Roma FF12 – Babylon Berlin: Weimar, lo Zeitgeist, la rappresentazione della Storia

La Repubblica di Weimar è un buco nero della storia. Tutti sanno cos’è ma nessuno ne parla. Stando così le cose, probabilmente la cosa più utile da fare è un po’ di chiarezza. Tra il 1919 ed il 1933, subito dopo la fine della Prima Guerra Mondiale e agli albori della Seconda la Germania visse forse il periodo più complesso della sua esistenza. Si tentò in sostanza di istituire una democrazia liberale ma non si tenne conto del fatto che le condizioni per attuare una strategia politica del genere in Germania, in quel momento storico, non erano affatto favorevoli. Weimar fu in sostanza un periodo di grandi divisioni e paradossi. Da un lato c’era una povertà dilagante, c’era la fame, c’erano gli sfollati costretti a vivere nei ruderi degli edifici bombardati appena qualche anno prima e a sporcarsi spesso le mani con furti, borseggi, prostituzione per arrivare vivi alla fine della giornata. Dall’altro lato, giusto qualche centinaio di metri più in là in linea d’aria rispetto ai quartieri popolari viveva la borghesia, la classe sociale che la guerra non solo non sembrava aver intaccato ma che anzi ad un anno dalla fine delle ostilità sembrava quasi aver arricchito. Prima ancora della ricchezza, tuttavia, ciò che caratterizzava maggiormente i borghesi di quegli anni era la loro straordinaria volontà di esorcizzare in tutti i modi quell’oscurità, quella negatività, rappresentata dalla Prima Guerra Mondiale. Si puntava ad allontanare quella morte che era arrivata a sfiorare praticamente ogni tedesco appena qualche anno prima ed il modo migliore per esorcizzarla passava attraverso la ricerca dell’eccesso. Gli anni di Weimar furono gli anni della nascita del cinema espressionista, dell’arrivo in Germania del jazz americano, del Bauhaus, di tutte quelle forme artistiche, in sostanza, che puntavano a muoversi in un solco assolutamente agli antipodi di una norma riconosciuta dal pubblico medio. La rappresentazione del reale dunque finisce per distorcersi attraverso gli occhi di chi la guarda ma anche il rapportarsi ad essa subisce un profondo cambiamento dal momento che le strade di Berlino cominciano ad essere inondate di droghe di nuove generazione, spesso prodotti sperimentali, nati sui campi di battaglia, complessi chimici potentissimi che contribuiscono ad aumentare lo straniamento delle persone comuni dalla realtà in cui vivono.

Partiamo da questo. Partiamo dal riconoscere come la Germania di Weimar sia stata una sorta di non-luogo storico. Un paradiso chimico ad alta velocità, la zona dove i limiti venivano costantemente superati, un sogno lucido in cui la povertà, la morte, la guerra appena finita, non esistevano, meglio, continuavano ad esistere ma finivano per essere lasciati indietro, fuori dall’inquadratura, annebbiati in questo eterno presente falso, iperattivo, frammentario, artefatto ed euforico, pronti, tuttavia, a fare capolino con ancora più forza nel momento in cui questi stessi fantasmi diventeranno le leve su cui il nazismo costruirà il suo consenso giusto pochi anni dopo.

Babylon Berlin la serie noir tedesca ambientata durante la repubblica di Weimar i cui primi due episodi sono stati presentati nell’ambito della Festa Del Cinema di Roma 2017 e che arriverà da noi a Novembre probabilmente risulta vincente e si affranca dai numerosi progetti simili per struttura e intenti proprio per il rapporto che intrattiene con la Storia, con ciò che avvenne in Germania tra il 1919 ed il 1933. In Babylon Berlin il contenitore (il contesto della repubblica di Weimar, con tutto quel catalogo di sensazioni, sentimenti ed elementi che abbiamo elencato poco fa) diventa uno strumento che costruisce il contenuto e si riverbera in esso.

