The Post: tesi, antitesi e sintesi di un giornalismo che non si piega

«Questa è una battaglia storica», dice il giornalista Ben Bradlee (Tom Hanks), direttore del Washington Post, alla sua editrice Katherine Graham (Meryl Streep). Il dilemma è vecchio come il giornalismo: pubblichiamo la notizia oppure no? Ma il momento è davvero storico, in tutti i sensi. Perché l’anno è il 1971 e la vicenda narrata dall’ultimo film di Steven Spielberg, The Post, è quella, vera, dell’inchiesta che rese di dominio pubblico i cosiddetti Pentagon Papers: una massiccia relazione di 7000 pagine sulle politiche portate avanti dalle varie amministrazioni statunitensi in merito al coinvolgimento militare americano in Vietnam. Relazione che svela come i vari governanti abbiano sistematicamente mentito ai cittadini sulle circostanze dell’entrata in guerra e sull’andamento di quest’ultima. Relazione trafugata da un analista militare e passata prima al New York Times e poi al Washington Post.

La battaglia storica dunque è quella legale, etica e civile tra l’amministrazione Nixon in prima linea per bloccare la divulgazione a mezzo stampa dello scottante documento, e i protagonisti dello scoop che a quelle pressioni politiche e giudiziarie si opposero. Una battaglia la cui posta in gioco, come esplicitato dal personaggio di Tom Hanks, è lo stesso rapporto tra giornalismo e politica: che non può e non deve (più) essere di ambigua intesa ma, ove necessario, di aperta contrapposizione in nome del diritto ad informare ed essere informati. Una battaglia il cui esito, il film ce lo suggerisce a più riprese, condizionerà la possibilità stessa delle successive inchieste giornalistiche politicamente scomode, a cominciare da quella sul Watergate.

Negli ultimi anni Hollywood ci ha regalato diverse variazioni sul tema (non nuovo, ma sempre d’attualità) del confronto-scontro tra giornalismo e potere, visto e raccontato attraverso la lente di epocali scoop realmente avvenuti: pensiamo al Premio Oscar 2015 Spotlight o allo Snowden di Oliver Stone. A queste voci in equilibrio tra mainstream e impegno civile si aggiunge ora quella del regista e produttore Steven Spielberg, col supporto non indifferente di due star notoriamente schierate sul fronte liberal come Meryl Streep e Tom Hanks. Rispetto ad esempi come quelli citati, il film di Spielberg indubbiamente rischia un po’ meno: non prende di petto un fatto delle cronache più recenti i cui protagonisti siano tuttora alla ribalta dell’attualità, tanto meno si confronta con una figura controversa per la stessa galassia democratica come poteva essere quella di Edward Snowden. Non a caso, se quest’ultimo con la sua vicenda metteva in imbarazzo gli stessi Obama e Clinton, in The Post lo spauracchio politico, emblema negativo del Potere con i suoi abusi, torna ad essere per l’ennesima volta Richard Nixon, per quanto non si risparmino frecciate ai predecessori.

Al netto di questa cornice più “rassicurante” da film storico, va riconosciuto che il film di Spielberg è realizzato con impeccabile professionalità e mette pienamente a frutto il proprio potenziale, nei limiti e nelle regole che si dà in partenza: ci viene da definirlo un’opera “classica”, nel senso più ampio e nobile del termine. Dove la tecnica veicola e rafforza in modo trasparente e mai invadente una narrazione ispirata da grandi ideali; narrazione potente e compiuta nella sua stessa costruzione, saldamente strutturata intorno ai tre grandi blocchi concettuali della tesi, dell’antitesi e della sintesi. Dove la tesi è per l’appunto la determinante collocazione storica del film, il suo essere, in partenza e prima di tutto, la rappresentazione di un importante brano di storia realmente accaduta del giornalismo d’inchiesta americano.

