Maria Maddalena: lo scandalo (imperfetto) di una rilettura

Mary Magdalene, ovvero Maria Maddalena, il nuovo film di Garth Davis, racconta proprio quella storia lì, la “più grande storia mai raccontata”, in Palestina nel 33 d.C., la storia che, bene o male, conosciamo tutti… giusto? Sì e no. La storia della predicazione di Gesù di Nazareth, possiamo dire con sguardo laico ma non certo antireligioso, ha il segreto della sua grandezza (anche espressiva) non tanto nella fondazione di una nuova identità, di una nuova religione, ma nella messa in crisi radicale, dall’interno, di una religione e di un’identità già date. Storicamente, Gesù di Nazareth è un profeta ebreo che si richiama ai pilastri del suo stesso credo per portarli al loro punto di rottura, per ribaltarne scandalosamente i presupposti in nome di un evento (la “venuta del Regno”) sconvolgente, irriducibile a logiche di possesso, di dominio, di chiusura identitaria.

Ne consegue che il miglior modo per restituire quella storia di una paradossale (ri)fondazione nella messa in crisi, il modo più efficace di esprimerne la sostanza “scandalosa”, tanto più nel contesto mediatico odierno, è quello di essere in qualche modo “scandalosi” anche nel modo di narrare: rileggere quei testi e farli incontrare col differente mezzo destabilizzando, sconvolgendo, innovando rispetto al passato, anche e prima di tutto dal punto di vista tecnico ed espressivo. La riuscita di una trasposizione del racconto evangelico, in parole povere, si misura a nostro avviso sulla base di quanto riesca ad essere (scandalosamente) inedita rispetto alle convenzioni e alle aspettative dell’immaginario di riferimento e del mezzo artistico adottato.

Due esempi su tutti, tra i più felici e dissimili negli approcci e negli esiti: Pier Paolo Pasolini, in film come La Ricotta (1963) e Il Vangelo secondo Matteo (1964). Mel Gibson, nel suo tanto discusso Passion of Christ (2004). L’ateo e comunista dichiarato, provocatorio contaminatore del sacro col profano in tutta la sua opera, da un lato; il neoconvertito, aderente fino all’ossessione alla lettera dei testi in cui si riconosce, dall’altro. Eppure, entrambi vinsero le rispettive scommesse. L’uno sprigionando l’attualità (anche politica) di quella storia nella sistematica, espressionistica infrazione ai canoni del racconto cinematografico classico, combinata con il recupero, nel mutato contesto, di una tradizione artistico-religiosa “più moderna dei moderni”. L’altro, con un’adesione non meno scandalosa alla realtà dei fatti narrati, all’orrore prima di tutto fisico del martirio di un innocente, passando per l’asprezza anche linguistica di un film recitato in aramaico. Quelle opere vinsero, non per nulla, soprattutto nello scandalo che riuscirono a suscitare: nelle denunce per vilipendio alla religione e negli sputi dei fascisti al Festival di Venezia, per Pasolini; negli anatemi dei critici benpensanti che si stracciarono le vesti parlando di morbosità splatter, nel caso di Gibson.

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Ora, da questa necessaria premessa, come valutare il film di Garth Davis? Lo valutiamo, appunto, in base al suo coraggio e alla sua capacità di scandalizzare, sorprendere, rimettere in discussione i codici invalsi (del cinema e della stessa tradizione storico-artistica sui Vangeli). E la risposta che ci sentiamo di dare è duplice: il film di Davis è innovativo e scandaloso (in una certa misura) nel contenuto, ma molto meno nella forma. Nel contenuto, Davis e soprattutto le sceneggiatrici Helen Edmundson e Philippa Goslett portano avanti una rilettura radicalmente “femminista” della vicenda gesuana, non solo e non tanto perché, come ci suggerisce il titolo, la vera protagonista del film è “l’Apostola degli Apostoli”, piuttosto che il maestro. Scartata in partenza la versione storicamente inattendibile che vuole la Maddalena “prostituta redenta”, il film ci mostra davvero, di quella storia, una parte “mai raccontata” (o, addirittura, raccontata in modo diverso) dai testi sacri canonici.

