Il Filo Nascosto – I Gesti Di Un Dio, La Devozione Di Un Rito

È giusto partire spinti dalla volontà di sgombrare il campo da equivoci presenti e futuri. Il Filo Nascosto è probabilmente uno dei cinque film più belli del 2018 e, forse, una delle sintesi formali ed estetiche più potenti mai concepite in seno alla Settima Arte. L’immagine, organizzata di volta in volta sullo schermo da Paul Thomas Anderson è elegante, curata, luminosa, un’eleganza e una delicatezza che trasudano anche dal puro tessuto filmico. Il punto, tuttavia, è comprendere la vera natura di un film del genere.

Il rischio è trattare Il Filo Nascosto come un prodotto formalista, sia nel suo impianto visivo (in cui tutto il focus è spostato, appunto, sull’attenzione, sulla cura della messa in scena), sia in quello tematico (considerando dunque quei rimandi al cinema di Hitchcock come semplici prelievi alla forma mentis del regista inglese, un po’ come già accaduto con il sistema del noir e con il cinema di John Huston e Robert Altman in Inherent Vice, spunti postmoderni privi di sostanza, di qualcosa da dire). Il rischio è considerare Il Filo Nascosto come una pellicola figlia dei suoi tempi, una riflessione stilizzata di Anderson su un genere, sostenuta dalla riproposizione di strutture prese da una figura autoriale precedente (Hitchcock in questo caso) e rimodellate da una personalità artistica indubbiamente forte (appunto Paul Thomas Anderson).

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Il Filo Nascosto è questo, senz’altro. È una riflessione sull’amore visto in tutte le sue sfaccettature: l’affetto, la protezione, l’elemento sessuale, l’ossessione, il controllo. Amore, soprattutto, osservato in maniera non retorica, sentimento che per reggersi, per sostenersi, non può prescindere dal contatto con il lato oscuro della vita, con la difficoltà con quella dimensione REALE che nel cinema viene solo raramente indagata proprio perché spesso sconveniente, quasi dannosa per la narrazione. Il Filo Nascosto è questo, assolutamente, ma fermarsi a questa interpretazione significherebbe interrompere un cammino, una ricerca all’interno del tessuto del film che paradossalmente sarebbe solo all’inizio. È un film prismatico, Il Filo Nascosto, un film in cui tutti i singoli “pezzi” fin qui elencati (l’eleganza formale, la riflessione sull’amore, i rimandi a Hitchcock) funzionano da soli ma finiscono per organizzare un discorso ancora più complesso e ambizioso nel momento in cui si cambia prospettiva e si inizia a metterli in comunicazione tra loro. È un grande film, Il Filo Nascosto, un film che però diventa epocale solo se sei disposto a cambiare prospettiva.

Partiamo dal ruolo del regista all’interno del meccanismo. Fin dai primi istanti appare chiaro che Paul Thomas Anderson sceglie di adottare uno sguardo del tutto particolare attraverso cui osservare la vicenda di Reynolds e Alma.

Non è solo distanza, desiderio di non “forzare troppo la mano”, stilisticamente, al fine di non disturbare eccessivamente l’intreccio, quanto vero e proprio rispetto reverenziale nei confronti di ciò (meglio, di chi, come si capirà tra poco) che egli sta osservando.

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Riconosciuto tutto ciò, è altrettanto possibile, dunque, che quella stessa eleganza, quella purezza, quella luminosità, quella delicatezza attorno a cui si struttura tutta la forma del film semplicemente non è più (solo) un qualcosa di inerte, che si offre al nostro sguardo ma un materiale che non può far altro che parlarci.

