L’Ora Più Buia – Un Ritorno A Metà

“Cecilia, la storia può riprendere. Tornerò, ti troverò, ti amerò, ti sposerò e vivrò senza vergogna”.

Una delle battute più significative e più memorabili di uno dei migliori film di Joe Wright: Atonement. Si tratta di una battuta di Robbie Turner (interpretato da James McAvoy), uomo ingiustamente accusato dello stupro di una quattordicenne che lotta contro il tempo, la guerra e la morte per tornare a casa dalla donna che ama. Sfortunatamente morirà prima che le navi per l’evacuazione del porto di Dunquerque possano riportarlo in patria.

Questo drammatico spaccato di guerra sembra costituire un motivo ricorrente per il regista, tanto da renderlo quasi protagonista nel suo nuovo film, che segna il ritorno di Wright al film storico vero e proprio, suo genere prediletto.

Come se ci fosse bisogno di conferma, con L’Ora Più Buia Joe Wright sembra eleggere l’affresco storico a suo genere prediletto. Dei sette lungometraggi di cui è stato regista dall’inizio della sua carriera, cinque sono in costume: si parte con il suo film d’esordio sul grande schermo, Orgoglio e Pregiudizio, e si prosegue con i titoli che compongono (e completano con esso) la “trilogia della Knightley”, Atonement e Anna Karenina. In questo senso, L’Ora Più Buia sembra essere null’altro che un ritorno a casa per Edgar Wright dopo la parentesi fantasy di Pan. Non solo Wright sembra essere tornato al suo genere prediletto, quello che ha nutrito i suoi film migliori, ma nella sua ultima creatura sembrano fare capolino tutte le caratteristiche che sono peculiari dello stile del regista. Dopo Il Discorso Del Re (diretto da Tom Hooper) e il suo grande successo, un film sullo stesso periodo e sugli stessi personaggi storici sembrava molto difficile da realizzare. Se chi guarda questo film ha in mente il capolavoro di Hooper, le differenze saltano molto più evidenti agli occhi: non solo viaggiamo su un tono emotivo diverso, ma gli stessi personaggi sembrano immagini speculari gli uni degli altri, a partire dal protagonista.

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Gary Oldman interpreta un nuovo e più anziano Winston Churchill nei momenti che lo vedono protagonista della svolta che segnerà l’inizio della fine della Seconda Guerra Mondiale, a partire dalla sua nomina a Primo Ministro dell’Inghilterra; Oldman è reso quasi irriconoscibile dal trucco, un trucco che però rende l’attore visivamente perfetto per il ruolo, elemento questo che unito alla sua interpretazione dà vita ad un personaggio con cui non si può non essere d’accordo, nonostante l’eccentricità, il comportamento irascibile e delle scelte strategiche all’inizio incomprensibili.

Un uomo nuovo alla politica del momento che deve fronteggiare nemici esterni al paese e interni al suo stesso gabinetto. Al suo fianco, due figure femminili di spicco, Kirsten Scott-Thomas che interpreta la moglie e Lily James la sua segretaria. Da due nomi così ci si aspetterebbe non una distribuzione alla pari delle scene, ma neanche che questi personaggi femminili siano relegati allo sfondo. L’ora più buia è un film al maschile, dominato dalla figura di Oldman e in cui le poche figure femminili sembrano fare da sfondo o porsi come mere funzioni utili al procedere della storia. Parlando proprio di narrazione, di pura storyline, L’Ora Più Buia si struttura attorno alla cronaca degli eventi che portarono all’evacuazione del porto di Dunquerque durante la Seconda Guerra Mondiale, ma è davvero solo questo? Un reportage storico di finzione? O c’è di più, qualcosa di tangibile, forte e che ci coinvolge da vicino?

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Se Il Discorso Del Re toccava il tema del modo in cui la fragilità della classe dirigente deve saper parlare ai suoi sudditi, L’Ora Più Buia parte da un presupposto simile ma diverso. La classe dirigente che il film ci mostra è un governo di nobili e distaccati uomini politici, che guardano il mondo vero dai finestrini delle loro auto, entità che finiscono per isolarli dal resto del mondo nel percorso che li porta da casa al lavoro. Si tratta, tra l’altro, di politici governati da un re chiuso nel suo palazzo e totalmente estraneo non solo alla vita comune ma al suo stesso destino politico, tanto da essere costretto ad accettare Churchill come nuovo primo ministro senza possibilità di scelta. Stiamo osservando una classe dirigente che non sa cosa desideri il popolo né che cosa sia meglio per quest’ultimo, una congrega di burocrati che crede che la scelta più semplice e pacifica, trattare coi tedeschi sacrificando però l’intero esercito a beneficio di una tregua che probabilmente non sarebbe mai stata rispettata, sia la scelta migliore.

