Maze Runner – La Rivelazione

Giunto alla fine della corsa con il suo ultimo episodio, La Rivelazione, il franchise di Maze Runner mostra, nel bene o nel male, la sua vera natura.

Ebbene a questo proposito è ormai chiaro che il disegno complessivo del progetto Young Adult di Fox è un affresco a tinte forti in cui campiture di colore luminose si susseguono a zone d’ombra senza lasciare alcuno spazio a qualsiasi tipo di sfumatura. Gli elementi positivi e i limiti di Maze Runner sono di fronte agli occhi di tutti, se si sa dove guardare e in questo senso La Rivelazione non è altro che il luogo fisico in cui tali elementi si coagulano per offrire a chi guarda il vero e proprio bilancio su questo franchise distopico.

Partiamo col dire che la saga di Maze Runner al cinema è una vera e propria creatura di Wes Ball, è letteralmente inscindibile dalla sua personalità. Tutto inizia e finisce con lui, in fondo. Wes Ball potrebbe, da una certa prospettiva, diventare una sorta di eroe contemporaneo della dimensione artistica. Poco meno che quarantenne, il primo Maze Runner, del 2014, è, per quanto assurdo possa sembrare, il suo esordio, preceduto solo da una manciata di corti e, soprattutto da un corso di specializzazione in cinema e arti visive al Florida College Of Motion Picture Arts. Wes Ball è dunque giovane, pieno di voglia di fare, di idee ed è soprattutto dotato degli strumenti necessari a confezionare un prodotto che faccia il suo dovere, che funzioni commercialmente.

Rivelazione

Da questo versante, il meccanismo di Maze Runner regge, la regia di Ball è solida, dinamica al punto giusto e soprattutto capace di creare e mantenere la tensione dall’inizio alla fine nelle sequenze che lo richiedono, un elemento da non sottovalutare, questo, soprattutto quando il tuo franchise finisce per giocarsi tutto su dinamiche prese di peso dall’horror (con tanto di infetti, tunnel infestati, e inseguimenti contro orde di mostri). La Rivelazione, in questo senso, non svia di una virgola dal tutto sommato buono percorso formale e stilistico già tracciato dai due capitoli precedenti e, come accade spessissimo in casi dello stesso tipo, si limita ad alzare l’asticella dell’impianto visivo. Ecco quindi che, giusto per fare qualche esempio, l’ultimo atto de La Rivelazione arriva ad orchestrare addirittura una rivolta cittadina in piena regola con esplosioni, sparatorie, azioni di antisommossa e palazzi che crollano, il tutto mentre la regia tenta di seguire quattro azioni differenti che riportano anche quattro punti di vista diversi sulla stessa sequenza.

Il suo meglio, tuttavia, un progetto come la saga di Maze Runner lo dà quanto si riflette sul suo rapporto con il puro immaginario. Un po’ come con la Mummia di Kurtzman prima di lui e in ossequio a quello stile (post) post-moderno che a volte torna a fare capolino in alcuni prodotti contemporanei, il franchise di Maze Runner si sostanzia attraverso un continuo prelievo da immaginari (più o meno reali o concreti) vicini al sentire dello spettatore. Il primo episodio ha lo scheletro de Il Signore Delle Mosche, degli spunti presi di peso da Lost e l’impianto da videogioco arcade anni ’90 (nello stile del vecchio Doom, per dire…). The Scorch Trails, il secondo capitolo, si svolge in una landa desolata che vorrebbe rimandare alla Wasteland post-apocalittica di Mad Max, tutto il primo atto (con i protagonisti utilizzati come cavie a loro insaputa e attirati a seguito di un estrazione) riecheggia il The Island di Michael Bay, l’estetica degli zombie (gli “Spezzati”), i loro movimenti il rapporto che instaurano con i sopravvissuti sono (ovviamente) un portato dalla Nuova Estetica del Morto Vivente, nata da quel 28 Days Later di Danny Boyle e propugnata da The Walking Dead.

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Curioso notare come La Rivelazione finisca per alzare l’asticella anche su questo versante. Il film si apre con un assalto al treno che sa di western Fordiano; i ribelli guidano dei fuoristrada che ricordano quelli del secondo episodio della saga di videogame di Jak and Daxter (per non citare nuovamente Mad Max) e le scene di rivolta sul finale sono chiaramente costruite rifacendosi alle immagini (stavolta vere) di scontri tra manifestanti e polizia che oramai dominano i notiziari, dalla Primavera Araba alle azioni dei black block durante un qualsiasi Summit delle superpotenze contemporanee. Da non sottovalutare, tra l’altro, come le scene cittadine in notturna siano illuminate guardando con occhio attento all’estetica di Blade Runner. Per certi versi, su un livello inferiore in questo senso ma non troppo, anche alcuni attori sono elementi di un immaginario sfruttati dal film nella sua opera costruttiva, se si pensa ai personaggi che interpretano, entità che fanno leva su un portato sentimentale che lo spettatore si porta dietro nei loro confronti da quando, in passato, si è confrontato già con loro. Uno dei villain del film è interpretato da Aidan Gillen, che agisce e si comporta come Petyr Baelish, il personaggio da lui interpretato in Game Of Thrones, al contempo Giancarlo Esposito interpreta un personaggio ambiguo, sebbene positivo, tanto quanto il suo Gus Fring di Breaking Bad. Una regia solida, di mestiere, una giovane promessa dello show-buisness a comandare la giostra, un fruttuoso utilizzo dell’immaginario, ma allora cosa non funziona in Maze Runner? Cosa c’è a fare da punto d’ombra in questo sistema che, tutto sommato, sembra funzionare, pur con tutti i suoi limiti?

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La questione è che, oltre a questo, oltre ad un’ottima costruzione, ad una buona confezione, Maze Runner (e in questo La Rivelazione non si smentisce) non ha nient’altro. Per quanto si sforzi di fare il salto, di raccontare una storia diversa (o meglio, di affrontare la distopia in maniera diversa), di distaccarsi da quella trilogia di Hunger Games che ha dato inizio a tutto, non ci riesce. Al di sotto di tutto Maze Runner racconta sempre la solita storia, presenta la solita distopia trita e ritrita ed il più classico degli svolgimenti con plot-twist, buoni da un lato e cattivi dall’altro. Lo ripetiamo, il suo dovere lo fa, La Rivelazione, è un film che intrattiene e che si rivolge bene in modo costruttivo al suo target di pubblico, purtroppo, tuttavia, non va più in là di così. Probabilmente questo non era il suo obiettivo primario ma a volte farebbe piacere confrontarsi con un prodotto teen-oriented che non si accontenta di essere tale.

Alessio Baronci

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