contemporanei e simili. Come la Lauren Broughton di Atomica Bionda ha dalla sua una fisicità e un’abilità nel combattimento corpo a corpo che la rende a suo modo memorabile, come l’Elizabeth Jennings di The Americans è diventata, negli anni, una vera e propria icona nel panorama dell’intrattenimento contemporaneo grazie alla sua caratterizzazione complessa e alla sua ambiguità di fondo è per certi versi comprensibile che Domnika provi a trovare il suo spazio all’interno dell’inconscio collettivo dello spettatore grazie al suo corpo e al sesso. Pur tuttavia, questa strada può risultare logica solo se, nei limiti del possibile, si spinge al massimo il pedale dell’acceleratore e si pone davvero la fisicità e la sensualità del personaggio di Jennifer Lawrence al centro del film. Così non avviene in realtà (ma anche prevedibilmente): le scene propriamente erotiche del film sono pochissime ed il corpo, la fisicità della Lawrence sono messe in primo piano raramente all’interno della narrazione (né più né meno, in fondo, di quanto accade in altri progetti coevi o anche solo con le bond-girl di James Bond).

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È un problema di presentazione e intenzioni quello che affligge Red Sparrow. Se la distribuzione lo avesse presentato come un’ordinaria incursione di Jennifer Lawrence nei territori dello spy-thriller, senza calcare troppo la mano su elementi e strutture trite e ritrite per quanto spacciate per originali, oltreché su promesse che di fatto non sono state mantenute (dal cambio di focalizzazione al focus sull’erotismo), probabilmente l’insoddisfazione generale sarebbe stata minore e si sarebbe addirittura fatto meno caso alle imperfezioni più o meno evidenti della pellicola: da un Francis Lawrence che pensa a fare il suo film abbandonando chiaramente tutto il cast al suo destino e lasciandosi a tratti andare alla (incomprensibile) ripresa di particolari e sequenze truculente e a tratti splatter (ossa che si spezzano rimanendo a vista, scene di tortura in cui non viene rispariamo nulla, tanto per fare degli esempi) a una Jennifer Lawrence per la maggior parte del tempo controllata che però spesso cede ad un insensato overacting.

Red Sparrow è dunque un film con un ottimo potenziale annacquato tuttavia da scelte sbagliate e promesse non mantenute.

Alessio Baronci

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