Assassinio sull’Orient Express – Recensione

Che Kenneth Branagh ami i classici è chiaro a tutti. Ed è evidente anche che il più delle volte ami interpretarne il protagonista. Potrebbero bastare solo queste due affermazioni per esprimere l’essenza della nuova versione di Assassinio sull’Orient Express, tratto dal celebre romanzo di Agatha Christie, considerato all’unanimità uno dei capostipiti della letteratura gialla.

Il regista britannico di scuola shakesperiana mette in scena, nel senso più teatrale del termine, un film apparentemente corale, grazie all’aiuto di un cast imbottito di star eclettiche ed eterogenee che lo accompagnano, nei panni di Hercule Poirot, “probabilmente il più grande detective del mondo”, in un viaggio nei primi anni ‘30 a bordo del Simplon Orient Express. Come nel romanzo della Christie, l’incantevole convoglio ferroviario accoglie un violento delitto perpetrato nei confronti di un uomo, Mr. Ratchett (intepretato da Johnny Depp), le cui cicatrici sembrano nascondere un passato difficile da dimenticare.

Ed è proprio sul passato che punta tutto la pellicola di Branagh, il cui sviluppo narrativo segue (anche se non pedissequamente) le vicende narrate dalla Christie ma perde la schematicità delle indagini a vantaggio di un racconto che sottolinea la tragicità del delitto ed esalta l’aspetto umano di Poirot, fisicamente e, in alcuni tratti, psicologicamente differente dalla versione romanzesca. Per godersi appieno l’interpretazione di Branagh è necessario provare a dimenticare per due ore il bizzarro e stempiato ometto alto poco più di un metro e sessanta, grassoccio e con la testa ovale, per dare spazio, nel nostro immaginario, ad un elegante e fascinoso uomo d’altri tempi, fornito di grossi baffi grigi e di folti capelli, il cui passato nasconde un impulso amoroso nei confronti di una ragazza di nome Katherine, assente nel libro, a cui Branagh sembra dare una discreta importanza (e chissà che non ne sveli qualche altro particolare nel sequel, Assassinio sul Nilo). Poirot, infatti, non appare così diverso dai suoi compagni di viaggio: sul treno della morte tutti, come esperti attori teatrali, mentono, esagerano, fingono. Anche l’investigatore belga, che con quegli atteggiamenti sopra le righe e auto-referenziali, nasconde una sua ossessione: guardare la realtà con più dettagli del necessario. Poco sereno, tutt’altro che flemmatico, impaziente e nervoso: il Poirot di Branagh è un ironico e istrionico protagonista che non disdegna l’azione (un po’ come lo Sherlock Holmes di Guy Ritchie), si lascia travolgere dagli eventi e, ostentando più volte nel corso del film un’evidente irrequietezza, non riesce sempre a muovere i fili dell’indagine. Nonostante sia preceduto dalla sua fama di fenomeno dell’investigazione, Hercule risulta, soprattutto nel finale del film, un personaggio a due facce: cristologico e onnisciente ma, allo stesso tempo, vittima della sua straordinaria capacità di scavare negli spazi più reconditi della psicologia umana. In un consesso conclusivo che ricorda l’Ultima Cena, l’impeccabile Poirot diventa Poirot il misericordioso, pronto a perdonare i drammi dei suoi compagni di viaggio e di un breve, ma intenso, frammento della sua vita. Senza dubbio, la caratterizzazione del protagonista è la cosa più riuscita di un film nel quale mostri sacri come Dench, Pfeiffer e Jacobi, grandi interpreti come Depp, Cruz, Gad e Dafoe e giovani stelle come Ridley e Boynton trovano uno spazio limitato e misurato all’interno del quale esprimono sottovoce le loro capacità attoriali. Risultano meno ordinarie le interpretazioni dell’agitato Gad (MacQueen, il segretario di Ratchett), del mutaforma Dafoe (il professore austriaco Hardman) e dello sfregiato Depp, finalmente lontano dalle movenze, ormai stereotipate, à la Jack Sparrow che hanno fin troppo influenzato le sue interpretazioni dell’ultimo decennio. Resta forse la delusione per non aver potuto assistere a qualche scena in più dedicata a lui (quella del dialogo con Poirot è una perla notevole), comunque a suo agio nel personaggio di Ratchett, alla Dench (che interpreta un ruolo per lei troppo convenzionale), alla Pfeiffer (una signora Hubbard poco sopra le righe) e a Jacobi (sfruttato poco e male). Senza infamia e senza lode le performance di Leslie Odom Jr. (Arbuthnot), Lucy Boynton e Sergei Polunin (i coniugi Andrenyi) e Penélope Cruz (la fervente cattolica Pilar Estravados, personaggio ispanico – presente nel romanzo Il Natale di Poirot – che sostituisce la Greta Ohlsson del libro). Inspiegabile la scelta da parte di Branagh di trasformare l’italiano Foscarelli del libro in Biniamino Marquez, personaggio assolutamente superfluo e pressoché inesistente.

 

Come regista, l’inglese riesce ad onorare il suo consuetudinario approccio teatrale, regalando allo spettatore prevedibili (ma efficaci) inquadrature nelle quali i sospettati appaiono come soggetti statici di un quadro degli inizi del ‘900. Seduti nell’accogliente (ma, allo stesso tempo, troppo silenziosa) sala ristorante, che nel film rappresenta solo il luogo dell’attesa e non della risoluzione finale, i viaggiatori si lasciano andare esclusivamente a sguardi fugaci, simboli d’un inquietudine che Branagh, forse, rivela troppo chiaramente. Interessanti (ma non del tutto efficienti) alcune trovate registiche come le riprese dall’alto dopo l’omicidio, che quasi escludono lo spettatore dalla ricerca degli indizi nella camera di Ratchett, o la carrellata dell’ingresso di Poirot nell’Orient Express, che dà allo spettatore una visione rapida e frammentata degli scompartimenti del convoglio ferroviario. Forse troppo favolistica la presentazione iniziale (assente nel libro) del prologo a Gerusalemme, luogo a cui Branagh affida l’introduzione del suo Poirot. Rivedibili l’utilizzo eccessivo della CGI (che svilisce lo splendido lavoro scenografico di Jim Clay), le scene che stridono con la natura del protagonista (come quella dell’inseguimento con MacQueen) e quella della risoluzione finale, troppo artificiosa persino per un mostro sacro del teatro come Branagh.

Nonostante la sua godibilità, Assassinio sull’Orient Express è una pellicola a tratti disorganica che dà poco spazio alle classiche indagini dei film gialli e, in alcuni tratti, soprassiede sui dettagli (e ne inserisce altri superflui), dimentica il maniacale ordine delle scoperte, tralascia il pathos delle rivelazioni e predilige una narrazione troppo semplice, abbandonando l’indimenticabile ritmo serrato delle opere della Christie. Il lavoro di Branagh è apprezzabile, ma solo a metà: il suo nuovo Poirot oscura tutti, anche una narrazione che Michael Green, valido sceneggiatore sulla cresta dell’onda, avrebbe potuto (e dovuto) curare meglio.

Giulio Nocerino

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