La vita, il caso, il cinema – Tre Manifesti a Ebbing, Missouri

Tre Manifesti A Ebbing, Missouri è la vita. Probabilmente non esiste definizione migliore per descrivere l’ultima fatica di Martin Mcdonagh. Cinema che si avvicina alla vita, sia chiaro, non perché si ostini a portare su schermo la realtà dei fatti, la verità di ciò che ci circonda, piuttosto perché, come vedremo, si rapporta alla vita tentandone di sublimarne i tratti essenziali in maniera diretta e, per certi versi, impietosa. Ma ci arriveremo.

Procediamo per gradi. A prima vista la scrittura di Mcdonagh sembra aver raggiunto un grado di maturazione tale da avvicinare il suo storytelling a quello dei fratelli Coen. Nel D.N.A. di Tre Manifesti ci sono l’amarezza, l’ironia arguta, la cura nella scrittura di tutti i personaggi, l’attenta osservazione delle nevrosi da provincia americana tipiche dei Coen (e dopotutto, già Frances Mcdormand protagonista ci dice molto sull’eredità che il film ha, volente o nolente, nei confronti di una certa tradizione) ma al contempo il film di Mcdonagh, a uno sguardo più attento, sceglie volutamente di alzare la posta. Tre Manifesti si muove su una struttura che ha il sapore del cinema dei Coen ma, a differenza di quanto accade nella filmografia a cui si ispira, l’opera di Mcdonagh sceglie di giocare costantemente con le aspettative dello spettatore, e allora sì che il potenziale di un film così piccolo ma al contempo così grande si schiude in tutta la sua energia.

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Tre Manifesti sembra muoversi su una griglia legata agli stilemi di genere tutta sua. È un thriller che però termina senza un colpevole assicurato alla giustizia, una sorta di atipico rape and revenge movie da cui non solo è esclusa la voyerustica scena clou dello stupro della malcapitata ma che sembra organizzarsi tutta attorno alla vendetta trasversale non della ragazza quanto di sua madre. Paradossalmente Tre Manifesti Non è neanche (non completamente almeno) un prodotto che desidera porre l’accento, con tutta l’ironia acuta e aggressiva del caso, su un qualche sentimento di intolleranza, di rabbia, né vuole tematizzare una qualche atmosfera di insicurezza che potrebbe facilmente rimare con il contesto socio-politico americano contemporaneo. Il film si prende i suoi tempi, senz’altro, ma alla fine è purtroppo chiaro che la polizia non ha bloccato gli aggressori semplicemente perché una serie di orribili (ma assolutamente plausibili) conseguenze ha fatto arenare le indagini, più che per pigrizia o perché (una svolta di trama tipica di prodotti dello stesso tipo) il capo della polizia ha voluto coprire un altrimenti rispettabile cittadino della stessa comunità dell’uccisa.

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Persino il nostro rapporto con il personaggio di Frances Mcdormand è ciò che di più lontano possa accadere di solito in film di questo tipo. Per quanto assurdo possa sembrare, risulta particolarmente difficile (e così dev’essere) provare empatia per lei. Siamo dalla sua parte, forse, solo negli istanti iniziali della pellicola, quando, assumendo il suo stesso punto di vista, abbiamo la sensazione che a Ebbing qualcuno nasconda qualcosa in merito all’omicidio di sua figlia, poi però qualcosa cambia. Con l’andare avanti del film tu spettatore capisci che l’omicidio di Angela è stata una tremenda fatalità, che la polizia ha fatto effettivamente tutto ciò che era in suo possesso e che dunque la guerra personale di Mildred contro l’istituzione è qualcosa che assolutamente non ha senso. L’appoggio incondizionato dello spettatore lascia quindi spazio ad un altro sentimento, tenerezza, pena, affetto forse, per Mildred, una donna che ha perso il suo bene più prezioso e tra l’altro rosa da un assurdo senso di colpa perché per uno scherzo del destino (il caso, di nuovo) le ultime parole che ha rivolto alla figlia sono state delle assurde minacce velate da humour nero (cose che a volte si dicono tra genitori e figli ma intanto…).

