La signora dello zoo di Varsavia – Recensione

La Shoah, ancora una volta.

Elencare tutti i titoli della cinematografia incentrati su quella che rimane la più grande tragedia umana del Novecento è fin troppo superfluo ogni volta che un nuovo film si unisce alla lista. Negli ultimi tempi, però, le storie sul grande schermo hanno cominciato a raccontare altri protagonisti, non solo le vittime nei campi, i sopravvissuti o in certi casi persino i carnefici di quelle terribili e nefande azioni, bensì coloro che non sono rimasti indifferenti e in prima persona hanno cercato di salvare quelle vite che il Nazismo aveva già condannato.

Se poi consideriamo che il genere che più di altri ben si è prestato alla riduzione cinematografica su un argomento così delicato sia stato spesso quello drammatico, non sorprende più di tanto vedere uscire nelle sale La signora dello zoo di Varsavia tratto dalla vera storia dei coniugi Zabinski.

Tratto dall’omonimo libro di Diane Ackerman: Jan è il direttore dello zoo, un luogo esotico di pace e armonia, una mostra itinerante composta da creature di ogni razza e specie di cui si prende cura con grande passione. Al suo fianco la moglie Antonina, una donna che ama profondamente la famiglia e ha un rapporto speciale con gli animali. Nel 1939, anno in cui la Polonia viene invasa dalla Germania, perdono gran parte degli animali (annientati dai bombardamenti, uccisi per gioco dai nazisti o ceduti ad uno zoo tedesco) ma grazie ad un accordo con il capo zoologo del Terzo Reich, Lutz Heck, gli viene permesso di rimanere e vivere lì proseguendo l’attività del posto allevando maiali. Sconvolti dal trattamento subito dagli ebrei rinchiusi nel ghetto, iniziano ad accoglierli clandestinamente nella struttura sotterranea dello zoo e tenerli al sicuro.

Una storia di piccoli eroi nella più grande tragedia del Novecento, in cui spicca il ritratto di Antonina Zabinski, una donna forte e generosa, che grazie al suo coraggio è riuscita a salvare più di 200 vite e a preservare quanto c’era di buono in quella magnifica struttura, in seguito riaperta e riportata ai fasti pre bellici.

La regista Niki Caro esegue il mestiere, sfrutta la metafora degli animali per parlare degli orrori dell’uomo e riesce a donare una certa tensione ogni qualvolta i protagonisti rischiano di essere scoperti dal nemico. Anche la fotografia dai colori caldi e l’attenzione al comparto scenografico (gli ambienti dello zoo e del ghetto) si lasciano apprezzare senza stonare troppo. In particolare la regia funziona egregiamente nel restituirci tutta la drammaticità degli eventi narrati, come ad esempio nella sequenza del bombardamento.

Il problema è che il film si limita ad essere un compitino ben svolto, portato a termine senza particolare voglia di osare. Un’operazione in cui tutti fanno ciò che ci si aspetta ma proprio questo atteggiamento convenzionale rischia di depotenziare il valore del messaggio alla base dentro una narrazione alquanto stantia.

Lo script ribatte sul motivo già reso celebre dal capolavoro Schindler’s List di S. Spielberg, ovvero “chi salva una vita, salva il mondo intero“, ma lavora sul materiale lasciandosi addosso la sensazione di non riuscire a far respirare compiutamente con il soggetto. La signora dello zoo di Varsavia infatti ripropone gli schemi narrativi solidi, caratterizza i personaggi in modo riconoscibile e sfrutta l’enfasi retorica giocando facile con l’empatia dello spettatore ma così facendo evita anche di sporcarsi le mani, di toccare le zone grigie e di sfidare i dettami tradizionali.

Esempio perfetto di quest’ultimo punto è l’antagonista Lutz Heck, che ha il volto di Daniel Bruhl (in un ruolo simile a quanto già visto in Bastardi senza gloria di Q. Tarantino), il villan in contrasto rispetto all’eroina volitiva. Il loro è il tipico dualismo tra bene e male che funziona nel discorso morale insito nella scrittura, contrapponendo all’esercizio di potere di lui la forza interiore e silenziosa della protagonista, ma è gestito con modalità al limite del manicheismo.  Se Lutz si rivela l’essere spregevole e approfittatore, che vede negli uomini mezzi di cui disporre e negli animali la fama in campo scientifico (come è evidente nella sua ossessione di riportare alla vita specie estinte) Antonina è, ovviamente, l’esatto opposto. Rifiuta qualsiasi prepotenza o sopruso, ha rispetto per la vita e mostra un’astuzia e una tenacia incredibile nel saper sfruttare a sua volta il nemico simulando un atteggiamento remissivo. Proprio la stravaganza di questa donna, il suo carattere giocoso e sensibil, in contrasto con quanto le accade intorno, risaltano più per la professionalità di Jessica Chastain che per altri meriti.

La sensazione che La signora dello zoo di Varsavia non riesce proprio a scrollarsi di dosso è che a guidare l’operazione ci sia stato quell’atteggiamento convenzionale che spegne sul nascere ambizioni più alte. C’è la storia vera, c’è il bel messaggio morale, qualche scena di impatto, un’attrice magnetica ma la narrazione finisce col perdere di mordente esaurendosi nei suoi luoghi comuni. Come uno studente non troppo desideroso di mettersi alla prova, il film accetta la sua mediocrità portando a casa il risultato ma spreca l’occasione di misurarsi con le precedenti pellicole e non va oltre la buona confezione che si dimentica facilmente.

Laura Sciarretta
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