Clint Eastwood E L’Autodistruzione Di Uno Stile

L’hanno definito “il primo vero passo falso da anni” di Clint Eastwood, ma in realtà, per essere più precisi, per guardare con maggiore obiettività e freddezza al suo ultimo film, potremmo dire che Eastwood ha appena rotto, fatto in mille pezzi, il suo cinema.

Ore 15:17 – Attacco Al Treno è un film che sembra grondare di buone intenzioni. Lo stupore e l’ammirazione che il regista americano nutre nei confronti dei tre eroi per caso che hanno sventato l’attentato al treno Thalys è veramente palpabile così come assolutamente concreto e in buona fede è il suo desiderio di raccontare su pellicola la loro storia. Tuttavia, con buona probabilità, ciò che finisce per far ripiegare il film su sé stesso fino a privarlo di gran parte dell’interesse e della profondità che poteva avere nei primi momenti della sua progettazione è il modo in cui si è scelto di inserirlo all’interno dell’orizzonte di ricerca più recente del cinema di Eastwood stesso.

Ore 15:17 – Attacco Al Treno può essere facilmente considerato il terzo tassello della “Trilogia Dell’Uomo Comune” di Eastwood, insieme a American Sniper e Sully. Durante questo percorso di ricerca in tre film il regista americano ha sostanzialmente portato in scena e analizzato una sorta di eroismo del quotidiano, di cui sono portatori individui (il cecchino Chris Kyle, il pilota Chesley Sullenberger e i tre turisti americani che hanno sventato l’attentato sul treno) che, pur essendo persone comuni sono dotate di caratteristiche, di abilità, che le fanno risaltare sugli altri, rendendoli, a loro modo, eroi. In questo senso, Attacco Al Treno non è altro che la prosecuzione (e per certi versi la conclusione, come si vedrà tra poco) di questo orizzonte poetico di Eastwood. E dunque, se da un lato l’ultima creatura di Eastwood si presenta assolutamente coerente con gli obiettivi del regista americano, dall’altro proprio questi stessi obiettivi, queste stesse finalità, finiscono per sabotare il film fin dalle fondamenta.

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Per certi versi tutto parte da una sorta di atto di ὕβϱις, di tracotanza, da parte di Eastwood. Il regista vuole evidentemente alzare l’asticella e pensa ad Attacco Al Treno come ad un film sperimentale, che punti a sublimare il concetto stesso di eroismo quotidiano alla base della sua trilogia. Eastwood prende i tre ragazzi “reali” protagonisti del fatto di cronaca e fa loro rimettere in scena in primo luogo stralci delle loro vite e in seconda battuta i concitati momenti dell’attentato. È proprio qui che il film si inceppa e finisce per andare in mille pezzi, nel momento in cui ci si rende conto che Clint Eastwood, nella sua ambizione, non riesce a gestire questo dualismo REALE (per la prima volta, dato che nei prodotti precedenti la realtà del personaggio era mediata dall’attore) tra attore e personaggio, tra uomo e superuomo, tra quotidianità e straordinarietà. Non la sa gestire nella forma: i tre ragazzi, quasi per paura, da parte della regia, di “calcare troppo la mano” e di allontanare il film da quella filosofia da cinema verità che sembra nutrirlo sono lasciati a loro stessi. Sono goffi, comprensibilmente spauriti sulla scena e di fronte alla macchina da presa e incapaci di risaltare davvero sul contesto, forse anche per colpa di una sceneggiatura in cui la gran parte delle battute sembrano essere improvvisate.

Anche la messinscena appare incerta. Non c’è traccia del rigore postclassico di Eastwood, della sua pulizia e solidità. Forse, sempre per non appesantire un prodotto che vuole (o vorrebbe essere) una rappresentazione il più vicino possibile al fatto reale, il regista ha optato per una mano leggera, il punto, tuttavia, è che Clint sembra aver perso il senso delle mezze misure e il film è forse il primo prodotto a firma Eastwood con una regia chiaramente televisiva della peggior specie, banale, anonima e addirittura confusa in alcuni tratti (come l’ultimo atto, quello dedicato all’assalto sul treno).

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La cosa più interessante è che questo bipolarismo finisce per interessare anche il tessuto tematico del film. Fondamentalmente Eastwood e la sua squadra non sanno sotto quale luce illuminare i loro personaggi. Attacco Al Treno si regge in effetti su due sistemi tematici paralleli e per certi versi opposti. Da un lato, l’elemento più interessante del film (sebbene opinabile nella sostanza) è che il prodotto vuole porsi come una sorta di “Archeologia Dell’Eroismo”. In buona sostanza la diegesi sceglie di indagare le radici di tutti quegli elementi (il patriottismo, l’unione, la fratellanza, l’altruismo), che si sono con il tempo sedimentati nella psiche dei tre ragazzi tra l’infanzia e l’età adulta e che li hanno portati, nell’Agosto del 2015, a fare la cosa giusta al momento giusto su quel treno. E quindi, in questo senso, sebbene sempre troppo retoriche (ma è Eastwood, è la norma), ben vengano le sequenze che mostrano il cementarsi dell’amicizia dei tre ragazzi alla scuola cattolica o l’impegno, le delusioni e i successi che caratterizzano l’addestramento militare e il servizio attivo di due di loro. Al contempo, tuttavia, questa volontà di elevare il racconto al rango di racconto mitico, di storia di formazione quasi metafisico, finisce per affossarsi nel momento in cui Eastwood e la sua squadra scelgono di tornare al REALE, alla terra, controbilanciando (e annacquando) il racconto con sequenze quotidiane come quelle che ritraggono le vacanze dei tre protagonisti.

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Attacco Al Treno è insomma un film dagli intenti lodevoli ma che finisce per peccare di presunzione, guidato da una regia creativa che non sa da che parte andare. Sicuramente un episodio debole, dimenticabile, nella filmografia di Eastwood che, forse, avrebbe girato il suo capolavoro riducendo il film ad un corto di un quarto d’ora in cui rimetteva in scena in chiave adrenalinica e coinvolgente il singolo confronto sul treno tra terrorista ed eroi improvvisati.

Alessio Baronci

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