Ci mostra anzitutto una donna vittima di una legge che non le lascia libertà di autodeterminazione, nemmeno per andare a pregare al di fuori dei momenti preposti; che la considera proprietà degli uomini della sua famiglia, perché, in quanto donna, la sua vita “non le appartiene”. Una donna che, allora, sceglie di mettersi radicalmente in discussione per seguire le parole (o i vaneggiamenti?) di un profeta secondo cui, al contrario, a chiunque, uomo o donna, appartiene il suo spirito, e nessuno in questo è superiore all’altro. Non solo: ci viene raccontata una Maria Maddalena che comprende, prima e meglio dei dodici uomini che la tradizione ha celebrato, la vera sostanza di quella predicazione. Non l’annuncio di una rivoluzione armata contro l’oppressore politico, ma un mutamento non meno (e, anzi, più) eversivo del modo di pensare, di porsi di fronte alla realtà e di operare in essa: «Il mondo cambierà solo se cambiamo noi», dice questa Maria agli apostoli sempre in ritardo rispetto a lei. E se il ruolo-guida della Maddalena nella comunità primitiva veniva già suggerito da alcuni Vangeli apocrifi (alla base dell’interessante Mary di Abel Ferrara del 2005), stavolta lo script si spinge oltre, rivisitando a modo suo l’intera storia.

Vediamo allora una Maria Maddalena che non subisce alcun esorcismo dal messia, perché i demoni sono solo la mistificazione di chi vorrebbe imporle un matrimonio combinato; una Maria che battezza e predica con la medesima (se non con maggiore) potenza carismatica dei discepoli maschi, che si mostra più misericordiosa di Pietro e che prende parte, seduta accanto a Gesù, all’ultima cena prima della Crocifissione. Si potrà discutere (e, magari, scandalizzarsi) riguardo all’attendibilità storica di questa rilettura, e però davvero la sua sincerità e la sua radicalità ci paiono uno degli aspetti migliori di questo film: al di là di come sia veramente andata, un momento come quello del Gesù (raramente così fragile e tormentato) di Joaquin Phoenix che si addormenta con la testa poggiata sulle ginocchia della discepola in grado di spiazzare e rassicurare il suo stesso maestro, ha la dolcezza eversiva che permea i momenti più alti dei testi a cui ci si ispira.

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Dove però il film non riesce a osare, è nella scelta delle soluzioni espressive. Davis aveva esordito due anni fa col sopravvalutato e assai poco convincente Lion dove, a scapito di un incipit abbastanza efficace e di qualche spunto riuscito, la tecnica per raccontare una storia di (fin troppo) buoni sentimenti era quella ridondante, enfatica e didascalica di un lungo spot umanitario travestito da film. In quest’opera seconda, il regista è certamente servito da una sceneggiatura più interessante e meglio calibrata, nonché da un soggetto sulla cui potenza si è già detto. Ma i mezzi che adotta per narrarli sono ancora una volta quelli, più scontati e tradizionali, del cinema che non rischia, puntando tutto sulla facile ricerca e sottolineatura del pathos: in questa direzione vanno un racconto tutto sbilanciato sui primi piani, l’insistenza del commento musicale e i totali di grande effetto (a cui lo stesso Lion ci aveva già abituato) piazzati sempre scolasticamente al momento giusto per incentivare l’immersione degli spettatori nel contesto d’ambientazione. Garth Davis, insomma, è un discepolo che fa diligentemente i suoi compiti, ma, fatto salvo qualche guizzo provocatorio (i discepoli di colore, tra cui il Pietro dell’ottimo Chiwetel Ejiofor), non scommette, non sfida le convenzioni, non sconvolge: e, dunque, non fa miracoli.

Ma questo film, in compenso, può contare su due interpretazioni che vanno ben oltre i limiti della regia. Joaquin Phoenix è un Cristo davvero poco tradizionale e oleografico: un Cristo che sorride di rado, anche se con dolcezza, tutt’altro che convenzionalmente “bello”, barba e capelli disordinati e incolti, viso scavato che dimostra ben più dei noti trentatré anni, voce roca facile ai cambiamenti di tono, specialmente nelle accensioni febbricitanti contro i compromessi di una religiosità ipocrita e conformista o contro i mercimoni del Tempio. Un Cristo che nell’intensità dello sguardo esprime, più che una pace raggiunta e promessa, l’antitesi tra morte degradante e vita rinnovata, la prima paradossalmente necessaria ai fini della seconda.

Dall’altra parte, Rooney Mara è una Maria Maddalena che valorizza al meglio lo spazio offertole dalla macchina da presa, giocando al massimo grado con i contrasti: tra sorrisi di ingenuità infantile e sguardi di penetrante determinazione nei momenti di svolta (e di scelta); tra il dolore traboccante ma mai enfatizzato delle perdite che scandiscono il suo percorso, e i lampi di liberatoria chiarezza che ne attraversano il volto come raramente viene concesso ai co-protagonisti. I due attori protagonisti hanno successo, forse più di chiunque altro tra gli artisti coinvolti nel film, perché osano nel proporre due figure dai contrasti potentemente “umili”, forti nella loro estrema fragilità; senza pretendere di costruire delle icone, costruendo invece dei personaggi: due personaggi di scandalosa umanità.

Emanuele Bucci

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