Roma FF12 – Mademoiselle Paradis

Nella Vienna del ‘700 Maria Theresia “Resi” Paradis è una giovane pianista non vedente dal talento straordinario. I genitori, iperprotettivi e severi, vedono nella figlia una mera fonte di guadagno per garantirsi favori dall’aristocrazia austriaca. Esposta e usata come fenomeno da baraccone per concerti di corte e salotti nobiliari, Resi deve anche subire alcune terapie per farle ritrovare la vista persa a tre anni, cure debilitanti e sempre inefficaci. Dopo svariati esperimenti falliti, il famoso Franz Anton Mesmer, un dottore tanto discusso quanto elogiato per le sue presunte doti miracolose, accetta la sfida vedendo nel caso di Resi l’occasione di un rilancio. Il medico offre i propri servigi convincendo di poterla guarire, ma quando la cura inizia a dare i primi segni di successo qualcosa del talento di Resi sembra svanire.

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Fa piacere trovare in questo festival un film in costume e di certo l’occhio non può che rimanere appagato davanti all’incredibile attenzione ai dettagli, segni di un comparto tecnico esemplare (fotografia, costumi e scenografie).

La regia di Barbara Albert, ispirata dal romanzo di Alissa Wasler La musica della notte, vuole restituire un ritratto femminile complesso e sfaccettato scavando in costanti primi piani sul volto dell’intensa Maria Dragus per cogliere ogni sensazione, ogni e ogni espressione di estasi e dolore inscritti nel suo volto. Aiutata da un cast di attori quantomai all’altezza, l’attrice regge su di se praticamente tutto il film inquadratura per inquadratura.

Theresia Paradis appare come un’artista incompresa e sfuggente, una ragazzina sola alla ricerca di affetto e costantemente sfruttata dall’egoismo dei più. Il talento è tutto ciò che ha per poter esistere e per sentirsi viva nel suo mondo di oscurità e solitudine. L’aspetto dell’handicap è spostato nel segno dell’indefinibile e aiuta a descrivere un rapporto irrisolto con il suo dono tra il desiderio di ritrovare con gli occhi la luce, gli oggetti e i colori ma d’altro canto la paura di non poter più essere vista dagli altri attraverso quel pianoforte che è insieme prigionia e liberazione.

L’ambiente sociale risulta anch’esso duale e frammentato. Una società divisa tra aristocrazia e povertà, universi che si relazionano con lei con atteggiamenti spesso agli antipodi: da una parte c’è il pubblico indifferente e ipocrita che partecipa solo per far notizia e guarda Resi come un freak allenato per l’occasione e dall’altra ci sono i pazienti, derelitti e malati mentali, e i membri della struttura di Mesmer, assistenti medici e serve che ascoltano incantati e partecipi l’espressione pura e viva del suo animo incompreso.

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Purtroppo una serie di scelte poco condivisibili appesantiscono la resa finale e complicano inutilmente il rapporto con lo spettatore. Non è chiaro perché certe situazioni restino in sordina, perché la natura sensoriale della protagonista sia poco sviluppata e il confine tra realtà e finzione nel rapporto medico/paziente tra Resi e Mesmer appare poco convincente. Non è mai chiaro quanto le immagini percepite siano frutto degli esercizi di un’abile truffatore (più umano e sensibile, ma forse non molto diverso dagli altri che la sfruttano) o se sia l’effettivo risultato di una vista ritrovata, lasciando in sospeso la curiosità di un aspetto tanto affascinante quanto ambiguo.

La perizia tecnica del lavoro della Albert non riesce poi a evitare quella fastidiosa sensazione di aver assistito ad un film troppo lungo, ridondante, vuoto, limitato da uno schema narrativo da film d’epoca apatico, un testo troppo innamorato del personaggio che racconta per scendere oltre la superficie pomposa.

Va bene l’intenzione ed è comprensibile quanto la figura di Theresia Paradis abbia stregato la Albert ma oltre i primi piani della Dragus ben poco resta impresso (con rischio di sonnolenza altissimo, come dimostra la proiezione a cui ho assistito). Preso atto di tutto ciò è chiaro che qualcosa di meglio si poteva davvero fare.

Laura Sciarretta

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