Solo chi non è abituato ai compromessi coi potenti ma anzi viene considerato una minaccia per l’ordine costituito può far uscire l’Inghilterra dall’ora più buia e riportare la nazione alla luce. Un uomo senza apparente schieramento o che passa da un partito all’altro a seconda di quello che ritiene più giusto, che capisce veramente cosa è meglio fare e come ottenerlo solo quando entra in contatto con i desideri delle persone comuni, viaggiando in metro con loro invece che in una macchina chiusa.

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La scena in macchina in cui il protagonista guarda le persone in strada e le molte scene dall’alto dei campi di battaglia aiutano a creare l’idea che il mondo esterno per queste figure inarrivabili non sia altro che un mondo fantastico o una dimensione giocattolo. La sequenza in auto, pensata come uno di quei piano sequenza peculiari dello stile di Wright, è girata come detto in un long take laterale al ralenty, scelta che porta sullo schermo un’umanità talmente lontana da sembrare fantastica. Perfino dei bambini con le maschere di Hitler possono camminare in un mondo così irreale, o almeno così lo percepisce il protagonista e noi con lui. Spesso i movimenti di truppe decisi da Churchill e dal suo gabinetto di guerra vengono mostrati come spostamenti di carri armati giocattolo in un plastico tanto irreale e straniante quanto crudele quando si capisce perché viene realizzato così invece che in maniera realistica. Il governo inglese viene dipinto come un gruppo di bambini che gioca con i soldatini o a Risiko, quasi a voler far passare l’idea che la vita di veri soldati sia niente di più che un gioco con delle pedine da muovere e sacrificare a piacimento, per un bene più grande o per il semplice abbandono della nave che affonda. Solo dopo aver compreso che i soldati impiegati nella battaglia sono reali e che ci sono persone in patria e molto vicine a lui che li aspettano (cosa che avviene attraverso il colloquio di Oldman con la sua segretaria) Churchill diventa il vero stratega dall’animo umano che porterà alla fine della guerra. Non solo ritornano le inquadrature preferite del regista (piani sequenza come in Orgoglio e pregiudizio ed Espiazione o dettagli delle mani dei personaggi, specialmente mentre picchiano sui tasti di una macchina da scrivere) ma tornano anche personaggi che sono ricorrenti nella filmografia di Wright; entità al di sopra della società per carattere e intelletto, che vivono ai margini della loro classe sociale o cerchia, che dimostrano al resto del mondo che c’è di più oltre l’apparenza eccentrica che una persona può mostrare.

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In tutto ciò, se il film porta evidentemente l’impronta di stile del regista e beneficia di attori magnifici nel pieno della loro vena creativa, qualcosa nel film non funziona. Non è la recitazione, non è la messa in scena, non è il linguaggio, ma si percepisce qualcosa di freddo e distante che non permette di entrare a fondo ed entrare in empatia coi personaggi. Il Churchill di Oldman è senza dubbio magistrale, tanto che ci si dimentica spesso e volentieri che è l’interpretazione di un attore e non un filmato di repertorio, ma questo suo essere messo in scena da solo, al vertice di un impero, senza un personaggio vicino che ce lo renda più avvicinabile (come detto, i personaggi femminili che sono le aiutanti del protagonista sono così di supporto da non poter essere presi in considerazione e gli antagonisti stessi non ci aiutano, nonostante sia una delle loro funzioni). Questo protagonista assoluto è da solo nella storia come nella messa in scena. Se questo è l’effetto che il regista voleva ottenere l’ha ottenuto, fino al limite però in cui lo spettatore stesso si sente solo davanti ad un dramma in cui non sa da che parte stare.

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In conclusione, se Pan è considerato da molti uno scivolone e non degno della filmografia precedente del regista, L’Ora Più Buia segna un ritorno alle origini stilistiche e di genere che promette una ripresa futura in grande stile di una carriera un po’ in stasi negli ultimi anni (già lo stesso Anna Karenina non aveva convinto con la sua impostazione teatrale); è un ritorno che non si compie del tutto, lasciando lo spettatore con la sensazione di qualcosa di mancante e di freddo, un vuoto che purtroppo non può essere colmato dalla recitazione dei grandi o da ambienti e costumi magnifici, ma che avrebbe necessitato di un’immersione maggiore della sensibilità del regista nel mondo che stava creando, un maggiore contatto con le sue creature, sempre che l’effetto freddezza non sia voluto, ma che comunque non permette allo spettatore di entrare fino in fondo nella vita di questo fondamentale spaccato di storia.

Sabrina Podda

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