Downsizing: rimpicciolirsi non salva il mondo e neppure il cinema

Come salvare il mondo dalla crisi energetica e climatica? Semplicemente rimpicciolendo gli esseri umani! Questa l’idea di partenza del nuovo film di Alexander Payne, Downsizing – Vivere alla grande, che arriva dopo quattro anni dal suo ultimo lavoro da regista, il commovente Nebraska.

Payne torna anche dietro, oltre alla macchina da presa, alla macchina da scrivere, infatti sempre a lui si deve la sceneggiatura e l’idea originale alla base della sua nuova opera. C’è qualcosa che però già scricchiola fin dal principio. L’idea è decisamente innovativa ed interessante eppure al racconto manca totalmente l’incisività della grande fantascienza sociale o sociologica, quella di Orwell, Heinlein o Asimov. Quella che parlando del futuro riesce davvero a raccontare i problemi dell’oggi e a scovare idee e soluzioni stranamente plausibili.

Matt Damon e Krisetn Wiig in una scena di Downsizing - Vivere alla grande

Ma facciamo un passo indietro. Il film di Payne racconta la storia di due coniugi, Paul e Audrey, che come molti americani faticano a sopravvivere nella incessante incertezza economica. Dopo aver incontrato dei vecchi compagni del liceo ad un raduno di ex-allievi scoprono che la vita da “miniaturizzati” è molto più semplice e agiata. Niente crimine, costo della vita nettamente inferiore e piccolissimo impatto ambientale. Infatti proprio pensando ai pericoli dovuti al riscaldamento globale uno scienziato norvegese alcuni anni prima aveva sviluppato una tecnica per rimpicciolire le persone diminuendone così l’impatto ambientale. I due decideranno così di affrontare questo procedimento per andare a vivere a Leisureland, cambiando drasticamente la propria vita. I problemi sono dietro l’angolo e la vigliaccheria di Audrey lascia Paul, oramai miniaturizzato, solo e impossibilitato a tornare indietro. Nonostante le difficoltà Paul proverà a rifarsi una vita e ad andare avanti.

Conoscendo il cinema di Payne sappiamo che in quasi la totalità dei suoi film il punto focale della narrazione sono da sempre i suoi personaggi. Dal viaggio della coppia di amici di Sideways al dittico sui rapporti tra genitori e figli di Paradiso Amaro e Nebraska, Payne è sempre riuscito a raccontare storie di una normalità che esce dagli schemi, abitata da persone, non solo personaggi, con cui si riesce a sentire un legame, una connessione empatica che ci fa soffrire e gioire con loro, ma soprattutto ce li fa capire ad un livello più profondo. Tutto questo in Downsizing non c’è.
Questa volta Payne non riesce a farci entrare nel racconto accanto a Paul, non riesce a suscitare alcune emozione, né nel pubblico né purtroppo nei suoi attori, su tutti Matt Damon che risulta svogliato e poco credibile, rinchiuso in un personaggio di cui non riesce a tirare fuori alcuna particolarità. Paul sembra portato dalla casualità di una corrente che lo spinge verso un orizzonte sconosciuto ma senza alcuna volontà di provare a fare o cambiare qualcosa. Sfugge ai problemi economici facendosi miniaturizzare, non ha problemi ad abbandonare tutto, amici, parenti, proprietà e continua la sua vita senza preoccupazioni anche dopo la perdita della moglie, troppo spaventata dall’idea di miniaturizzarsi. Nulla sembra toccarlo a livello emotivo e per il pubblico risulta davvero difficile riuscire a capire un personaggio del genere.

Udo Kier, Christoph Waltz e Matt Damon in una scena di Downsizing - Vivere alla grande della Paramount Pictures.

Ma il problema di Downsizing non è solo quello di avere un protagonista con cui è difficile empatizzare, ma la difficoltà nel comprendere le difficoltà e le dure scelte implicate nella miniaturizzazione. Non vengono posti problemi di morale o di sopravvivenza: il mondo sta per essere distrutto dal riscaldamento globale, uno scienziato trova la soluzione geniale eppure non accade niente. Nulla. Alcune persone scelgono di farsi miniaturizzarsi altre continuano con la propria vita ma sulla Terra non cambia un bel niente. Con molta probabilità una scelta del genere avrebbe delle ripercussioni ben più pesanti sugli equilibri politici del mondo. Probabilmente Payne voleva focalizzarsi sul piccolo invece che sul grande, parlare delle scelte morali delle persone e non dei governi. Eppure anche qui non riusciamo a farci coinvolgere. Della difficoltà del lasciarsi tutto alle spalle, le amicizie, i parenti e le proprie cose, si parla giusto nella prima mezzora di film ma senza andare a fondo del problema. Abbandonare la vita come uno la conosce credo che avrà un impatto ben più grande sulla psiche di una persona. Si parla di qualcosa di irrimediabile, non si torna indietro, eppure è tutto trattato con eccessiva leggerezza.

Forse è proprio questo il problema del film di Alexander Payne, trattare un argomento potenzialmente interessante sotto molteplici aspetti – dall’ambientazione del racconto fino alla psicologia dei personaggi – con un’eccessiva leggerezza. E quando arriviamo alla fine della visione di Paul e del destino del pianeta, non ce ne importa nulla.

Diego Garufi

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