Tutti I Soldi Del Mondo – Recensione

Il denaro come entità totalizzante

Tutti I Soldi Del Mondo potrebbe essere ricordato in futuro per molti motivi diversi. È probabilmente la più profonda e incisiva lezione di cinema, problem-solving e gestione del set che Ridley Scott potrà mai offrire a noi spettatori, un manuale da due ore e dieci su come si risolve una crisi che potrebbe far fuori il tuo film ancora prima che esca nelle sale, su come si prende la palla al balzo per rivalersi sulla distribuzione e, soprattutto, su come, a ottant’anni appena compiuti, si rigira e monta praticamente mezza pellicola in due settimane con l’appeal, l’organizzazione e la freddezza mentale di un trentenne. Ci troviamo di fronte in primo luogo ad un prodotto pulito, solido, senza sbavature di rilievo malgrado, appunto, gran parte del girato è stato praticamente riconcepito da zero. Soprattutto, ci troviamo di fronte ad un prodotto che brilla della soddisfazione di tutti gli addetti ai lavori. Kevin Spacey non era stato scelto da Scott (la sua prima scelta è stata Plummer fin dall’inizio), era stato, piuttosto, imposto dalla distribuzione e dunque l’idea che Ridley Scott abbia usato l’accusa di molestie rivolte a Spacey più come un astuto alibi per cacciarlo dal film e convocare Plummer che per una vera e propria indignazione buonista nei confronti dei trascorsi passati dell’attore è molto molto forte. La versione in sala di Tutti I Soldi Del Mondo è, almeno sul versante creativo, la “migliore” possibile, quella che Scott e i suoi volevano fin dall’inizio e si capisce tutto ciò dal fatto che Christopher Plummer si mangia la scena dal minuto uno alla fine, facendoti di fatto dimenticare che l’attore è stato chiamato in corsa per sostituire un collega travolto da uno scandalo.

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Da un certo punto di vista, tra l’altro, ci troviamo di fronte ad un prodotto che potrebbe costituire una piacevole eccezione in materia di progetti di ricostruzione storica relativa a vicende italiane organizzati da una “matrice straniera”. Tutti I Soldi Del Mondo, in questo senso, sembra tornare all’ “hardware”, alla vecchia scuola, nel momento in cui si riflette sulle modalità in cui ricrea le atmosfere, il contesto, gli anni e gli ambienti in cui ha avuto luogo il vero rapimento Getty. Il film di Ridley Scott sembra voler tornare più o meno esplicitamente all’archivio. Ogni inquadratura, ogni sequenza nasce dopo giorni e giorni di ricerche tra banche dati, immagini di repertorio, telegiornali, anche semplici home-movies, di turisti stranieri di passaggio a Roma in quegli anni. Tutti i reperti sono stati saccheggiati, tutti gli input sono stati registrati, elaborati dai creativi e riorganizzati nell’inquadratura. Ciò che si vede in secondo piano, sullo sfondo di una scena (sia esso un poster de Lo Straniero Senza Nome, la locandina di un concerto al Piper o addirittura la parlata delle prostitute a Porta Maggiore), in sostanza, per Scott e la sua squadra ha esattamente la stessa importanza di ciò che si inquadra in primo piano e dopotutto, non sarebbe forse presuntuoso pretendere di raccontare su schermo una storia vera se il vero e proprio contesto di inserimento della vicenda non “trasuda realtà” dalla prima all’ultima inquadratura? Più semplicemente, la sensazione è che la regola non scritta che ha accompagnato Scott e il suo team creativo fin dai primi momenti della lavorazione del film fosse quella di evitare qualsiasi rappresentazione dell’Italia e degli italiani legata a cliché o immagini mentali tipiche di chi ci osserva dall’esterno. Un obbiettivo tutto sommato centrato, al prezzo di qualche momento di stanca in cui il sistema di riferimenti fino a quel momento tracciato sembra cadere su sé stesso e gli italiani tornano a essere “passionali (cit.)” e i rapitori calabresi si lasciano sfuggire il loro ostaggio distratti da una discutibile festa danzante a ritmo di pizzica (???).

Molto più profondamente, tuttavia, con buona probabilità Tutti I Soldi Del Mondo verrà ricordato per gli intenti che si prefigge e, soprattutto, per il linguaggio che utilizza per sviluppare il suo messaggio.

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Il progetto di Ridley Scott sceglie, in sostanza, la strada meno battuta. È un film su un sequestro che però decide volutamente di porre il sequestro in secondo piano, concentrandosi, piuttosto, su un singolo aspetto dello stesso: il lato economico e dunque la trattativa, il denaro. Tutti I Soldi Del Mondo è un film metonimia, un elegante racconto morale che, ponendo il denaro, la ricchezza e la volontà di conservazione della stessa in primo piano decide, tuttavia, di compiere una mossa azzardata ma interessante. Il sistema che regge il film non vuole dirci, in effetti, che il capitalismo è il male e che Getty Sr. è a tutti gli effetti un’entità mefistofelica pronta a ingurgitare la purezza e la solidità morale della nuora Gale e dei suoi figli, quanto piuttosto che il capitalismo, in sé, ha vinto e che oramai costituisce una sorta di Grande Altro Lacaniano. Il film di Ridley Scott è un mastodontico studio sulla permeabilità del denaro nelle nostre vite e nell’inconscio collettivo. Tutti parlano di soldi, tutti maneggiano mazzette di dollari, tutti hanno un inestinguibile bisogno di denaro.

Non c’è più neanche un giudizio morale alle di tutto ciò. Nessuno dei personaggi è effettivamente migliore di altri perché sceglie di rifiutare in qualche modo il contatto con i soldi, così come nessuno è più malvagio di altri perché decide di lasciarsi assorbire completamente da essi. Getty Sr.

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in effetti, è una sorta di macchietta, di efficacissimo capro espiatorio che raccoglie su di sé tutte le brutture del capitalismo ma paradossalmente, all’interno del sistema del film, è molto più inquietante osservare come persino il capo di una cellula delle Brigate Rosse, uno che dovrebbe essere un proletario, un individuo vicino alle istanze del popolo, affermi quasi candidamente che i soldi servono a tutti, non hanno bandiera. Il vero interesse di Tutti I Soldi Del Mondo risiede, insomma, nel mondo che la sua diegesi finisce per creare, una sorta di eterotopia in cui il denaro arriva a modificare, esplicitamente, tutto, dai rapporti famigliari, al concetto di possesso, fino ad arrivare alle modalità in cui si “legge” il reale. Paul non è un ostaggio, è un investimento, il criminale calabrese che l’ha sequestrato è un “nuovo investitore”, Getty Sr. è pronto a pagare il riscatto solo fino ad una cifra deducibile dalle tasse e comunque la sua decisione finale è indissolubilmente legata al potere d’acquisto che egli avrà dopo la crisi del petrolio che sta avendo atto in contemporanea al sequestro.

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Probabilmente, dunque, Tutti I Soldi Del Mondo verrà ricordato negli anni come un film che rilegge le coordinate di un genere ponendole in secondo piano e privilegiando uno studio sulla psicologia umana che sa di operetta morale, una tecnica di racconto e argomentazione efficace, malgrado, forse, a volte cada nella rappresentazione volutamente macchiettistica ma eccessiva, come si diceva, di ciò che si osserva.

Alessio Baronci

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