Justice League è una guerra civile tra creativi

Se cercate apertamente segni della presenza di Joss Whedon all’interno di Justice League non li troverete. Se siete tra quelli (me compreso) che speravano che l’ingresso fortuito di Whedon all’interno del sistema creativo che regge il DCEU stesse ad indicare una lenta ma costante azione di spodestamento di zio Joss ai danni di Zack Snyder, con il regista/sceneggiatore newyorchese pronto a prendersi carico della gestione totale dell’universo condiviso DC ho una pessima notizia per voi: Justice League continua ad essere un film che porta profondamente insita in sé la firma di Snyder ma se si sa dove guardare la presenza/assenza di Whedon la si percepisce senza problemi e, anzi, si riesce anche a capire quale sia stato il suo ruolo, le sue responsabilità e gli obiettivi che lo hanno guidato in fase creativa in rapporto al lavoro svolto da Snyder e dal suo team. Il centro di tutto, la natura di Justice League, è tutta qui.

Affrontiamo la questione facendo pochi passi indietro. Un po’ come Suicide Squad, Justice League è uno dei progetti più disomogenei della Dc.

Ogni film nasce all’esatto punto d’incontro tra linee di tensione differenti (quella legata allo script, quella della regia, quella, dai tratti imponderabili, legata alla produzione, agli imprevisti che avvengono durante la lavorazione e alle conseguenze che questi avvenimenti hanno sul prodotto finale e una serie di innumerevoli altre). Nella maggior parte dei casi, nei film di alta qualità, i confini di queste linee difficilmente si riescono a percepire, proprio perché ben amalgamate nel tessuto filmico, in altri, invece, tutto rimane ben marcato e separato, dandoci la possibilità quasi di vedere a occhio nudo i meccanism i che regolano il film muoversi davanti a noi. Justice League appartiene a questa seconda categoria, ma non è detto che tutto ciò sia un male. Anzi, grazie a questa circostanza, è molto più facile, per noi che il film finiamo per commentarlo, capire chiaramente cosa funziona in Justice League, cosa no e soprattutto come è più giusto suddividere le responsabilità quando si parla dei difetti del film.

Senza mezzi termini Justice League è il punto di contatto di due film diversi che scorrono in parallelo su due livelli contrapposti. L’impalcatura è stata chiaramente curata da Joss Whedon e dalla sua squadra e, nel bene o nel male, è l’elemento che funziona di più di tutto il sistema. È vero, è innegabile, l’intreccio è chiaramente mutuato dal primo Avengers. Abbiamo una razza aliena che scende sulla Terra per conquistarla, abbiamo degli eroi che si ritrovano ad contrarre un’improbabile alleanza, ci sono persino dei cubi che sono centri di un potere assoluto (avete presente il Tesseract degli Avengers, no?). Al contempo, tuttavia, forse per la prima volta nel DCEU ci troviamo di fronte ad un sistema di personaggi che (con i dovuti limiti) funziona.

C’è alchimia nel “party”. Alcuni eroi sono ancora squilibrati o sopra le righe (tipo Flash) altri ingiustamente anonimi (Aquaman), forse, in termini generali, ci si adagia un po’ troppo sugli allori dell’ironia e della battuta facile ma al netto dei difetti si percepisce la volontà di creare un gruppo di agenti in scena efficace e tutto sommato degno di essere ricordato. Non solo, con buona probabilità la consulenza di uno come Whedon ha portato l’economia del film a compiere forse una delle poche scelte felici della Dc al cinema.

Per la prima volta si è presa consapevolezza del fatto che un modo interessante di contrastare il monopolio dello storytelling nel blockbuster della Marvel consisterebbe nel concentrarsi e nello sviluppare tutti quelle zone grigie che un franchise completamente gestito da una major come la Disney non svilupperebbe mai (per filosofia aziendale, target di riferimento, etc.). In sostanza, la scrittura di Justice League pone più di un accento sul lato oscuro degli eroi. In scena vediamo degli outsiders, dei freaks, degli individui isolati e incapaci di trovare il loro posto nella società, dei personaggi restii a prendere su di loro il peso del loro compito. Lo ripetiamo, la sensazione è che il lavoro su questo elemento della struttura sia opera di Whedon e della sua squadra, ma non ne abbiamo la certezza. Di certo, tuttavia, c’è che Whedon in persona ha scritto quella che forse è la sequenza più interessante del film in questo senso, che si incarica di tematizzare l’elemento del “fuori tempo massimo” attorno a cui gira la squadra di eroi e che si organizza attorno ad un colloquio dall’impianto minimalista tra Batman e Wonder Woman.

