Seven Sisters – Recensione

Seven Sisters suggerisce sin dal trailer una cosa tanto semplice quanto ovvia: il film vedrà Noomi Rapace interpretare sette personaggi diversi che interagiscono nella stessa scena. C’è altro che conta? Forse si e forse no.

Non è certo la prima volta che assistiamo ad una performance attoriale così schizofrenica e totale e di esempi ne potremmo citare moltissimi.

Il caso più recente che ora balena nella mia testa è Orphan Black, una serie televisiva canadese scoperta da poco. Qui a fare da mattatrice è la giovane e lanciatissima Tatiana Maslany (che vedremo presto in Stronger di David Gordon Green) che incarna un numero non ben definito di cloni, tanto simili nell’aspetto quanto diversi per carattere, ambiente sociale, psicologia e educazione. Tutto ha inizio quando Sarah, una giovane delinquente, ruba l’identità di una donna suicida con le sue stesse sembianze per svuotarle il conto in banca, e suo malgrado scopre di non essere “unica”. Una volta unite, le ragazze tentano pian piano di risalire ai loro creatori e svelare così il mistero della loro esistenza. Più la verità inizia viene a galla, più le ragazze dovranno lottare insieme per restare vive e difendere la loro libertà da chi vorrebbe controllarle e sfruttarle. Gli showrunner Graeme Manson e John Fawcett costruiscono una narrazione serrata e intricatissima, in cui a ogni indizio seguono ulteriori domande e nuove minacce. Così concepita, Orphan Black è una serie che mescola motivi sci-fy e azione, dove la trama è densa di eventi e l’ironia spezza un po’ il ritmo. Senza pretendere nulla di impegnativo, Oprhan Black garantisce un intrattenimento sincero. Coadiuvato dal carisma dell’attrice, ha i suoi punti di forza in: una trama intrigante, tanta ironia, twist a non finire. Non c’è alcuna pretesa o riflessione sul tema della clonazione o del controllo. Persino la presa di coscienza delle protagoniste e il loro dover conciliare vita di tutti i giorni con la verità, vengono risolte senza troppi patemi e alla fine l’unione del gruppo vince sempre e comunque.

Seven Sisters di Tommy Wirkola inizia e finisce come un thriller di fantascienza e, nonostante qualche superficiale similitudine, in particolare nel recupero e nel riutilizzo di medesimi stereotipi (la ribelle distaccata che prende il comando, la geek esperta in materie utili alla causa, la biondina superficiale, la donna d’azione, etc.) e nella presentazione di un gruppo unito per sopravvivere alle minacce, segue altre strade. Non c’è mistero sulla loro origine, non si parla di clonazione mentre le implicazioni etiche e politiche della storia hanno un peso assai più rilevante. Il loro essere sorelle è vissuto come una condizione di annullamento di sé stesse, che, pur garantendole una loro specificità dietro le mura domestiche, nel mondo fuori le obbliga a nascondersi dietro una maschera dalla comune identità.

Nell’anno 2073 il livello di sovrappopolazione è ai massimi storici. Nonostante la scienza sia riuscita a sviluppare nuove forme di colture, geneticamente modificate per sopperire alla scarsezza di cibo e di risorse, questa manipolazione genetica ha a sua volta causato l’aumento nel numero delle nascite. Per risolvere il problema dell’eccesso di nascituri, la leader politica Nicolette Cayman (Glenn Close), crea il cosiddetto Child Allocation Act: ogni famiglia dovrà crescere solo un figlio, il primogenito, mentre fratelli e sorelle sono destinati al sonno criogenico che ne garantisca la sopravvibìvenza, almeno finché non sarà trovata una soluzione definitiva.

Terrence Settman (Willem Dafoe) per proteggere le sue sette nipoti appena nate e farle crescere insieme, da a ciascuna il nome di un diverso giorno della settimana e ognuna, nell’omonimo giorno, potrà vivere nel mondo esterno adottando l’identità di Karen Settman. Lo stratagemma funziona fino al giorno in cui Lunedì non rientra dal lavoro (il titolo orinale What happened to monday? e concentrava l’attenzione proprio su questo mcguffin). Ben presto le sorelle capiscono di essere state identificate e, visto che la loro esistenza rischia di compromettere la posizione della Cayman, dovranno agire per trovare la loro sorella e combattere contro chi vuole eliminarle.

