Roma FF12 – The Hungry

Con questo adattamento in chiave indiana e ambientata ai giorni nostri della prima tragedia di Shakespeare, il Tito Andronico, la regista Bornila Chatterje ci regala un film complesso, intrigante e con una crudeltà che ricorda in alcuni momenti gli horror giapponesi.

The Hungry parte bene già dal titolo perché ogni personaggio della storia è affamato di qualcosa:

cibo, denaro, amore, gloria ma soprattutto vendetta.

La trama di muove intorno ai componenti di due famiglie legate da un vincolo imprenditoriale che, grazie al matrimonio tra Tulsi, donna ormai a capo della sua famiglia dopo la morte del padre e non più giovanissima, e Sunny, figlio di Tathagat patriarca dell’altra famiglia, si ritroveranno legati da un vincolo ben più profondo e cioè quello di sangue.

Ma le cose sono molto diverse da come appaiono perché Tulsi è in cerca di vendetta a causa della morte di suo figlio, spacciata per suicidio ma che lei è convinta sia avvenuta per mano proprio di Tathagat.

Durante i festeggiamenti per l’imminente matrimonio vi sarà per questo un crescendo di intrighi e colpi di scena che porteranno a drammatiche conseguenze che culmineranno nel truculento pranzo matrimoniale.

All’inizio del film non è semplice capire quello che sta succedendo soprattutto a causa dei difficili nomi e delle intricate parentele dei personaggi ma una volta superato questo scoglio il film diventa ipnotico.

Essendo una storia di tradimenti e inganni sia la fotografia che la musica si adeguano a questi meccanismi di dualità e di contraddizioni.

La fotografia utilizza infatti due scelte cromatiche molto differenti: se da una parte, quando vediamo le scene di festa e di “felicità”, vengono sviluppati un tripudio di colori molto accesi sulla scia di Bollywood, dall’altra parte, quando ci appaiono i momenti cruenti o i discorsi di vendetta, i colori utilizzati seguono le sfumature fredde del grigio.

La musica invece è molto particolare nelle scene di giubilo perché invece di essere allegra come ciò a cui stiamo assistendo è stridente, quasi un campanello di allarme che fa capire che l’orrore è dietro l’angolo e può arrivare quando meno te lo aspetti.

Per quanto riguarda la scelta delle inquadrature e le scenografie questo film deve molto alla teatralità dell’opera di Shakespeare. In molti casi la disposizione dei personaggi e gli oggetti potrebbe confondere e far pensare che gli attori stiano recitando su un palcoscenico teatrale più che su un set cinematografico.

La recitazione di tutti gli attori è intensa e drammatica al punto giusto, con la perfetta dose di freddezza e malvagità richieste da una storia davvero cruenta.

Un appunto ai bellissimi costumi che sono sì della tradizione indiana ma hanno al loro interno dei rimandi all’epoca romana, periodo in cui si sviluppano le vicende della tragedia shakespeariana originale.

La trama incoraggia certamente la violenza e le scene sanguinose ma la regista ha voluto in questo senso forzare la mano e nonostante alcuni momenti siano veramente al limite dello splatter ciò non toglie nulla all’azione anzi la rende ancora più efficace.

Un film indiano sui generis che trasporta lo spettatore in un vortice dal quale non si può che uscire turbati ma allo stesso tempo affascinati.

Silvia Festini Battiferro

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