Good Time – Recensione

Si potrebbe compiere un errore grossolano ma comprensibile quando si parla del cinema dei fratelli Safdie. Il rischio consisterebbe nel paragonare la loro visione, la loro poetica, a quella di autori precedenti (ma tutto sommato dal pensiero affine) come Gus Van Sant. La realtà fotografata da questi artisti è la medesima: si tratta di studi sul degrado sociale contemporaneo, ritratti di individui ai margini che tentano di sbarcare il lunario con tutti i mezzi possibili (leciti o illeciti), freaks che nel loro isolarsi dalla società che li circonda ritrovano una propria unità grazie a comuni legami solidali.

Lo stacco, la rottura, tra ciò che l’opera dei Safdie vuole essere e la tradizione indipendente americana a cui il progetto innegabilmente finisce per guardare avviene nel momento in cui i due fratelli registi si rendono conto di ciò che hanno per le mani. Espandendo solo leggermente il ragionamento portato avanti finora, i fratelli Safdie in sostanza sanno che un approccio “convenzionale” al racconto del disagio sociale americano sarebbe controproducente anche solo perché la loro opera finirebbe per essere messa in confronto, in contrapposizione con quelle della tradizione. Il confronto potrebbe risultare vincente, certo, ma perché rischiare e, soprattutto, (con una spinta che sa di spirito anarco-punk) perché non rigettare, simbolicamente, il pensiero di chi mi ha preceduto per poter lavorare, liberamente, ad una mia visione del Reale che mi circonda?

Good Time, in questo senso, è uno splendido studio che fa scorrere in parallelo la sintassi del discorso e quella cinematografica. Il film ragiona come una gigantesca metonimia lunga novanta minuti. La metonimia è quella figura retorica attraverso la quale, in un discorso, per riferirsi alla totalità di qualcosa si prende in considerazione solo una parte di essa, o comunque un qualsiasi altro elemento a essa affine (si dice “legno” per dire nave, si sceglie di dire “mi faccio un bicchiere” anziché dire “bevo il vino”) e allora ecco che Good Time non fa altro che evocare, costantemente, il sentimento di disagio che vorrebbe mettere in parentesi nello spettatore che sta seguendo il film, senza però mai farlo vedere effettivamente in maniera marcata sullo schermo, ma utilizzando solo e soltanto gli strumenti della messa in scena.

Tutto il sistema Good Time, per farla breve, si muove e ragiona per suscitare in chi guarda quel disagio, quel malessere, quel senso di disturbo, quel sentirsi fuori posto, che sono in fondo gli stessi sentimenti indagati dalla pellicola. Good Time è un film che si nutre di straniamento. Il sistema delle inquadrature è volutamente tutto bloccato su primi e primissimi piani, raramente si arriva ad un piano americano. Gli ambienti non respirano a causa di campi non più ampi di un campo medio. Lo sguardo dello spettatore finisce quindi per essere “costretto”, rinchiuso dal quadro. Viviamo il film letteralmente accanto ai protagonisti, non solo guardiamo ciò che vedono loro ma finiamo per respirare la loro stessa aria, riuscendo a sentire il loro fiato di birra stantia e tabacco sul collo. Si potrebbe credere che si tratti di un meccanismo narrativo utile a sviluppare empatia tra lo spettatore e le parti in gioco ma le scelte stilistiche sono troppo aggressive, impositive, per essere parte di un sistema solidale con il pubblico. Potremmo parlare, piuttosto, di un senso di claustrofobia indotto dal filmico, che imprigiona, toglie il fiato, a chi guarda.

È però soffermandosi sul puro contenuto della storia, sui fatti, sulla loro successione, su ciò attorno a cui si innerva il tessuto narrativo di Good Time che si scoprono gli spunti più interessanti.