Probabilmente tutti noi offriremmo a Mildred un caffè, la porteremmo a fare una chiacchierata, la lasceremmo sfogare, certamente nessuno di noi sarebbe pronto a giustificare le azioni compiute dalla donna nel tentativo di farsi giustizia da sola: né l’aggressione al dentista, né l’attentato alla stazione di polizia né, probabilmente, saremmo dalla sua parte pensando a ciò che accade nel finale.

Tre Manifesti sembra essere una sorta di manifesto (si perdoni il gioco di parole) di un certo modo di intendere l’anticinema. Il film di Martin Mcdonagh è ciò che di più lontano possa esistere dal “cinematografico”. Non ha un lieto fine, la sua protagonista è assolutamente lontana dalle sensibilità classica del pubblico, l’organizzazione del racconto manda spesso in confusione chi guarda (pensiamo a ciò che accade con il personaggio di Sam Rockwell). Tre Manifesti è l’anticinema perché dà al pubblico ciò che il pubblico semplicemente non vuole vedere, tuttavia, per uno strano meccanismo degli opposti, ci troviamo di fronte ad un film straordinariamente attraente. Perché? Basta davvero soltanto un approccio del genere per creare un film così solido. Si…e no.

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Tutto diventa più chiaro, forse, riprendendo la questione da un punto di vista diverso. Poco fa si parlava dei vari punti di contatto tra il film di Mcdonagh e le mitologie dei fratelli Coen. È vero, Tre Manifesti sembra strutturarsi su elementi stilistici e scelte prese di peso dalla filmografia di Joel e Ethan ma c’è un elemento fondamentale, profondo, che differenzia l’approccio alla materia dei fratelli Coen da quello di Mcdonagh. I Coen, nel loro cinema, lavorano sul male, sul lato oscuro di ciascuno di noi, sulla negatività delle nostre vite, osservate, spesso, con amara ironia, Mcdonagh, come si diceva poco fa, decide di alzare la posta. Il nostro uomo sceglie infatti di lavorare sul puro caso, sull’elemento caotico che governa le nostre vite un elemento che, se ci si pensa bene, è esso stesso anti-cinematografico perché il “male” ha un qualche antidoto che lo disinnesca (il bene appunto), ma come fai a controllare e contrastare il caso?

La filmografia di Mcdonagh sembra essere una lunga riflessione sulle diverse articolazioni del caso, della mancanza di senso logico nella vita e in questo senso Tre Manifesti non è altro che il punto di maturazione di questo ragionamento. Il caso domina su Ebbing, impregna ogni singolo tessuto del reale. Angela Hayes è stata uccisa per caso, i colpevoli erano forestieri che passavano per caso nella cittadina, lo stesso caso che ha fatto interrompere le indagini, addirittura il ferimento di Dixon ad opera di Mildred avviene perché il poliziotto si trovava di passaggio nella stazione durante l’attentato.

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Presa coscienza di tutto ciò è possibile comprendere due elementi fondamentali di Tre Manifesti a Ebbing. Il primo è che ogni singolo elemento “anticinematografico” evidenziato poco fa è una diretta conseguenza di questa riflessione sul “caso” portata avanti dal film. Il secondo dettaglio che emerge da tutto ciò è che proprio questa messa in parentesi dell’elemento “caotico” dell’esistenza è forse ciò che allontana più profondamente Tre Manifesti dal cinema. Se è vero in effetti che nella dimensione cinematografica esiste il caos, esiste il caso, raramente questi prende piede così a fondo in un film, semplicemente perché ci troviamo di fronte ad un contesto per sua stessa definizione legato a regole precise e da aspettative fisse di chi guarda. Il caso non appartiene al cinema e tuttavia appartiene alla vita, e anzi, è l’elemento principale che struttura le nostre vite. E allora ecco, forse, perché Tre Manifesti è ciò che di più vicino alla vita vera vi capiterà mai di vedere in sala, ecco perché funziona, ecco perché ci allontana e ci attrae con così tanta forza. Perché ci appartiene, perché si rivolge, più o meno indirettamente, al nostro personale microcosmo. La cosa più straordinaria da notare in questo senso è che tutto gira così tremendamente bene nel film che la sensazione è quella che ciò che osserviamo sarebbe accaduto ugualmente e che solo per un caso tutto ciò è stato catturato su pellicola ed è stato offerto a noi spettatori.

Alessio Baronci

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