La sceneggiatura, come è facile intuire, è ricca di elementi succulenti. La premessa ha i suoi motivi di fascino e ci sono degli evidenti riferimenti alle paure contemporanee, come quelle legate al sovraffollamento globale, alla politica Trumpiana sul clima e al controllo delle nascite.

L’ambientazione deve molto ad un cinema che ben conosciamo (con Ridley Scott e Paul Verhoeven in cima alla lista, senza dimenticare la fantapolitica di Orwell) e gli sprazzi di violenza degni miglior cinema action anni ’70 conferiscono al film un gusto retrò che per fortuna non rima necessariamente con qualcosa di datato. Anzi il regista Tommy Wirkola, uno che non possiede né il senso dell’immagine di Scott né tanto meno l’ironia dissacratoria e sorniona di Verhoeven, dopo due titoli alquanto anomali come Dead Snow e Hansel & Grethel – Cacciatori di streghe, si dimostra a suo agio in questo genere, si muove sicuro nel gestire le scene di combattimento, in particolare in una divertente scena d’assedio animata da un gusto eccessivo da B-movie (già presente nei suoi lavori) e cura il lato drammatico con sorprendente partecipazione.

Dopo la fantascienza distopica di saghe letterarie come Hunger Games, Maze Runner e Divergent, dunque si prova un certo sollievo nel riscontrare in questo prodotto a basso budget e con sceneggiatura pescata nell’averno delle black list, un lavoro così audace nel trattamento e nella messa in scena di situazioni difficilmente riscontrabili in altri prodotti. Lo stesso principio di unicità propugnato dal personaggio di Glenn Close, scendere a compromessi con un’azione meschina ma necessaria, non è meno inquietante e crudele del sacrificio dell’individuo che pagato dalle protagoniste, come imparano sin dall’infanzia attraverso gli insegnamenti del nonno.

L’individuo è sacrificato per il bene comune tanto dalla società quanto dall’ordine familiare: nessuna delle sette donne può vivere una relazione, essere completamente Karen Settman o sé stessa. I sogni, le aspirazioni e i talenti possono essere coltivati in modo velleitario e ogni cosa (persino le dita mozzate) deve essere condivisa.

Ognuna delle diverse versioni interpretate da Noomi Rapace soffre un po’ l’effetto stereotipo, perché manca il tempo sufficiente a farle respirare e a concedere a ciascuna il proprio spazio, tuttavia  Wirkola non rinuncia a lasciar trasparire alcuni risvolti emozionali tra una corsa e un corpo a corpo. Proprio questa attenzione alla sfera del sentimento, permette di far conoscere il lato più intimo di queste sorelle e di mostrare il desiderio carnale dell’amore; la paura di morire, che tocca anche la personalità più rigida o la disperata ricerca di indipendenza, che comporta sacrifici egoistici ma profondamente comprensibili. Seven Sisters ambisce senz’altro a qualcosa di più del puro entertainment, peccato solamente che il potenziale così imbastito dalla scrittura di Max Botkin e Kerry Williamson e dal mestiere di Wirkola rischi di infrangersi più volte contro alcuni sbandamenti narrativi e una risoluzione finale troppo frettolosa e poco audace.

Se proprio dovessimo azzardare un paragone tra questo e Orphan Black potrei dire: la serie si presenta come qualcosa di leggero, tecnicamente adeguato, confezionato discretamente e supportato da una narrazione che varia molto nei toni e da il giusto spazio ai personaggi. Magari i pregi non sopperiscono sempre ai twist narrativi ma è un lavoro coadiuvato da una brava attrice e da uno svolgimento accattivante ed energico che si lascia guardare, almeno da chi si sentirà avviluppato dalla trama a tal punto da volerla seguire per tutte e cinque le stagioni.

Seven Sisters è altrettanto stimolante ma ben più ambizioso. Si affida alle doti atletiche di Noomi Rapace, ottima scelta quando interpreta le personalità più toste (non a caso vicine all’immagine da badass dei suoi trascorsi cinematografici) forse un po’ meno con le altre. In effetti da sola non basta a garantire quel quid in più che ci si sarebbe atteso, ma la capacità di far interagire azione e intimismo e l’inserimento di qualche riflessione sulla società, rendono Seven Sisters un film allegramente fuori dagli schemi, ma assai limitato dalle troppe ingenuità in fase di scrittura.

Laura Sciarretta
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