Coco, la cultura del ricordo in una storia d’altri mondi

Ci sono voluti più di sei anni per riuscire a vedere Coco, nuovo film d’animazione della Disney Pixar diretto da Lee Unkrich (che annunciò il progetto nel 2011) e Adrian Molina, ma ne è valsa la pena di aspettare così tanto. Il regista di Toy Story 3, forse uno dei film della Disney più maturi dell’ultima decade, regala al pubblico un gioiello d’animazione ambientato in Messico, “in barba” all’ostinata politica trumpiana volta a proteggere gli USA con un muro che ancora oggi scatena polemiche in tutto il mondo.

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L’eroe è Miguel Rivera (la cui voce è di Anthony Gonzalez), un dodicenne il cui sogno è diventare una star come Ernesto de la Cruz (Benjamin Bratt), la cui figura è ispirata a celebri cantanti\attori messicani come Jorge Negrete e Pedro Infante. Ritrovatosi in un coloratissimo regno dei morti durante El Dia de Muertos, il giovane Miguel, incoraggiato da un American Dream (stavolta in salsa chili), intraprende un viaggio di un solo giorno in un mondo che, in un certo senso, esorcizza la paura della propria fine, un posto nel quale il protagonista viene riconosciuto e protetto dalla sua eccentrica famiglia di scheletri. L’aldilà di Coco, grazie alla vivacità dei suoi colori, al fascino dei suoi luoghi in fiore e alla costante gioia dei defunti, rappresenta così una seconda esistenza tenuta in vita (passi il gioco di parole) grazie alla trasmissione e all’eredità dei ricordi, che permettono ai deceduti di poter attraversare un ponte di foglie per visitare e mantenere un legame con il mondo dei vivi. Nonostante non sia esente da una discreta quantità di stereotipi, il cammino di Miguel riproduce probabilmente un nuovo modo di fare cinema d’animazione, indirizzando il giovane fruitore verso un’”educazione familiare” e raccontando, attraverso una tradizione centenaria, un oltretomba 2.0 nel quale, come nella Livella di Totò, impera l’eguaglianza: “ognuno come a n’ato è tale e qquale”, chi crede “d’essere nu ddio” rischia di finire in un oblio. O in una campana, magari.

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Ancora una volta emergono alcuni temi interessanti, presenti quasi regolarmente nelle ultime produzioni Pixar, come quello della famiglia e dei ricordi (perlopiù legati ad essa): come un eroe che si rispetti, Miguel, sia nel mondo dei vivi che in quello ultraterreno, affronta un percorso di maturazione durante il quale si scontra con la fedeltà, le ingiustizie, i rimpianti, il successo, il fallimento, la memoria collettiva, le bugie, la solitudine e la malattia. Non è un caso, infatti, che i due mondi si assomiglino molto: l’uno è il riflesso dell’altro e il loro vincolo è così forte da poter cambiare sia il destino dei vivi che quello dei morti. Il futuro del ragazzo, la cui chitarra-medium rappresenta un passaggio tra due vite, è inevitabilmente legato a quello di Hector (Gael Garcìa Bernal), un’anima in pena che cerca in tutti i modi di raggiungere il mondo dei vivi tramite un altro medium, una foto, per far sì che il suo ricordo, come la sua forma spirituale, non scompaia nel nulla.

Non mancano delle chicche interessanti soprattutto per gli adulti, come la presenza della versione cartoonesca dell’indimenticabile Frida Kahlo (che ricorda per alcune cose il Dalì alleniano di Midnight in Paris) o quella di musiche firmate dal talento di Michael Giacchino, che recupera suoni, temi e parole della tradizione messicana e della cultura mariachi per immergere lo spettatore in un’atmosfera praticamente perfetta. Interessante come la musica sia proprio il mezzo per permettere ai personaggi di raggiungere i loro scopi: l’immortalità delle canzoni, l’importanza delle parole, il rifiuto dell’espressione artistica, i tormentoni delle star mai dimenticate sono solo alcuni degli elementi rintracciabili in Coco.

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Il film di Unkrich, il cui titolo finalmente non richiama il protagonista, risulta agli occhi degli spettatori come un film che riesce a mescolare vari generi. Coco è, infatti, un road movie atipico che mescola componenti drammatiche e comiche (stavolta meno “alla disney”) e, grazie al suo linguaggio, strizza l’occhio ad un ampio target di età (non a caso è il maggiore incasso della storia del Messico).

Ancora una volta l’obiettivo del colosso di Burbank è chiaro: entusiasmare tutti e vincere l’Oscar.
Per il momento è riuscito nel primo scopo, ma non abbiamo dubbi che abbia molte possibilità di raggiungere anche l’altro.