Babylon Berlin racconta una storia, in sostanza, ma Weimar, i colori, i sapori, le atmosfere di Weimar si ritrovano proprio in tutti quei momenti in cui l’orizzontalità del racconto devia dai suoi binari convenzionali per aprire squarci più o meno marcati verso un contesto “altro”.  Perché se è vero che la Germania di Weimar funzionò come un gigantesco sogno chimico ad occhi aperti per i tedeschi è altrettanto vero che Babylon Berlin funziona proprio perché non ha paura di rendere palese questo stato di dormiveglia collettivo attraverso il tessuto stesso del racconto, in un interessante cortocircuito tra realtà rappresentata e strumenti utilizzati per rappresentare questa stessa realtà. Babylon Berlin è una gigantesca allucinazione collettiva, che acquista forza proprio nel momento in cui il nostro sguardo, la nostra coscienza di spettatori, entra in contatto con quegli squarci verso il mondo “altro” a cui poco fa abbiamo accennato. Come un qualsiasi sogno più o meno lucido Babylon Berlin acquista corpo e sostanza grazie a queste aperture, a queste pieghe, che ragionano utilizzando gli stessi meccanismi che regolano il sogno. In fondo la seduta ipnotica con cui inizia la serie già ci dice molto sul sistema che modella la serie. L’ipnosi e il sogno funzionano, per certi versi, allo stesso modo e si strutturano attorno agli stessi elementi: lo straniamento, il frammento, la logica costruttiva che punta ad unire più spunti diversi per creare una totalità dotata di senso.

Ed in effetti, se è vero che la storyline di Babylon Berlin ha senz’altro una sua identità stabile e forte, è innegabile che, avvicinando il nostro sguardo al puro tessuto del racconto i rimandi a certi tratti tipici dello stile di scrittura di James Ellroy sono evidenti, così come altrettanto evidenti sono i retaggi che la serie deve non tanto al genere noir in sé quanto alla rappresentazione del noir su schermo (il protagonista è un detective Bogartiano e uno dei personaggi secondari ricalca chiaramente i tratti della femme fatale, tanto per dire). Frammenti dunque, che uniti costruiscono la struttura stessa della serie. Sul piano della forma, tra l’altro, riflettiamo su tutti quelle inquadrature oblique, sulla fotografia dai forti chiaroscuri, insomma rendiamoci conto di quanto la serie sia in debito con il cinema espressionista. Ma ancora, pensiamo a tutti quei momenti che fanno leva sullo straniamento di chi guarda: i giochi di montaggio che portano una sequenza a svolgersi in un locale di lusso e quella successiva in un palazzo bombardato, l’indugiare sugli arredi asettici e d’avanguardia del club gestito da uno dei villain della serie, la straordinaria sequenza finale del secondo episodio, con il numero musicale della vedette che vorrebbe essere jazz ma che in realtà è organizzato attorno ad un brano molto più vicino a noi rispetto a qualsiasi pezzo jazz, un numero che rimanda alle performance di certa new-wave tedesca anni ’70, arricchito da una coreografia che strizza più di un occhio alla Golden-Age del musical e che si pone in fondo come un gigantesco rimando alla scena del Club Silencio di Mullholland Drive anche solo per il mondo in cui musica e immagine strutturano un comune messaggio. Frammenti e straniamento, dunque, di nuovo, a volte, come in questi casi, l’uno dentro l’altro, come a volersi riflettere, o comunque a voler amplificare il portato simbolico di ciò che si sta costruendo.

Babylon Berlin invita lo spettatore ad un approccio consapevole. Se ci si ferma alla superficie si vedrà un buon period-noir, e tuttavia, scavando sotto la superficie delle immagini, si troverà forse uno dei pochi prodotti che raccontando un periodo storico ne usa lo zeitgeist (lo spirito simbolico, l’anima) come materiale costruttivo., caratterizzandosi, per questo, per una sua unicità.

Alessio Baronci

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