Jumanji – Benvenuti Nella Giungla

Jumanji, o almeno il Jumanji che conosciamo noi (quelli della generazione ‘80/’90) non esiste più. Una volta abbandonato sulla spiaggia, alla fine del primo film, il gioco viene ritrovato dopo pochi anni (siamo nel ’96) dal padre di un ragazzino che si trova a passare di lì. Il ragazzino ripone il gioco in camera sua e questi si trasforma da board-game a cartuccia videogame anni ’80. Il ragazzino, per nulla sorpreso, la infila nella console e viene dopo poco risucchiato dal gioco stesso, esattamente come accaduto ad Alan Parrish/Robin Williams decine di anni prima.

Stacco. Siamo nel 2016. Quattro liceali che sono in fondo degli stereotipi che camminano (la nerd, il ragazzo intelligente, studioso e per questo bullizzato, lo sportivo e la più popolare del liceo) finiscono in punizione e, in un’atmosfera che sa di The Breakfast Club sono costretti dal preside a ripulire il vecchio laboratorio video della scuola. Poco dopo aver iniziato le pulizie uno dei ragazzi trova la cartuccia di Jumanji tra la polvere e convince gli altri a iniziare la partita. Una volta premuto start ognuno sceglie un avatar (di nuovo, anche qui, gli stereotipi, forse anche volutamente, si sprecano, tra avventurieri palestrati, studiosi sovrappeso, biologi spalle comiche ed esploratrici parodia di Lara Croft) e subito dopo i quattro vengono risucchiati nel gioco. Ognuno ha l’aspetto dell’avatar scelto e tutti dovranno collaborare per terminare il gioco, superare ogni livello, concludere la “main quest” e fermare il supercattivo di turno se vorranno tornare a casa.

Jumanji – Benvenuti Nella Giungla è un film dalla doppia natura. Ad uno sguardo superficiale, immediato, è probabilmente uno dei film più riusciti tra quelli che di solito si scelgono per passare le feste al cinema con i propri figli piccoli. È luminoso, dinamico, coloratissimo, l’estetica, quella del videogame, è vicinissima alla sensibilità dei giovani spettatori e dunque contribuisce a confezionare un prodotto accattivante e coinvolgente per il suo target medio. Addirittura, elemento sempre più raro nel cinema contemporaneo, il sistema dei personaggi funziona alla perfezione, l’alchimia tra The Rock, Jack Black, Karen Gillan e Kevin Hart è palpabile e alcune prove (quella di Jack Black su tutte) sono da antologia.

Jumanji funziona, ammesso, tuttavia, che tu spettatore scelga coscientemente di non guardare al di sotto della superficie delle cose, dove si nasconde la polvere, dove i meccanismi che reggono il film cominciano ad incepparsi.

Il punto è che i creativi non sono riusciti a nascondere dietro l’apparente velo di ossequio nostalgico e fascino retrò del film (con tanto di fiacco elemento di continuity con l’esilio di Alan Parrish del primo film) la vera natura del progetto che in effetti si pone come un ulteriore tentativo di spremere inutilmente un brand che ha (felicemente) detto tutto ciò che aveva da dire al primo film. La verità ti colpisce violentemente, nel momento in cui capisci che il nuovo Jumanji ha qualcosa che non funziona, un elemento, un errore, che hai di fronte a te per tutta la sua durata ma che solo, forse, durante i titoli di coda finisce per fare capolino.

Jumanji – Benvenuti Nella Giungla funziona come film ma non ha nulla a che vedere né con il concept di base di Jumanji né con le atmosfere del primo film.

Jumanji portava la giungla in un ambiente urbano. Jumanji prendeva la giungla, la inseriva in un ambiente urbano e faceva girare tutto il meccanismo attorno a quattro giocatori, due ragazzini e due adulti che con la giungla, bene o male, non c’entravano nulla.

E quindi via a risate, avventure, spettacolarità varie date da questo generale straniamento, da questa atmosfera fuori posto, in cui un cacciatore sparava allegramente in una casa cittadina e un branco di rinoceronti correva lungo la First Avenue.

Jumanji – Benvenuti Nella Giungla è un videogioco. Ora i giocatori sono assorbiti dal gioco tipo Tron e soprattutto hanno degli avatar a tema con la giungla (esploratori, avventurieri e simili). La giungla è…giungla…non c’è più nessuna invasione della città e anche i personaggi sono inseriti bene nel contesto generale. Quindi addio effetto straniamento ed addio “nucleo primario” di Jumanji o meglio, l’effetto di straniamento c’è ma non è lo stesso del primo film…è qualcosa di un po’ più fuori luogo e stucchevole. E allora ecco che, presa coscienza di tutto ciò, Jumanji – Benvenuti Nella Giungla si mostra per ciò che è: un buon prodotto di intrattenimento che però finisce per organizzare un rapporto con un brand passato e di successo forzato e senza un reale interesse nel perpetrare lo spirito della saga. Jumanji – Benvenuti Nella Giungla è insomma una macchina sforna soldi, un progetto interessante minato, tuttavia, da una serie di errori di approccio al puro storytelling che gli impediscono di emergere dalla mediocrità in cui si trova. Paradossalmente questa superficialità della dimensione narrativa e di costruzione dell’intreccio si fa strada nel momento in cui vengono portate in scena le dinamiche tipiche del videogioco. Nessuno, in sede di scrittura, sembra in sostanza conoscere come funziona un videogame più o meno contemporaneo (Jumanji fa acqua come videogioco degli anni ’10, ma la cosa curiosa è che non funziona neanche come videogioco anni ’80 o ’90) e la cosa fa ancora più specie quando il tuo target di riferimento è formato da spettatori che divorano videogames dalla mattina alla sera. Una superficialità che mostra il fianco soprattutto quando porta con sé anche delle evidenti incoerenze di trama (su cui non ci pronunciamo per evitare spoiler).

Jumanji – Benvenuti Nella Giungla è insomma un film relativamente usa e getta. Un godibile prodotto se si cerca un film da guardare durante le feste con i propri figli, un goffo errore se quello che si desidera è un progetto che continui il fantomatico franchise dedicato al gioco da tavolo a cui tutti noi siamo affezionati.

Alessio Baronci

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