Si notano, insomma, nelle fondamenta del film, degli sprazzi di consapevolezza. Qualcuno ha capito l’importanza di ciò che c’è in gioco e finalmente (pensiamo alla seconda scena dopo i titoli di coda), si nota in rapporto a tutto ciò una certa volontà di costruire uno storytelling di più ampio respiro, volontà che finora sembrava latitare in casa Dc.

Purtroppo i lati luminosi di Justice League terminano qui. Al di sopra del primo film, del film di Whedon, dell’impalcatura, scorre infatti il secondo “film”, quello di Snyder, quello giocato tutto sul visivo, sulla pura regia. E a questo punto è inutile girarci attorno. Justice League non ha fatto un singolo passo avanti da Man Of Steel quando si parla di regia e rapporto con l’immagine. È tutto squisitamente artefatto, marcato, tracotante, eccessivo. Al di là di una maldestra scelta stilistica il danno vero che quest’approccio all’immagine perpetra sul film è che tende a rendere infantile ciò che si racconta. Perché sì, siamo tutti d’accordo che al centro del film (e al centro di film di questo tipo) ci sia una storia basica, fatta di eroi contro il villain di turno, ma nulla vieta (e la Marvel insegna molto in questo) di dare a questo stesso schema narrativo costantemente ripetuto una certa profondità, una certa levatura intellettuale, obiettivi che si raggiungono, oltreché con una scrittura curata anche con una regia che in casi come questo è straordinariamente controllata, per aumentare l’illusione in chi guarda che ciò che sta vedendo sullo schermo sia una tranche de vie, un qualcosa di “reale” (con tutte le virgolette del caso). Lo stile a macchina a mano, quasi documentaristico in alcuni tratti, dei Russo su Civil War dice parecchio in questo senso. Al contrario, tuttavia, se la regia sceglie di marcare sull’artificiosità dell’immagine, tutto si trasforma in un enorme giocattolone, in un gigantesco videogame e tutto finisce per perdersi, dal patto di incredulità con lo spettatore al coinvolgimento emotivo dello stesso (si può essere coinvolti, in fondo, da qualcosa che è così smaccatamente di “plastica”?).

Lo abbiamo detto, Justice League è due film assieme, in costante lotta tra loro. Da un lato c’è Joss Whedon, che punta a dare sostanza e profondità, oltreché ad elevare un franchise al di sopra della facile superficialità, dall’altro c’è Snyder, un pressapochista che in quella superficialità sembra sguazzarci a meraviglia. Uno crea, l’altro distrugge ed il film non può far altro che implodere nel caos.

In aggiunta a questo panorama così disastrato, tra l’altro, non bisogna sottovalutare quanto il film sia stato danneggiato da elementi avulsi dal controllo di Snyder e Whedon. Giusto per fare un paio di esempi, in primo luogo Justice League è un progetto ancora profondamente ancorato alla strategia creativa/produttiva Warner, che per distaccarsi da ciò che è stato precedentemente fatto dalla Marvel ha fatto uscire il suo film team-up prima della maggior parte dei film stand-alone dedicati ai singoli eroi in gioco. Questa scelta ha come conseguenza la tendenza a non avere empatia nei confronti delle parti in gioco. In sostanza, i personaggi possono anche funzionare tra loro, ma spesso lo spettatore non è proprio interessato ai loro destini. Al contempo, i reshoot di Whedon sono poco amalgamati con le riprese originali di Snyder, a volte addirittura ai limiti del rabberciato (penso al green screen nelle scene in Islanda) e finiscono per aumentare quel tratto “posticcio”, “giocattoloso”, che non giova al film.

Justice League è un prodotto che dà speranza. C’è qualcosa, all’interno della Dc che sembra muoversi per dare all’universo narrativo quella coerenza, quella completezza e quella profondità che senz’altro merita e a cui da anni aspira. Tuttavia non si può sottovalutare quanto il film sia ancora zavorrato nei suoi intenti da un’incomunicabilità di fondo tra creativi, da disorganizzazione e da uno stile visivo non all’altezza. Per il futuro, forse, la soluzione potrebbe consistere nel ridimensionare l’importanza di Snyder all’interno del franchise e di dare la vera e propria gestione creativa ad una personalità forte e pratica della gestione di universi narrativi.

 

Alessio Baronci

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