Chiamami Col Tuo Nome – Recensione

“Un amore è un’amore” diceva tempo fa una campagna pubblicitaria televisiva.

Da questa frase, con annesso errore grammaticale voluto, possiamo partire per esplorare il significato profondo dell’ultimo affascinante lavoro del regista Guadagnino.

La chiave di Call Me By Your Name infatti si trova nel raccontare l’amore universale, quello puro, sconvolgente, che nulla ha a che fare con il fatto che si instauri tra un uomo e una donna, tra due donne o tra due uomini. È l’amore nella sua accezione più assoluta.

Quello che ci viene mostrato sullo schermo non è il racconto di una coppia omossessuale ma semplicemente una bellissima storia d’amore.

Basato sull’omonimo racconto di Andrè Aciman e sceneggiato da James Ivory, il film diretto dal regista italiano segue le vicende di Elio, diciassettenne italo-americano, durante le sue vacanze estive con i genitori nella loro villa nella campagna vicino Crema.

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Come ogni anno il padre, professore universitario di cultura greco-latina, ospita nella villa un giovane studioso intento a scrivere la tesi di post dottorato.

Nell’estate del 1983 alla villa dei Perlman arriva Oliver, attraente ragazzo americano ventiquattrenne.

Le giornate estive passano così oziose e assolate e danno la possibilità ai due giovani di imparare a conoscersi, a piacersi, ad amarsi.

Ciò su cui pone l’accento il regista è proprio il rapporto che pian piano nasce tra i due giovani, nella maniera più naturale possibile.

Non è sicuramente un caso che il padre di Elio sia uno studioso del mondo greco-latino, perché è come se la storia volesse portarci ancora più indietro nei secoli, prima della cristianità, quando la sessualità non aveva delle imposizioni di genere e si fondava su concetti relativi al maschile e al femminile molto diversi da quelli attuali.

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Nel film infatti Elio è innamorato di Oliver ma prima che il rapporto tra i due si concretizzi, lui prova anche desiderio sessuale per una donna, l’amica Marzia. Tutto avviene in maniera spontanea e non ci rendiamo assolutamente conto dei generi ma solo dei differenti approcci emotivi.

Tutta l’opera di Guadagnino sembra volersi costantemente riferire ad una dimensione remota, quasi epica, un contesto ideale, un Eden perfetto in cui i due protagonisti possono vivere in tranquillità il loro amore. I titoli di testa del film sono abbastanza rivelatori in questo senso dato che mostrano continue immagini di statue antiche, quasi a volerci far capire da subito che ci troviamo negli anni ‘80 ma allo stesso tempo anche molto prima. Altri segnali di questa vicinanza con il mondo classico si trovano in tutto il film, pensiamo ad esempio ai ripetuti bagni dei protagonisti in quelle specie di sorgenti e fontane che ricordano le terme romane.

L’apertura mentale dei signori Perlman deriva anche dalla curiosità e dalla conoscenza di molte lingue e di conseguenza di molte culture un atteggiamento, questo, che li avvicina senza dubbio a quell’età classica in cui dominavano il cosmopolitismo ed il sincretismo culturale: nel film infatti si parlano italiano, inglese, francese e tedesco.

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Per Elio è un’estate di scoperta e di crescita, in questi paesaggi bucolici e silenziosi ha il tempo per riflettere su sé stesso e ascoltare le pulsioni del proprio corpo e i voli della mente.

Il film riesce a trasportarci all’interno della storia e a non farci uscire più; le due ore e un quarto di racconto sono fluide e veloci come le pedalate in bici di Elio e Oliver, ci si gode ogni istante della proiezione e quando sullo schermo tutto è finito si vorrebbe rimanere in sala per rivederlo tutto da capo. L’amore tra Elio e Oliver è una centrifuga di emozioni dalle quali è impossibile rimanere immuni.

Per tutto il film la colonna sonora è impeccabile, dalla disco anni 80’ a Radio Varsavia di Battiato, fino ad arrivare alle due bellissime canzoni originali “Mystery of Love” e “Visions of Gideon”. Quest’ultima che scorre in sottofondo alla fine quando abbiamo il bellissimo primo piano di Elio davanti al fuoco e i titoli di coda, trapassa davvero l’anima.

Proprio le parole di quest’ultima canzone ci fanno riflettere anche sui ricordi e su come a volte pensando al passato ci sembri impossibile che fossimo veramente noi quelle persone perché viviamo con un distacco quelle memorie come se le avessimo solo viste in un video.

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Il film subisce sicuramente il fascino di altre opere sulla gioventù e sui primi approcci all’età adulta come a esempio Il giardino dei Finzi Contini di Vittorio De Sica eppure riesce a mantenere una propria originalità, un’autorialità solo sua.

Per quanto riguarda gli attori sono tutti convincenti e perfetti nella propria parte ma l’interpretazione di Thimotèe Chalamet nei panni di Elio non può che rimanere impressa nel cuore per la profondità, quella giusta dose di arroganza e malcontento giovanile nonché per la fragilità che dà al suo personaggio.

Il suo personaggio, tra l’altro, è anche il più coraggioso tra i due amanti, quello che si butta a capofitto nella storia senza riflettere sulle conseguenze.

A margine, impossibile dimenticare il monologo che il padre di Elio, interpretato da Michael Stuhlbarg, fa al ragazzo verso la fine del film e che contiene quella stessa chiave di lettura sulla universalità dell’amore, sull’avere il coraggio di seguire il proprio cuore di cui parla tutto il film.

Questa scena con il padre ricorda il monologo che Robin Williams fa sulla panchina in Will Hunting-genio ribelle, forse anche per la netta somiglianza estetica dei due attori.

Call me By Your Name è un film che fa innamorare dell’amore e che veramente non credo sia possibile guardare una volta sola.

 

Silvia Festini Battiferro

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