L’intreccio narrativo è serrato, le sequenze si succedono senza apparente sosta ma soprattutto sembrano affastellarsi l’una sull’altra come in un castello di carte dal precario equilibrio. Molto più disorientate per lo spettatore, tuttavia, al di là del “caos calmo” del racconto, è il gioco emotivo a cui viene sottoposto da Good Time. Il film è in sostanza il racconto delle disavventure di un uomo, rapinatore quasi per caso, che passa una notte a cercare di recuperare i soldi necessari a pagare la cauzione al fratello, affetto da una lieve disturbo dell’apprendimento e arrestato dopo l’ultima rapina finita male. Più che al viaggio, tuttavia, la pellicola sembra essere interessata maggiormente a portare in scena, a tematizzare, le reazioni emotive che il peregrinare del protagonista scatena in lui. I successi di Connie si trasformano spesso in sconfitte nel giro di un’inquadratura, l’apparente epilogo positivo della vicenda viene inaspettatamente ribaltato a neanche metà film e le aspettative del protagonista vengono costantemente disattese: un pericolo imminente è tale solo perché percepito in questo modo dall’interiorità di Connie e l’allerta del personaggio finisce per sgonfiarsi nel momento in cui egli prende coscienza che la minaccia non esiste. Altrettanto frequentemente una situazione apparentemente sicura si trasforma in un pericolo mortale per il protagonista. La tranquillità diventa rapidamente terrore, la speranza in disperazione, il fallimento in trionfo.

Good Time è un tour de force emotivo per Connie, il viaggiatore di quest’avventura, ma attraverso quel meccanismo di empatia “imposta” allo spettatore a cui poco fa accennavamo anche noi subiamo (rigorosamente amplificati) i sali e scendi emozionali a cui è sottoposto il protagonista con il risultato che il film, a tratti, è la perfetta esemplificazione di ciò che accade durante il nostro peggior attacco di panico amplificato di cento volte. Ci sentiamo storditi, disorientati, confusi, siamo preda, in sostanza, di quel disagio che il film vorrebbe provare a tematizzare da un altro punto di vista. Percepiamo il malessere sulla nostra pelle (grazie alle scale dei piani e dei quadri), lo sentiamo nella nostra interiorità (a causa dell’empatia emotiva che sviluppiamo con le vicende del protagonista), ma è straordinario notare come al terzo stadio di evoluzione questo stesso sentimento comincia a minare i nostri meccanismi di percezione e di discernimento delle dinamiche del racconto.

Si parlava, poco fa, di come lo straniamento sia solo una forma più approfondita in cui si esprime il disagio, ebbene probabilmente il picco più alto di straniamento nel momento in cui si pensa al genre-mixture, al mix di generi in cui si coagula Good Time. Forse memori delle esperienze di Martin Scorsese (che qui tra l’altro produce), Good Time è una sorta di Afterhours sotto anfetamine. Parte come un film drammatico sul rapporto tra due fratelli con echi alla Rain-Man, si trasforma in thriller, poi in prison movie, senza mai abbandonare la sua ossatura di road movie lisergico. Su un piano leggermente superiore, Good Time gioca liberamente con l’assurdo e la diegesi quasi si diverte ad inserire Connie di fronte alle situazioni più assurde, da una rocambolesca evasione da ospedale in autobus ad una caccia al tesoro in un parco di divertimenti. I meccanismi di decodifica del genere ma anche solo del materiale visivo di cui è dotato lo spettatore vanno in tilt praticamente di continuo durante la visione e spesso ci si chiede cosa stiamo guardando, ignorando, almeno in un primo momento, che stiamo facendo esattamente ciò che il film si aspetta noi facciamo: fare i conti con un disagio mai mostrato ma violentemente (e costantemente) evocato nella nostra psiche.

E allora ecco che Good Time diventa un prodotto degno di nota proprio perché ha il coraggio di affrancarsi dalla tradizione, senza però ignorarne i fondamenti, utilizzando i materiali del filmico come puri vettori di messaggio e presentando una tematica quasi abusata da un punto di vista inedito.

 

Alessio Baronci

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