Insidous – L’Ultima Chiave: La Fine Di Un Inizio

La stagione cinematografica 2017-2018 sembra essere l’anno dei grandi ritorni dei classici, vecchi o promossi tali più recentemente, del genere horror. Apripista è stato Annabelle: Creation (diretto da David F. Sandberg e prodotto da James Wan), passando per Letherface (diretto da Alexandre Bustillo e Julien Maury, prequel della serie Non aprite quella porta e ottavo capitolo generale del franchise) e Amytiville: Il Risveglio (diretto da Franck Khalfoun e diciottesimo film della saga) per arrivare al nuovo IT (diretto da Andrés Muschietti e primo capitolo di una dilogia di remake del classico di Stephen King). Il viaggio ci ha condotto fin qui, all’ultimo capitolo della saga meno famosa sempre prodotta dallo stesso Wan: con Insidious: L’Ultima Chiave (diretto da Adam Robitel) sembra che questa storia abbia raggiunto il suo completamento. Questo nuovo e, presumibilmente, ultimo capitolo si colloca tra Insidious 3 – L’inizio (diretto da Leigh Whannell e prequel dell’intera saga) e il primo capitolo. Se li guardiamo in ordine di uscita e non in ordine cronologico degli eventi, partendo dal buon inizio del primo film possiamo tracciare una parabola discendente sia in fatto di qualità che di sviluppo della trama. Questo nuovo capitolo come si collocherà in questo percorso?

horror 1

Il film rientra nello schema classico del genere horror contemporaneo: un uomo che ha comprato una casa infestata chiama una sensitiva e il suo team per eliminare le presenze al suo interno, facendo scatenare forze più grandi del previsto e portando alla luce un passato più oscuro di quanto sembri. Su una trama classica si innesta il classico stile di cui Wan è forse l’esponente più famoso: la tensione non è più psicologica come nei vecchi horror, ma si gioca sul sorprendere lo spettatore col jump scare e coi picchi di suono. La struttura delle sequenze più spaventose è ben costruita, alcuni jump scare sono più prevedibili di altri, ma entrambi elevano una trama altrimenti abbastanza scontata e quasi banale. Quello che invece non funziona nella costruzione drammaturgica del film è l’unione di queste buone scene di tensione con le sequenze in cui assistiamo all’avanzamento di trama, relativamente più tranquille, emotivamente più stabili e girate di giorno. Queste scene, legate principalmente ai personaggi degli aiutanti della protagonista, sono comiche al limite del grottesco, che già di per se le rende passibili della parodia di spettatori più maliziosi, ma si può tranquillamente presumere che possano prestarsi ad essere riutilizzate come materiale base nelle note saghe di film comico-parodici come Scary Movie e Ghost Movie. Se le sequenze più horror costruiscono un buon livello, le parti comiche congiurano a trascinare l’intero film più in basso di quanto potrebbe effettivamente sperare.

horror 2

Da questa situazione di base, il film viene già penalizzato, ma quello che lo danneggia su tutta la linea è la storyline in sé. Se i precedenti avevano (specialmente i primi due), chi più chi meno, una trama chiara, lineare e strutturata, questo ha seri problemi di scrittura. Il demone principale, il “mostro delle chiavi” o Keyface, non è collegato alla struttura dell’intero film, non ha una motivazione che lo porti a diventare ciò che è, non se ne capisce la backstory che l’ha creato. Non ha legami né col braccio della morte vicino alla casa dove si ambienta il film, così vicino da farne percepire l’influenza alla piccola protagonista, né ha una sua propria motivazione logica fondata che lo porti a condizionare gli uomini che abitano quella casa (a tal punto da fargli rapire e uccidere delle donne). Non solo, troppe situazioni vengono lasciate al caso, la più evidente delle quali è l’incontro al bar tra Elise, la protagonista, le nipoti e il fratello perduto da tempo. Sulla stessa linea, il salvataggio delle protagoniste per mano della madre/nonna, chiamata con un vecchio fischietto e che stende il demone colpendolo con una lanterna, ricorda più il personaggio di una commedia che la salvatrice di un horror. In tutto questo mix di commedia grottesca, botte da orbi e strane creature di cui non si conosce la provenienza o la motivazione ad esistere, comunque il suo lavoro il film lo porta a termine, complici i jump scare ben piazzati (un po’ comico ma ben fatto quello durante l’interrogatorio e quelli della prima sequenza in particolare) e le sequenze finali inaspettate, che costituiscono un vero Easter Egg a sorpresa.

horror 3

Mentre le protagoniste cercano la porta giusta per ricongiungersi coi loro corpi, le vediamo entrare per sbaglio in una soffitta con un bambino: ad un occhio meno attento potrebbe sembrare l’attacco per un quinto film, visto che Elise si dimentica di chiudere la porta alle spalle, permettendo così ai demoni di passare; un occhio più allenato, tuttavia, si accorge subito che il bambino è il piccolo protagonista del primo Insidious e che quella è la scena che spiega come tutto ha avuto inizio, ma allo stesso tempo è la chiusura di un cerchio. Un finale questo piacevolmente imprevisto, che anche ai meno attenti lascia una sensazione di completezza. In conclusione, il film si lascia seguire in maniera scorrevole e piacevole, creando la giusta tensione con i climax corretti e chiudendo con un finale al di sopra delle aspettative; con una trama meno superficiale e avara di motivazioni, meno parti comiche che allentano la tensione (creando l’effetto “Ghostbusters”) forse si poteva ottenere qualcosa in più, soprattutto per un Wan-product.

 

Sabrina Podda

© Riproduzione Riservata