La forma dell’acqua – La rinascita di Del Toro attraverso la favola

Dopo i diversi progetti abbandonati, il clamoroso flop di Crimson Peak del 2015 e tre anni di silenzio non si può certo dire che Guillermo Del Toro stia vivendo una fase particolarmente felice nella sua carriera.

Adesso arriva finalmente nelle nostre sale La forma dell’acqua con cui ha vinto il Leone d’oro all’ultimo Festival di Venezia. Al di là dei riconoscimenti e dei consensi, ciò che colpisce a ben guardare è proprio la ritrovata consapevolezza del regista che qui va sottolineata alla luce di un’opera che risulta se non la più riuscita, certamente quella più completa ed elegante, dopo anni di progetti abbandonati e rifiutati. Pervaso dal desiderio di rilanciarsi Del Toro fa in pratica ciò che sa fare meglio costruisce una fiaba adulta, ricca di sentimento e di invenzioni visive ritrovando la potenza emotiva del suo cinema.

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La storia è quella di Elisa, una ragazza muta che fa le pulizie di notte presso un laboratorio governativo di massima sicurezza. La sua è un’esistenza di giornate tutte uguali scandite dal lavoro, la presenza di pochi amici (la collega di colore Zelda e il vicino Giles) e molta solitudine fino al giorno in cui una misteriosa creatura acquatica viene portata nella struttura per essere sottoposta a studi scientifici.

Se Del Toro nei suoi film ha sempre creato una fusione magica tra Storia e Fantastico, anche questa volta il racconto vive in una sorta di dimensione sospesa tra mito e reale in cui è impossibile distinguere i due termini, come se in fondo non importa capire dove inizi l’uno e finisca l’altra. Dopo aver raccontato le piaghe sociali del Messico e i fantasmi della Spagna franchista trasfigurando dramma e passato storico attraverso le metafore del fantasy e dell’horror con evidenti sottotesti politici, torna negli Stati Uniti scegliendo come periodo la Guerra Fredda e le sue ambiguità molto contemporanee.

L’America torna a farsi contesto del racconto, tratteggiato come un paese cupo e sottilmente brutale: quello della disparità dei diritti, del razzismo, della concorrenza feroce, dell‘emarginazione, della tv e delle sale deserte, degli interni desolanti e delle casette borghesi. Questo film lascia trasparire maggiormente l’aura più romantica e melò della storia ma non rinuncia a mostrare l’altra faccia dell’idealismo americano: quello cinico, ultraconservatore e viscido incarnato dal villain di turno, il capo della sicurezza Strickland. Un self made man frustrato e arrivista con insipida famigliola al seguito e che vede nella creatura solo un’oggetto su cui esercitare il proprio sadismo e il mezzo per garantirsi il trasferimento. 

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La Baltimora anni ’60 dipinta dal regista e dal fido Dan Laustsen è straniante e buia quanto basta. Oltre alla dominante di verde e toni bui, però, trovano spazio anche saturazioni di giallo e rosso che palesano la progressiva presenza del calore e del sentimento amoroso nell’esistenza grigia della protagonista.

L’uso del colore suggerisce infatti un’idea di grammatica cinematografica dove ciò che è presente nell’inquadratura è il significante principale e, come tipico dello stile del buon Del Toro, l’estetica al pari della scrittura diviene veicolo del messaggio. Anche la musica ha un valore di pari valenza: le note delicate e un po’ fuori tempo di Alexandre Desplait stemperano la cupezza insita nel soggetto, rispecchiano la purezza dolce e un po’ infantile del mondo di Elisa e di chi lo abita, e catturano senza cadere nella trappola del sentimentalismo zuccheroso.

Ripensando proprio a Crimson Peak, un’opera tanto affascinante quanto confusa nel risultato, si capisce che il regista abbia compreso gli errori precedenti e che poteva fare il passo nella direzione giusta trattando con maggior rigore ogni elemento senza limitare la sua creatività. Ne La forma dell’acqua, infatti, ciò che colpisce è proprio l’equilibrio che da fondamento al tutto. Da sempre abile artigiano attento alla gestione dello spazio e della ripresa, Del Toro capisce di non dover calcare la mano quando non serve e proprio per questo punta di più sul cuore dei personaggi (cuciti su misura su ciascun attore) e sui sentimenti che li muovono. La scrittura a livello drammaturgico si sviluppa attraverso uno schema ben organizzato e quella voglia postmoderna di giocare con i generi (l’horror gotico, lo spy movie, il musical, il melò), di riempire il film di riferimenti cinefili e di accendere il quadro visivo attraverso la saturazione dei colori non danno mai l’impressione di un atteggiamento troppo compiaciuto, anzi ogni elemento funziona in sintonia con gli altri.

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Del Toro torna ad essere, insomma, il narratore di fantasie che è sempre stato costruendo un mondo in cui lo spettatore si lascia andare al fluire delle immagini senza alcuna resistenza. Racconta una storia sull’amore tra emarginati, sulla lotta per non soccombere al male e sulla mostruosità umana, temi che da sempre interessano il regista sin dai tempi di Cronos, il suo primo lungometraggio, ispirandosi questa volta all’horror classico Il mostro della laguna nera di J. Arnold e agli archetipi della favola (uno su tutti La bella e la bestia).

Si permette persino di esplicitare il sesso, non solo di evocarlo e lo tratta come quel puro bisogno fisico che nella realtà nasce tra due persone. Il sentimento che lega Elisa (un’eccezionale Sally Hawkins) e la creatura dunque non necessita di spiegazioni o di alcun velo edulcorante. Senza paura il regista può sublimare il desiderio e la tensione amorosa in un incontro carnale fortemente erotico, che almeno in una sequenza richiama l’opera di un Jean Vigò, e da voce alle mute emozioni attraverso un segmento musical che richiama alla mente Fred Astaire mentre danza con Ginger Rogers. Suggestioni, citazioni e richiami nostalgici (tantissimi) ad un cinema che ha da sempre animato la bulimia visionaria del regista, che qui rielabora con sincero affetto. Inoltre la condizione di mutismo della protagonista, l’uso del linguaggio dei segni, e la presenza della musica diegetica costruiscono un piano comunicativo tra lei e la creatura che permette a entrambi di rispecchiarsi e di riconoscersi nelle rispettive solitudini, di evadere in uno spazio fuori dall’ordine”simbolico”(nell’accezione lacaniana) elevando il loro amore in un immaginario deltoriano che non lascia mai indifferenti.

Guillermo Del Toro con quest’opera sembra aver ritrovato un felice e solido equilibrio tra necessità produttive e le sue personali ossessioni artistiche e realizza qualcosa che è sia prodotto mainstream che film d’autore; un passo in avanti che contiene in sé le tracce di un percorso sempre più interessante e maturo, libero dall’atteggiamento vanesio e fintamente cerebrale di altri suoi colleghi, e più consapevole dei propri mezzi.

Al di là di quale sarà il responso della notte degli Oscar, dove si presenta forte delle sue 13 nominations, La forma dell’acqua è un film da non perdere.

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Laura Sciarretta
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