The Leisure Seeker – Recensione

La Pazza Gioia e The Leisure Seeker sono i due lati di uno stesso film. Le analogie tra le due creature di Virzì sono in effetti palpabili. In entrambi i casi il sistema si regge su due personaggi principali e sulle loro interazioni e si sviluppa attorno ad una fuga da un contesto di prigionia, da un ambiente che certamente sta stretto alle varie entità in gioco, quasi un’eterotopia Foucaultiana. Una fuga che è anche un viaggio, che finisce per coinvolgere personaggi a loro modo borderline i quali comprendono tutto a un tratto di non avere più nulla da perdere, elemento che li porta a volersi riappropriare di quella vita che negli ultimi tempi sembra aver perso il sapore di una volta.

Se è vero, tuttavia, che le premesse di base, il setting dei due film, è fondamentalmente lo stesso, ecco che man mano che i due progetti entrano nel vivo portano alla luce tutta la loro specularità.

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Partiamo col dire che Virzì compie una scelta creativa inaspettata. The Leisure Seeker è un prodotto di produzione americana che però non sembra avere (volutamente e felicemente) la boria e la conseguente perdita di controllo che spesso caratterizza pellicole italiane realizzate in coproduzione con l’estero. The Leisure Seeker è un progetto pacato, contenuto, quasi minimalista in alcuni tratti. È un film che nel bene e nel male trattiene i suoi istinti. Virzì avrebbe l’America a disposizione da portare al centro della scena eppure sceglie di raccontare (anche visivamente, concentrandosi maggiormente su di loro più che sui semplici spazi in cui la vicenda ha luogo) la storia di questi due anziani giunti alla fine del loro percorso, pronti a chiudere i loro conti con la vita insieme e nel migliore dei modi possibili. Virzì, in sostanza, intelligentemente, si rende conto della natura del suo progetto e si fa da parte, lasciando che siano Donald Sutherland ed Helen Mirren a guidare la partita, con le loro interpretazioni, i loro input, le loro scelte estemporanee, le loro improvvisazioni. I due attori finiscono per diventare (letteralmente) Ella e John e il film acquista nuova linfa proprio da questa consapevolezza. È, di fatto, un cortocircuito tematico quello che scatta nel momento in cui ci accorgiamo di questa identità tra attori e personaggi interpretati. The Leisure Seeker è un film sulla memoria, sulla nostalgia, su due identità in crisi che però non si rassegnano a lasciarsi andare all’oblio e che si aggrappano costantemente al ricordo, a quel dato, a quell’emozione che prima ancora che definirli come uomo e come donna li definisce come due entità che hanno condiviso una lunghissima parentesi di vita insieme, fatta di gioie, dolori, amore, litigi e perdite. È un elemento da non sottovalutare quello a cui ci troviamo di fronte, poiché grazie a esso si comprende quanto l’ultimo Virzì sia un prodotto che sottende costantemente il tema della memoria a quello della ricostruzione di una vera e propria quotidianità.

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La lotta contro la memoria in disfacimento, contro il ricordo che si annebbia passa infatti attraverso il continuo (e più o meno violento) riferimento ad una cornice semplice, quotidiana, evocata soprattutto tramite i costanti battibecchi tra i due coniugi, i quali aprono squarci su un passato grottesco o, ancor più precisamente, su una realtà in costante (ri)-costruzione, come quella che finisce per organizzarsi attorno a John stesso, un professore ottantenne che a tratti non ricorda il nome di sua moglie ma ricorda tutti i nomi delle sue ex studentesse.

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Ed è così che si ritorna all’inizio, capendo, forse solo ora pienamente, la differenza tra The Leisure Seeker e La Pazza Gioia. Entrambi i film sono la messa in pellicola di un’energia, di una spinta, di entità simile ma di segno diversa. La Pazza Gioia è animato da un’energia violenta e continua; La Pazza Gioia è la vita nel suo svolgersi, caotica, esplosiva, costantemente propositiva, una vita concretizzata dai corpi e dalle azioni di Beatrice e Donatella. The Leisure Seeker invece vive di un’energia che si caratterizza per il suo essere pacata, più controllata, ma non per questo inerte, anzi capace di guizzi inaspettati. Ella e John è, come si diceva, un malinconico inno alla vita, colta nel suo disfarsi e al contempo nella sua stregua resistenza all’oblio, resistenza che si fa scena, parola, gesto, grazie, appunto alle interazioni tra i due protagonisti. In questo senso, forse, ci troviamo di fronte al progetto più compiuto di Virzì, quello che si sposa meglio con il suo stile leggero e al contempo malinconico oltreché con il suo storytelling che costantemente finisce per deformare la concretezza della realtà all’interno dei confini indistinti di una dimensione fiabesca.

Alessio Baronci

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