RomaFF12 – Valley Of Shadows

Il primo lungometraggio del regista norvegese Jonas Matzow Gulbrandsen utilizza il filone gotico tipico del mondo scandinavo per confezionare un film che esplora le nostre paure e i nostri limiti. Ci troviamo in un paesino norvegese e il protagonista della storia è un biondissimo bambino di nome Aslak che vive lì con la madre e ha come amico il vivace Lasse.

Nella zona iniziano a essere ritrovate delle pecore sventrate e i due ragazzi cominciano a credere che la colpa sia di un fantomatico licantropo che si nasconde nel fitto bosco vicino al loro villaggio. Dopo la notizia della morte del fratello maggiore il piccolo Aslak si avventura nel bosco alla ricerca del suo cane e intenzionato a scoprire il nascondiglio del mostro della luna piena.

Ed è proprio qui che inizia la parte più pregnante del film dove il giovane protagonista avrà la possibilità di misurarsi con le proprie paure più profonde e non per forza vederle come qualcosa di assolutamente negativo ma piuttosto come parte di un percorso verso la crescita e la piena consapevolezza di sé.

Altro punto molto bello è il cammino del bambino verso l’elaborazione del lutto per un fratello problematico e diverso che forse ha avuto poco tempo per imparare a conoscere.

L’incontro nel bosco con un uomo misterioso insegnerà ad Aslak quanto sia importante non avere sempre timore di ciò che non capiamo o non conosciamo perché non sempre è necessario conoscere completamente per accettare qualcuno o qualcosa.

Questo particolare percorso di formazione si scontra con delle atmosfere spettrali che fanno sempre temere che ci possa essere un risvolto pauroso alla vicenda e questo aspetto non viene mai effettivamente smentito neanche alla fine.

Non riusciamo neppure a capire se l’avventura del piccolo nel bosco sia avvenuta per davvero o solamente nella sua testa ma ciò non ha importanza perché ovunque sia successa ha avuto degli effetti reali sulla percezione di sé stesso da parte di Aslak.

Anche le riprese subiscono il cambiamento percettivo del protagonista: all’inizio del film ci troviamo spesso a vedere ciò che sta succedendo dal buco della serratura o da una porta socchiusa dandoci così l’idea che non stiamo vedendo tutto, che c’è qualcosa che ci è oscuro. Tutto ciò muta quando il protagonista si spinge nel cuore del bosco e inizia pian piano a comprendere sé stesso fino ad arrivare alla fine quando Aslak si trova di fronte alla porta del fratello maggiore finalmente completamente aperta e luminosa.

Ciò di cui risente maggiormente questo film è una lentezza eccessiva in alcune parti e la ripetizione un po’ inutile di certe situazioni.

Inoltre gli attori, forse anche perché tutti emergenti o quasi, non sempre riescono a restituire un impatto emozionale potente e risultano un pochino impostati.

Nonostante ciò il risultato finale è un film che analizza con grande maestria le sfaccettature dell’animo umano attraverso un racconto dalle tonalità lugubri e tipiche delle leggende nordiche rendendo il tutto insolito ma convincente.

Silvia Festini Battiferro

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