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Dove però la tensione drammatica senza cali è garantita soprattutto da una costruzione del racconto che esalta il momento dell’antitesi, cioè il conflitto e i conflitti che ci permettono di entrare nella vicenda, di parteciparvi e soprattutto di partecipare delle sorti e delle scelte dei suoi protagonisti. Ciascuno di essi infatti è caratterizzato dai conflitti interni ed esterni che deve affrontare. Noi stessi spettatori siamo portati da questi conflitti a fare le nostre valutazioni per comprendere meglio le sfumature e le forze in campo prima di schierarci: il conflitto tra i diritti del pubblico dei lettori (e del popolo dei cittadini) e la ragion di Stato; il conflitto tra la missione dei singoli giornalisti (e dei loro editori) e il coinvolgimento personale di questi con il mondo politico che dovrebbero criticare; il conflitto tra giornale inteso come mezzo per svolgere il proprio mestiere e giornale come luogo di investimento affettivo e impresa economica (con gli inevitabili condizionamenti finanziari). Il conflitto, centrale e variamente declinato, tra verità e bugia, dove il nodo non sempre facile da districare è quanto e quando quest’ultima sia da intendersi come giustificabile diplomazia. Ciascuno dei personaggi principali si muove tra i poli di questi conflitti e ne è attraversato, e non a caso la tecnica cinematografica arriva al massimo grado di efficacia nella restituzione visiva dei contrasti. Basti pensare al frequente utilizzo del montaggio alternato per raccontare i passaggi-chiave della storia, saltando continuamente da un personaggio all’altro, da un ambiente all’altro, da un punto di vista all’altro, da un tassello della verità all’altro.

Ma il film di Spielberg approda anche, classicamente, alla sintesi: il ritmo incessante dei contrasti e il gioco delle sfumature infatti non impediscono che alcuni valori ritenuti fondamentali vengano infine sanciti, ribaditi, proclamati con una forza ancora maggiore che gli viene proprio dall’essere stati minacciati e messi in discussione. Ed è nell’affermazione di questi valori che il film arriva alla sua sintesi anche rispetto al rapporto tra la forte cornice storica e l’attualità che in qualche modo inevitabilmente lo condiziona.

Quello di Spielberg, cioè, si conferma senz’altro un film “storico”, addirittura nostalgico nella ricostruzione anche visiva di un capitolo e un’epoca eroici del giornalismo che fu: basti notare, tra le altre cose, le frequenti inquadrature che mettono in primo piano la produzione materiale dei giornali cartacei e l’importanza di cui godevano presso il pubblico, tra rotative in azione e pacchi di copie che vanno a ruba. Ma al tempo stesso The Post, nell’energia e convinzione con cui porta avanti e conferma i fondamentali della propria tesi etico-politica, si carica inevitabilmente di riferimenti all’oggi che vanno oltre l’ambientazione nel passato. Ed è impossibile perciò non leggere tutto il film come una presa di posizione su temi ancora ampiamente discussi: quello sul ruolo e la responsabilità dei media nei confronti del potere politico; ma anche quello, qui assolutamente centrale, del protagonismo femminile, della lotta delle donne per affermare la propria dignità sociale e personale contro un potere ancora (ipocritamente) maschile e maschilista.

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Da questo punto di vista, non a caso, il film, dietro un’apparente dimensione corale, si rivela progressivamente nel suo mettere in risalto i personaggi femminili: ed è soprattutto il personaggio di Meryl Streep a conquistarsi un meritatissimo primato sulle altre figure della storia e sullo stesso (peraltro non trascurato né trascurabile) co-protagonista maschile. Perché nei passaggi chiave di questo racconto, e della notevole performance dell’attrice, si condensa ed esprime al massimo grado quel movimento di tesi, antitesi e sintesi che informa l’intera narrazione: in una sequenza come quella della riunione decisiva per confermare la pubblicazione dei Papers sul Post, la dialettica di conflitti, interiori ed esteriori, e scelta etica finale, sofferta ma netta, è resa dalla Streep in quel succedersi di «However…» e «… So…». La prima parola ancora incerta e segnata dalla consapevolezza delle tante contropartite pubbliche e private a cui si rischia di andare incontro, la seconda già forte di una nuova e necessaria determinazione nell’affermare la propria decisione e il proprio diritto a vedersi riconosciuto dai colleghi uomini un ruolo di piena e consapevole responsabilità. Con la capacità, da parte dell’attrice come del film (nota di merito anche alla sceneggiatura di Liz Hannah e Josh Singer), di giocare con i contrasti per muovere al tempo stesso la mente e le emozioni: per coinvolgere, ma anche per esortare le coscienze alla critica.

Emanuele Bucci

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