RomaFF12 – Spielberg

Presentato nel circuito Tutti Ne Parlano dell’ultima Festa Del Cinema di Roma, Spielberg è, probabilmente, una delle sorprese silenziose della rassegna.

Ci troviamo in un momento storico in cui il genere documentario sta attraversando una fase di rinascita, grazie ad un briciolo di coraggio e ad elementi di marca sperimentale che ne rimodellano i caratteri base. Probabilmente l’iniziatore di questa tendenza è stato Joshua Oppenheimer, che con il suo dittico The Act Of Killing e The Look Of Silence ha tentato di osservare la guerra civile indonesiana da una prospettiva inedita se non apertamente disturbante, ma sulla sua stessa linea si sono mossi artisti come Alex Gibney, Robert Greene, Josh Criegman, Elyse Steinberg o Roger Ross Williams.

Raramente, tuttavia, questa ricerca di innovazione ha interessato i documentari dedicati a movimenti o personalità del mondo del cinema.

La sensazione è che ci sia una regola non scritta che vuole che il desiderio di sperimentazione si fermi nel momento in cui si trovi di fronte all’Arte, meglio, quando ti trovi a dover studiare a mettere su pellicola (in un modo quasi metalinguistico) qualcosa che ha a che fare con la stessa arte attraverso cui ti esprimi. Lo si fa per rispetto, per non ingarbugliare troppo le carte del mazzo, ma anche solo per evitare che il tuo eventuale messaggio venga equivocato, specie quando ha a che fare con la dimensione che ti dà da vivere. Se a questo si aggiunge che spesso il documentario legato ad un contesto cinematografico ha a che fare con registi o attori dalla personalità debordante e dal forte ascendente nei confronti del pubblico medio, si capisce il motivo del presunto immobilismo creativo di questa sottocategoria del genere documentario.

In fondo presentare in maniera sperimentale (tematicamente, formalmente o contenutisticamente) la personalità di un’artista a cui il pubblico è legato potrebbe quantomeno risultare controproducente. Potrebbe essere una scelta strategica apprezzata, senz’altro, ma molto più prevedibilmente rischierebbe di alzare un inutile polverone di polemiche o quantomeno di malumori, perché ritrarrebbe il personaggio in questione in un’ottica lontana dalla rassicurante immagine a cui gli spettatori sono abituati, che è in fondo l’unica che vogliono vedere.

I documentari su una qualsiasi star hollywoodiana in cui vediamo, costantemente, la star in questione (o i suoi amici, i suoi collaboratori) rispondere alle domande sulla sua vita e sulla sua carriera mentre è comodamente seduta in poltrona, fumando una sigaretta e sorseggiando un calice di brandy, sono, in sostanza, quelle stesse opere che il genere documentario lo stanno uccidendo lentamente, uscita dopo uscita e allora, forse proprio per questo, per la sua impostazione e, soprattutto, per la personalità a cui è dedicato (con tutto ciò che tale nome compete), fa strano pensare che uno dei pochissimi prodotti originali legati a questo sottogenere (la seconda incursione sperimentale, insieme forse solo al De Palma di Noah Baumbach) sia un documentario legato a Steven Spielberg.

L’elemento più interessante di Spielberg è il fatto che la sua natura sovversiva agisca assolutamente sottotraccia.

Il documentario è completamente incentrato su Spielberg ed il suo stesso tessuto è innervato da quegli “stilemi standard” del genere a cui poco fa abbiamo accennato. Spezzoni dei film più celebri del regista si intervallano ad interventi di Spielberg e dei suoi collaboratori, che conversano tranquillamente con l’intervistatore nel tentativo di ricostruire la carriera di uno dei pilastri della Settima Arte. Ciò che cambia, tuttavia, è, l’aria, l’atmosfera che si respira durante tutto il progetto.

Spielberg, in sostanza, si muove su una griglia di significato tutta sua per quanto concerne gli intenti e la forma argomentativa che reggono il progetto. Al centro del documentario di Susan Lacy, più che il cinema di Spielberg ci sono i suoi stilemi, i suoi motivi ricorrenti, il suo approccio al mezzo filmico. Non si tratta di un documentario celebrativo, sarebbe stato, in fondo, troppo facile girare e montare due ore di interviste o dichiarazioni che dipingevano Spielberg come il più grande regista contemporaneo. La Lacy non nega mai la statura intellettuale, l’importanza artistica del soggetto del suo documentario, ma la sensazione è che la metta volutamente in secondo piano, dandola per scontato.

È come se a muovere Spielberg fosse una strana dichiarazione programmatica: “Sappiamo già chi è Spielberg…sappiamo già quanto vale, ma perché torna sempre sugli stessi temi? Perché, ad esempio, i suoi film sono dei complessi studi sui rapporti famigliari? Perché nei suoi film ricorrono determinate inquadrature o determinati tagli di luce?

Questo switch, questo percorso per certi versi originale, che porta un documentarista a concentrarsi non tanto sulla “storia del cinema” (per quanto personale, relativa alla carriera di un solo regista) ma alla forma cinematografica è in realtà la chiave che pone il documentario di Susan Lacy sotto una luce del tutto nuova. Più quest’indagine formale prende corpo, più ci si addentra nella forma mentis di Spielberg, più si prova a spiegare perché, semplicemente, “Spielberg fa quello che fa”, più il regista inglese appare vulnerabile, in aperto (e felicissimo) contrasto con l’immagine di serio e sicuro intellettuale/artigiano con cui si presenta ai media e ai suoi spettatori. Il centro del documentario di (e anche lo stesso messaggio che l’opera vuole trasmettere a chi guarda) è che il cinema di Spielberg, un opus luminoso, tutto sommato ottimista, è un cinema nato dal trauma, dal disagio, dall’isolamento e dalla solitudine e dunque lo stile del regista, propriamente detto, altro non è che il precipitato di tutti questi elementi, oltreché un tentativo di tematizzare, di porre su pellicola questa multiforme istanza traumatica.

Ancor più interessante di questa osservazione, tuttavia, è notare come sia proprio Spielberg, coadiuvato dall’intervistatore e dalle dichiarazioni degli altri ospiti del documentario, a riannodare, da solo, con un atteggiamento tra il fermo ed il gentile, i fili di quegli strappi dell’anima, di quei traumi che hanno generato il suo cinema.

Spielberg è, in sostanza, un film sulla vulnerabilità, e su come l’arte possa aiutare a trasformare in qualcosa di potente i nostri punti deboli. L’elemento più straordinario è che questo elemento così profondo, questa ode al mezzo cinematografico scorre, per tutto il film, assolutamente sottotraccia, come si diceva. Non è urlata, ma solo mostrata, pronta a fare capolino tra un racconto di Spielberg sul divorzio dei suoi genitori e su una sua amara riflessione su quanto i suoi sforzi per elaborare il trauma della Shoah siano stati inutili.

Senza mezzi termini, Spielberg è uno dei documentari del 2017. Non tanto per la caratura dell’uomo al centro del progetto, ma per la nuova prospettiva attraverso cui lo possiamo osservare: come un umano, fallibile, preda dei suoi demoni, esattamente come noi.

 

Alessio Baronci

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