Cosa ci dice? Per farla breve, ogni singolo elemento formale del film, sembra servire alla creazione di un ambiente devozionale, quasi sacrale, puro, virginale, come se tutto il film fosse allo stesso tempo tempio e celebrazione di “qualcosa” che prende corpo durante il suo svolgimento. Man mano che Il Filo Nascosto si dipana (un innocente gioco di parole che però serve allo scopo) di fronte ai nostri occhi appare chiaro che tutto il sistema film si pone come una celebrazione del processo artistico e creativo. Reynolds è un Dio, l’atto creativo è il gesto più alto che può concedere a noi comuni mortali. Il tessuto è una sorta di materiale sacro che solo lui o individui autorizzati da lui possono utilizzare. Reynolds tocca e lavora la stoffa con gesti che ricordano quelli di un’evocazione, di una cerimonia sacra che si rinnova ogni volta egli cuce un vestito ma soprattutto emerge un’idea di dignitas, di elezione, connessa al vestito e al suo utilizzo (Reynolds dona i suoi capi solo a chi ne è degno, un po’ come accade con i miracoli e le apparizione e punisce chi, a suo dire, non ha rispetto di ciò che crea). La sensazione è che ogni azione, ogni parola, ogni respiro di Reynolds sia al tempo stesso riferita a questo mondo e a una dimensione metafisica, un mondo “oltre”, distante.

E allora ecco che il film viene a configurarsi come una sorta di reticolo sacro volto a celebrare l’arte e la creatività in ogni sua forma; ecco che ogni singolo elemento del filmico assume una nuova profondità se letto attraverso questa particolare “lente” tra il religioso e l’antropologico. Reynolds Woodcock è un Dio, la Reynolds House è il suo tempio, Paul Thomas Anderson è una sorta di sacerdote, che con devozione assoluta segue le sue azioni, i suoi gesti, senza mai interrompere il flusso degli eventi, senza mai intromettersi anzi ponendosi al contempo come garante del messaggio del film e mediatore tra la pellicola, i suoi significati ed il pubblico. Non solo, illuminato da questa nuova luce assume un’importanza del tutto nuova anche il rapporto che si instaura tra Alma e Reynolds.

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Un passaggio obbligato all’interno del percorso di maturazione antropologica di una divinità è in effetti quello della morte e della resurrezione. Viene subito in mente il Cristo, d’accordo, ma in un’ottica sincretica la morte e resurrezione di Gesù non è altro che la presentazione, sotto altre vesti, di uno spunto tematico che ricorre in Osiride ma anche nel Dio greco Dioniso. Proprio a Dioniso è riconducibile anzi il fenomeno dello σπαραγμός (Sparagmòs). In un momento della sua storia, Dioniso viene infatti ucciso, fatto a pezzi e subito dopo ricomposto a partire dai suoi resti, riuniti dai suoi fedeli. Tornato integro, il Dio, dopo la sofferenza, riscopre dunque tutta la sua forza e tutta la sua vitalità. Per celebrare la morte e resurrezione di Dioniso, periodicamente, i greci indicevano cerimonie sacrificali, all’interno delle Dionisiache (le feste dedicate al Dio), in cui rievocavano l’accaduto. All’interno del rito le Menadi, sacerdotesse inebriate dalla potenza del Dio rincorrevano la vittima del sacrificio, la uccidevano, la facevano a pezzi e ne mangiavano le carni. È un ciclo, un ciclo in cui la vita si unisce alla morte e in cui la morte torna ad essere vita attraverso un processo violento. È, con pochissime differenze, una eco di ciò che accade nel film di Anderson con Alma, ad un tempo Vestale premurosa, ad un altro aggressiva Menade che periodicamente “uccide”, avvelenandolo, il suo Dio, e subito dopo lo accudisce per farlo tornare alla vita attraverso l’amore e la devozione. La calma, la sicurezza, con cui Reynolds accetta questa condizione di oscura ciclicità, quasi abbia la certezza che l’unico modo per essere ciò che è consiste nel passare attraverso la morte, seppur solo simulata, è abbastanza emblematica in questo senso.

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Il Filo Nascosto, dunque, è un film straordinario non solo per la quantità di letture che offre allo sguardo di chi accetta di scalfirne la superficie ma soprattutto perché, attraverso di esso, Anderson semplicemente attua uno dei tentativi più ambiziosi di coniugare l’arte e la vita.

 

Alessio Baronci

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