Black Panther – Il Blockbuster Che Ha Paura Di Sé Stesso

Probabilmente non si è mai visto in giro, negli ultimi tempi, un film con così tanto cuore da rendere straripante la sua struttura ideologica, al punto da trasformarla in materiale che danneggia irrimediabilmente il prodotto finale. Black Panther è esattamente questo.

Presentato alla stampa e agli appassionati come il primo film espressamente politico di casa Marvel, gestito dai primi momenti della sua progettazione fino all’uscita nelle sale da uno dei cineasti più in vista della comunità nera militante americana, quel Ryan Coogler che esordì con una pellicola racconto fiume sul reale omicidio di un ragazzo nero (Fruitvale Station) e che è riuscito a tingere di black pride anche il suo bell’ingresso nel blockbuster (Creed), uscito nelle sale in un momento storico in cui l’attacco ai neri e alle minoranze in generale è sempre più aggressivo, dunque per questo film necessario, Black Panther, forse prevedibilmente, raggiunge il suo scopo solo a metà.

black 1

È come al solito un discorso che procede su due linee parallele. Da un lato ci sono la forma e il contenuto, il racconto ed il modo in cui esso è portato in scena, dall’altro il messaggio, il lascito del film allo spettatore e l’ideologia su cui esso si appoggia.

Sul piano della forma Black Panther si presenta come uno dei prodotti Marvel meglio girati e pensati dall’inizio di tutto il progetto. Se si conosce già lo stile visivo di Coogler basta poco per comprendere che al regista è stata data libertà totale di manovra e di scelta durante la lavorazione. In Black Panther tornano i movimenti di macchina fluidi ed eleganti del regista e la dinamicità tipica delle sue produzioni precedenti, il tutto coadiuvato da una solidissima lettura dell’immagine. Altissimi livelli vengono toccati anche dalla componente di world-building del film. Black Panther è uno dei film più luminosi, colorati, vivi e visivamente originali del roster Marvel e la versione su schermo del Wakanda, della sua gente, ma anche solo dell’antropologia Wakandiana, dei suoi valori, dei suoi riti, delle sue tradizioni è una delle più belle viste nel cinema contemporaneo.

black 2

Il punto, tuttavia, è che questa solidità formale fa il pari con la debolezza ed il caos che regnano nel tessuto ideologico, nel messaggio che si struttura in Black Panther. In questo senso il film di Coogler può essere assimilabile a quanto detto per  Birth Of A Nation di Nate Parker. È un film necessario Black Panther, ma che esce nelle sale in un momento storico ancora troppo caldo per portare avanti un’argomentazione ordinata e compiuta nei confronti del problema su cui pone il suo focus. Ryan Coogler è l’uomo giusto per parlare di questioni razziali al cinema, di Black Pride, di rivalsa dei neri sui bianchi e di tutti gli altri elementi di un discorso profondissimo ed importante ma in lui sembra (comprensibilmente) albergare troppa rabbia, troppo desiderio di rivalsa per trasformare queste stilettate di critica sociale in un discorso che sia davvero condivisibile. Partiamo dal villain: Killmonger è, sulla carta, uno dei villain più promettenti del MCU, ma al contempo, con l’andare avanti del film il ruolo di capo politico, di crociato per una rivolta razziale giusta, finisce per andare scemando e il personaggio interpretato da Michael B. Jordan si mostra in tutta la sua fastidiosa banalità, presentandosi, di fatto, come un guerriero che si limita a consegnare alla sua gente delle armi con cui ribellarsi, non avendo (almeno apparentemente) idee su cosa fare nel momento in cui la guerra sarà vinta.

black 3

È il classico villain dominatore del mondo, insomma, principale simbolo di un film che vorrebbe parlare di politica ma che, appena arriva il momento di fare sul serio, si rende conto di essere un blockbuster e pensa che un blockbuster non possa impegnarsi in discorsi così complessi (chissà perché poi…) distruggendo tutto ciò che aveva costruito fino a quel momento in un vuota banalità a tratti addirittura urlata, retorica. È un film dalla doppia natura, Black Panther. Da un lato è straripante: tematicamente, Coogler e i suoi mettono tutto sul piatto e il film non è solo un manifesto del Black Pride contemporaneo ma è anche un prodotto in cui scorrono vene anti-Trump, neo-femministe (pensiamo alle Dora Miraje o al rapporto tra C’Thalla e Nakia) e che puntano a ridefinire lo status degli USA nell’inconscio collettivo contemporaneo, peccato che nessuno di questi spunti raggiunga una forma pienamente compiuta, sebbene sia ammirevole lo sforzo di concentrare in un solo prodotto così tanti input di critica sociale. Dall’altro, il film di Coogler finisce per rimanere vittima della sua stessa natura di blockbuster, di un prodotto che si crede (come si diceva poco fa) troppo leggero per affrontare questioni del genere. Black Panther è, in questo senso, piuttosto un film che cerca costantemente una sorta di legittimazione, certo, tramite il suo tessuto tematico, ma anche attraverso la pura struttura del racconto che si nutre di Shakespeare, di mitologia africana, dei saggi sul Black Power di e di decine di altri input diversi che dovrebbero innalzare il tono del film al di sopra del semplice prodotto commerciale.

black 4

Al netto dei fatti, Black Panther è un film dal profondo impatto visivo e uno straordinario blockbuster che tuttavia ha troppa paura di ciò che è per compiere il salto, per trasformarsi in un vero e proprio prodotto di cinema politico e per zittire tutti quei detrattori che vedono nel cinema commerciale (erroneamente) un intrattenimento puro e fine a sé stesso. È un peccato, perché il potenziale del film di Coogler in questo senso è ENORME, la speranza è che la sua eredità venga raccolta e rimodellata in maniera ancora più efficace da chi verrà dopo.

Alessio Baronci

© Riproduzione Riservata